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Che cosa è l’inquinamento elettromagnetico

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La digitalizzazione delle nostre vite determina una sempre maggiore esposizione ai campi elettromagnetici. Che provocano effetti sugli organismi ancora non completamente conosciuti. 

Telefoni cellulari, wi-fi, forni a microonde, computer, antenne radiofoniche e impianti radiotelevisivi, elettrodotti… viviamo sempre più esposti ai campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici. Con lo sviluppo della rete di trasmissione elettrica e dei sistemi di telecomunicazione, vi siamo praticamente immersi. Ma quali limiti dobbiamo osservare in tema di esposizione ai campi elettrici – magnetici ed elettromagnetici – e quali sono i possibili rischi per la salute? 

Cosa sono i campi elettromagnetici 

I campi elettromagnetici sono generati da distribuzioni di carica elettrica variabili nel tempo e si propagano nello spazio sotto forma di onde elettromagnetiche, per le quali viene definito un parametro, detto frequenza, che indica il numero di oscillazioni che l’onda compie in un secondo. L’unità di misura della frequenza è l’Hertz: 1 Hz equivale a un’oscillazione al secondo. Sulla base della frequenza si distinguono:

  • radiazioni con frequenza fino a 50 Hz (a bassa frequenza, ELF), come i campi generati dagli elettrodomestici o dalle linee elettriche per il trasporto dell’energia; 
  • radiazioni con frequenza compresa tra 100 kHz e 300 GHz (ad alta frequenza, RF), nel quale rientrano i campi generati dagli impianti radio-TV e di telefonia mobile. 

Esposizione ai campi elettrici: quali sono i limiti in Italia 

Il primo testo di legge organico in materia di campi elettromagnetici è la Legge quadro 36/01 sugli impianti, i sistemi e le apparecchiature per usi civili, militari e delle forze di polizia, che possano comportare l’esposizione della popolazione, dei lavoratori e delle lavoratrici a campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici con frequenze comprese tra 0 Hz e 300 GHz. La norma interessa ogni tipo di esposizione della popolazione a questi campi – ad eccezione di quella a scopi diagnostici o terapeutici – e fissa due livelli di riferimento: il limite di esposizione e il valore di attenzione. 

  • Il limite di esposizione è il valore di campo elettrico – magnetico ed elettromagnetico – che non deve essere superato in alcun caso, ai fini della tutela della salute della popolazione. 
  • Il valore di attenzione è il valore di campo elettrico che non deve essere superato negli ambienti abitativi, scolastici e nei luoghi adibiti a permanenze prolungate. I valori di riferimento adottati dall’Italia sono fra i più restrittivi in Europa. 

Il limite di esposizione vigente sul territorio italiano per l’alta frequenza è di 40 Volt/metro, mentre il valore di attenzione è di 6 Volt/metro. La legge quadro indica, inoltre, obiettivi di qualità da conseguire nel breve, medio e lungo periodo per la minimizzazione delle esposizioni, con riferimento a possibili effetti a lungo termine, e assegna le seguenti competenze: 

  • lo Stato determina i limiti di esposizione, i valori di attenzione e gli obiettivi di qualità, la promozione delle attività di ricerca e di sperimentazione tecnico-scientifica nonché di ricerca epidemiologica e lo sviluppo di un catasto nazionale delle sorgenti; 
  • le Regioni determinano le modalità per il rilascio delle autorizzazioni all’installazione degli impianti, la realizzazione del catasto regionale delle sorgenti, l’individuazione di strumenti e azioni per il raggiungimento di obiettivi di qualità; 
  • le ARPA regionali svolgono attività di vigilanza e controllo a supporto tecnico degli enti locali; 
  • i Comuni e le Province svolgono le rispettive funzioni di controllo e vigilanza. 

Seguono, a garanzia della protezione della popolazione dall’esposizione ai campi elettromagnetici, il decreto della Presidenza del Consiglio dei ministri del 2003 e la legge 221 del 2012, che fissa i valori di riferimento nella gamma di frequenza 100 kHz – 300 GHz, indipendentemente dalla tecnologia installata sugli impianti. Per l’Unione europea, il riferimento è la Raccomandazione del Consiglio Europeo del 12 luglio 1999 (1999/519/CE). 

Inquinamento elettromagnetico: le attività di controllo sono in crescita 

L’attività di controllo dell’inquinamento elettromagnetico è per le Agenzie regionali per l’ambiente un’attività in continua crescita. Secondo le previsioni del Ministero dell’Ambiente si va verso l’adozione di nuove tecnologie che modificheranno l’assetto ambientale e paesaggistico, principalmente dei siti urbani. Tecnologie a basso impatto che, con una buona pianificazione territoriale, consentiranno di raggiungere un compromesso tra la diffusione delle sorgenti impattanti e la tutela dell’ambiente. Ma la faccenda non è così semplice. Per esempio, Assotelecomunicazioni ha chiesto al Senato, a marzo scorso, di portare i valori di esposizione ai campi elettromagnetici da 6 Volt/metro a 61 Volt/metro per potenziare lo sviluppo della tecnologia 5G. Una scusa secondo associazioni, enti, comitati e cittadini che si sono appellati alla Commissione Industria del Senato e ai parlamentari affinché i limiti non venissero innalzati. “Nessuna ragione tecnica o economica – scrivevano – può giustificare un rischio di salute per la popolazione e la biodiversità. Innalzare il limite portandolo a 61 V/m, significa ignorare le ragioni sanitarie che dimostrano la presenza di effetti biologici non termici, anche molto gravi, fino a forme tumorali, causati dalle frequenze già in uso”. 

Quali sono gli effetti dell’inquinamento elettromagnetico 

Secondo quanto riporta Arpa Veneto, gli effetti dei campi elettromagnetici sulla salute si possono distinguere in effetti acuti, conseguenti a esposizioni di breve durata e alta intensità, ed effetti a lungo termine derivanti da esposizioni prolungate nel tempo, anche di lieve intensità. Le radiazioni a bassa frequenza (ELF) e quelle a radio frequenza (RF) interagiscono comunque in modo differente con gli organismi viventi. L’International Agency for Research on Cancer (IARC) classifica i campi magnetici a 50 Hz (a bassa frequenza) come “potenzialmente cancerogeni”: la relazione causa-effetto tra esposizione e malattia è credibile ma, allo stato attuale delle conoscenze e in assenza di studi di laboratorio, non è possibile escludere con certezza l’influenza di altri fattori. Il principale effetto dei campi elettromagnetici a radiofrequenza è invece il riscaldamento: l’energia elettromagnetica trasportata dalle onde viene assorbita e convertita in calore, causando un innalzamento della temperatura che può interessare tutto il corpo o parte di esso, a seconda delle modalità di esposizione. Alle frequenze utilizzate dai telefoni mobili la maggior parte dell’energia viene assorbita dalla pelle e i tessuti superficiali (muscoli, grasso), solo in piccola parte arriva agli organi interni. Per la protezione delle persone da possibili effetti acuti, sono stati stabiliti a livello internazionale limiti di esposizione tali da contenere l’aumento della temperatura al di sotto di 1°C, una variazione inferiore a quelle associate ai normali processi fisiologici e quindi tollerabile dall’organismo anche per tempi prolungati. Per quanto riguarda gli effetti a lungo termine, l’Agenzia per la ricerca sul cancro (IARC) dell’Oms, in base a studi internazionali sull’uso del telefono cellulare ha classificato i campi elettromagnetici a radiofrequenza e microonde come “possibilmente cancerogeni”. E si è espressa in favore di ulteriori ricerche giustificate dal crescente utilizzo dei telefoni cellulari e dalla carenza di dati relativi a durate d’uso superiori ai 15 anni.

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