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Nell’era delle terre rare è la Cina a dominare

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Le terre rare sono indispensabili per il funzionamento di molte tecnologie che utilizziamo ma produrle ha un altissimo impatto ambientale. Il loro controllo al momento è in mano alla Cina.

di Alberto Giuliani

Le terre rare sono un gruppo di appena 17 minerali, dalle incredibili virtù magnetiche, conduttive e luminescenti. Quasi polveri di fata. Senza di loro il mondo che conosciamo oggi smetterebbe di funzionare: niente più cellulari, schermi touch o risonanze magnetiche, e neppure viaggi nello spazio. Le terre rare sono indispensabili per molte delle tecnologie che utilizziamo nella vita di tutti i giorni e, nonostante vengano chiamati rari, questi ossidi metallici non lo sono affatto. Al contrario, la gran parte abbonda nella crosta terrestre e in molti casi è sufficiente scavare pochi metri per incontrali. Il problema è che questi materiali possono essere utilizzati solo allo stato puro e il processo per separarli dalle impurità è complesso e altamente inquinante. “Produrre una tonnellata di terre rare genera circa 12.000 metri cubi di gas di scarico che contengono anidride solforosa, fluoridrica e solforica; 75.000 litri di acque reflue acide e una tonnellata di scorie radioattive” spiegano i ricercatori statunitensi dell’EPA (Environmental Protection Agency). Il paradosso è che le terre rare sono indispensabili per molte tecnologie green, dalle lampade LED alle turbine eoliche.

La Cina controlla il 71% del mercato

Nel corso della storia, ogni nuovo materiale ha rivoluzionato l’economia del pianeta. Abbiamo vissuto l’Età della Pietra, quella del Ferro e poi del Bronzo. Oggi il New York Times scrive che l’umanità è entrata nell’Età delle Terre Rare e la Cina, che controlla il 71% di questo mercato, è la grande dominatrice di questa nuova era geologica. “Se la Cina chiudesse il rubinetto di questi materiali, sarebbe come riavvolgere l’industria tecnologica di diversi decenni. E nessuno vuole buttare via il proprio iPhone e tornare alle cabine telefoniche», spiega con ironia il giornalista americano James Vincent in un pezzo su The Verge. In passato, la Cina ha già imposto al mondo una stretta su queste materie essenziali. Accadde undici anni fa, quando in seguito ad un’escalation militare con il Giappone, interruppe l’esportazione di terre rare. I prezzi salirono alle stelle e le aziende tecnologiche furono in grado di uscirne solo perché l’Australia mise in funzione la miniera di Mount Weld, oltre al contributo del mercato nero. Queste sostanze sono facili da nascondere e trasportare (basti immaginare che per far funzionare un elettrodomestico sono sufficienti pochi microgrammi di terre rare) e si calcola che ancora oggi il 40% di questo mercato si muova nella clandestinità.

La corsa all’accaparramento delle materie prime

Dopo la fuga precipitosa dell’Occidente dall’Afghanistan, il colosso asiatico guarda con ambizione ai giacimenti minerali che quel sottosuolo custodisce. Mentre gli USA e i suoi alleati evacuavano il personale militare e diplomatico con collaboratori, interpreti e persino animali domestici, i funzionari cinesi viaggiavano a Kabul per incontrare il nascente governo talebano. Il sottosuolo afghano custodisce enormi quantità di materie prime e, tra queste, le più grandi riserve di litio al mondo, necessarie per alimentare le batterie dell’industria tecnologica. Un bottino che vale un trilione di dollari, e con un valore strategico incalcolabile. Le terre rare rappresentano la punta dell’iceberg in una corsa spietata per il controllo delle materie prime. La Cina ha già il 40% della grafite necessaria per le celle a combustibile e il 60% del magnesio, essenziale per fare prodotti ceramici. Le maggiori aziende cinesi si sono stabilite in Congo, da dove proviene la metà del cobalto mondiale, nelle regioni produttrici di litio del Cile e dell’Australia. In altre parole, la Cina controlla già metà delle materie prime del pianeta. E non sembra accontentarsi, visto che ha recentemente disposto una sonda sulla Luna per sfruttare le vaste risorse di elio-3, un possibile combustibile per la fusione nucleare che “potrebbe soddisfare la domanda energetica dell’umanità per i prossimi 10.000 anni”, ha detto alla BBC Ouyang Ziyuan, il ricercatore cinese a capo di questo programma.

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