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Inquinamento da plastica e climate change

plastica in mare
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Ad approfondire il tema è un report del World Economic Forum, che evidenzia come la richiesta di plastica alimenti la domanda di prodotti petrolchimici.

La plastica, una curiosità all’inizio del secolo, si è diffusa dappertutto, diventando essenziale per la nostra vita come l’aria che respiriamo. Non a caso l’inquinamento causato da questo materiale è diventato un tema tra i più scottanti. Tanto che dallo scorso 14 gennaio è entrata in vigore anche in Italia una direttiva europea che impone lo stop all’uso della plastica monouso. Secondo un recente rapporto dell’ong Environment Investigation Agency (Eia) la plastica sversata ogni anno negli oceani rischia di triplicare nel prossimo ventennio, raggiungendo i 700 milioni di tonnellate. A questo ritmo, entro la metà del secolo il suo peso supererà quello di tutti i pesci. Le conseguenze? Perdita di biodiversità, danni agli ecosistemi marini e alla salute umana. Considerato che la plastica è ormai entrata a far parte della catena alimentare attraverso le microplastiche ingerite dai pesci. Inoltre, dato che il processo produttivo di questo materiale si basa sull’utilizzo di fonti fossili, la plastica ha un impatto ambientale significativo anche in termini di cambiamento climatico.

Lo studio del World Economic Forum

Come l’inquinamento da plastica sia collegato al cambiamento climatico è un tema approfondito dal World Economic Forum, secondo cui la forte richiesta di plastica sta alimentando la crescente domanda di prodotti petrolchimici. Tanto che, se l’attuale tendenza proseguirà, la plastica arriverà a rappresentare il 20% del consumo di petrolio entro il 2050. Una tendenza che sarebbe necessario invertire, non solo nei settori del trasporto ed energetico. In secondo luogo, si legge nel report, solo il 16% della plastica che produciamo a livello globale viene riciclata, il resto finisce in discarica o dispersa nell’ambiente. Con grossi danni per la biodiversità e per il clima. Perché la plastica, decomponendosi, rilascia gas serra nell’atmosfera. Almeno la metà dell’ossigeno della Terra proviene dagli oceani ed è prodotto principalmente dal plancton. Questi minuscoli organismi catturano il carbonio attraverso la fotosintesi, assorbendo fino a un terzo di tutte le emissioni di CO2 provenienti dalle attività umane. Le microplastiche, però, influiscono negativamente sulla capacità dei microrganismi marini di assorbire anidride carbonica e rilasciare ossigeno, aggravando il problema del climate change. Il World Economic Forum accende i riflettori anche sui processi di incenerimento della plastica all’aperto, pratica comune in molte parti del mondo e fonte di inquinamento atmosferico. La combustione di questo materiale rilascia un cocktail di sostanze chimiche, velenose per la salute del pianeta e per le persone.

Riutilizzare, riciclare, compostare

La soluzione si chiama economia circolare, ovvero un sistema secondo cui i prodotti giunti a fine vita non devono più finire in discarica, ma vanno reimmessi nel ciclo dei consumi. In questo senso, la plastica che non può essere eliminata deve essere progettata all’insegna dell’ecodesign, ovvero creata in modo da essere riutilizzabile, riciclabile o compostabile. Secondo la Ellen MacArthur Foundation, l’applicazione di una reale economia circolare potrebbe ridurre dell’80% il volume di plastica rilasciato ogni anno negli oceani, generando un risparmio di 200 miliardi di dollari e una riduzione di emissioni di gas serra del 25%.

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