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Microrganismi, funghi e piante per risanare i terreni

Biorisanamento
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La nuova frontiera delle bonifiche è costituita dal biorisanamento, basato sulla capacità di biodegradazione dei microrganismi presenti nel terreno. Una soluzione che coniuga innovazione e rispetto dell’ambiente.

Bonificare aree più o meno estese facendo leva sulla capacità dei microrganismi, naturalmente presenti nel terreno oppure appositamente introdotti, di degradare le sostanze contaminanti. È questo il principio del biorisanamento, una metodologia di bonifica ambientale tra le più gettonate, negli ultimi tempi, per l’elevato livello di sostenibilità economica e ambientale. Le colonie microbiche utilizzano i composti organici inquinanti come nutrimento e fonte di energia, trasformandoli in anidride carbonica, acqua e biomassa. Per far questo, i microrganismi hanno bisogno delle condizioni ottimali di PH, temperatura, quantità di ossigeno, nutrienti. Contaminanti inorganici e metalli non possono invece essere biodegradati, ma l’azione dei microrganismi può essere sfruttata per provocarne l’assorbimento, l’immobilizzazione nel suolo oppure l’accumulo all’interno delle piante, diminuendone la concentrazione nei terreni contaminati.

Bonificare con il micorisanamento

Tra le tipologie di biorisanamento possibili, il micorisanamento utilizza il micelio dei funghi in funzione biodegradativa: l’apparato vegetativo secerne enzimi e acidi che attaccano e decompongono le sostanze inquinanti. Rispetto ai microrganismi, i funghi sono molto più abbondanti in termini di biodiversità, con più di 100.000 specie identificate e circa 3 milioni stimate; hanno migliore capacità di adattamento e riescono a colonizzare diversi ambienti. Per un risultato efficiente occorre individuare il ceppo di fungo appropriato per il trattamento di uno specifico contaminante. Sono spesso utilizzati i funghi white-rot (basidiomiceti) per la loro capacità di degradare la lignina, un composto organico molto resistente. E la loro capacità di degradazione può essere aumentata aggiungendo fonti di carbonio nei siti inquinati.

Il fitorisanamento per ripristinare l’ambiente

Piante erbacee e specie arboree sono alla base del fitorisanamento, uno strumento di ripristino ambientale per trattare la contaminazione da metalli pesanti, composti organici ed elementi radioattivi, particolarmente adatta nei terreni caratterizzati da una grana grossolana. Il cosiddetto fitorimedio si basa sulle capacità dei vegetali di assorbire, oltre ai nutrienti, molecole che possono essere accumulate o metabolizzate dalle piante stesse. I contaminanti si accumulano principalmente nelle parti aeree, fusto e foglie, che poi devono essere raccolte e avviate ad un processo di smaltimento controllato, in discarica o all’incenerimento. La tecnica è particolarmente adatta per il trattamento dei metalli pesanti, riscontrati nel primo metro di sottosuolo, dove può arrivare l’apparato radicale delle piante.

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Redazione

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