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Decreto End of Waste, la guida completa per trasformare i rifiuti aziendali in risorsa

End of waste: operatori ecologici buttano della spazzatura
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In economia circolare, pochi concetti hanno un impatto trasformativo tanto radicale quanto l’end of waste, ovvero la cessazione della qualifica di rifiuto. Non si tratta di un semplice riciclo, ma di un vero e proprio processo giuridico che permette a un materiale, dopo uno specifico e certificato trattamento di recupero, di perdere la sua identità di rifiuto e di diventare legalmente una nuova materia prima seconda.

Il cambiamento di status del rifiuto, di fatto, è una rivoluzione copernicana. Un materiale che prima era un onere di smaltimento, dunque un costo, si trasforma in una risorsa vendibile, ovvero un ricavo. Ciò apre nuovi mercati e, soprattutto, chiude il ciclo dei materiali. Per le aziende, in particolare quelle del settore edile o manifatturiero, fortemente impattanti, adeguarsi al decreto End of Waste non è solo un obbligo normativo, ma un’enorme opportunità strategica. Potranno infatti ridurre i costi, generare nuovi guadagni e migliorare – radicalmente – la propria sostenibilità e le loro performance ambientali, sociali e di governance.

Da rifiuto a prodotto: la rivoluzione copernicana

Comprendere il concetto di end of waste significa capire come un cambiamento nella classificazione legale di un oggetto come lo scarto possa sbloccare un immenso potenziale, economico ed ecologico. Approfondiamo.

Spiegazione del concetto di end of waste

L’end of waste rappresenta il momento preciso in cui il materiale trattato acquisisce una nuova carta d’identità, se così vogliamo definirla: si libera dai vincoli stringenti della normativa sui rifiuti (registri di carico/scarico; permessi di trasporto specifici; responsabilità di smaltimento…) e diviene altro.

Finché è rifiuto, il materiale è trattato con estrema cautela. Ciò si deve, principalmente, al suo potenziale inquinante. Quando termina di esserlo diventa sicuro, stabile e idoneo. A questo punto, lo si considera un prodotto comune e, di conseguenza, lo si tratta come tale. Questo sblocca il suo utilizzo in qualsiasi mercato, compreso quello delle materie prime.

La differenza cruciale con il sottoprodotto

Si faccia attenzione a non confondere i due concetti di end of waste e sottoprodotto. Hanno origini giuridiche e operative diverse. Un sottoprodotto nasce direttamente dal ciclo produttivo principale. Ne è una parte integrante e inevitabile. Non è un rifiuto. Il suo utilizzo successivo non richiede ulteriori trattamenti diversi dalla normale pratica industriale.

Parliamo invece di end of waste per tutti quegli elementi che hanno subito una operazione di recupero specifica e autorizzata. Si tratta di materiale che, in precedenza, era già stato classificato e gestito come rifiuto a tutti gli effetti.

I 4 criteri europei che un materiale deve rispettare

Affinché un rifiuto possa raggiungere lo status di end of waste e diventare, legalmente, una materia prima seconda, deve soddisfare quattro criteri fondamentali. Essi sono stati stabiliti dalla Direttiva Quadro sui Rifiuti (D.Lgs. 152/2006, Art. 184-ter) che ha recepito la norma europea. Secondo questa, si può parlare di rifiuto recuperato quando il materiale presenti:

  • uno scopo specifico. Deve essere possibile destinare quanto ha cambiato definizione a utilizzi specifici e ben definiti, ad esempio aggregato per sottofondi, combustibile per cementifici, e così via;
  • la possibilità di essere collocato su un mercato. Non deve trattarsi di un prodotto di nicchia, ma occorre che vi sia una domanda;
  • il rispetto di specifici standard tecnici. Il materiale dovrà necessariamente presentare adeguati requisiti ambientali e normativi, specifici per la sua destinazione d’uso;
  • L’assenza di impatti negativi. Naturalmente, l’utilizzo del materiale non può avere impatti negativi complessivi sull’ambiente o sulla salute umana.

I decreti End of Waste in azione: analisi di una filiera trasformata

L’applicazione del principio end of waste avviene, nel nostro Paese, tramite Decreti Ministeriali. Sono questi provvedimenti a definire i criteri (piuttosto rigorosi, come è giusto che sia) per le singole filiere merceologiche. Quando ci occupiamo delle differenti applicazioni del decreto End of Waste a svariati settori produttivi, utilizziamo per praticità il termine plurale di decreti.

Il caso studio del decreto End of Waste inerti

Il decreto End of Waste Inerti è il DM di maggiore rilevanza per l’intero settore edile, in merito alla gestione del rifiuto. Gli scarti da costruzione e demolizione, un tempo destinati senza sé e senza ma alla discarica, sono responsabili di più del 30% di tutti i rifiuti generati nell’Unione Europea. Il recupero tramite procedimento EoW è la chiave per una nuova gestione dei numerosi rifiuti prodotti da chi operi nell’ambito del mattone. Questo settore è molto impattante e la possibilità di aprire una via per la riduzione del suo potenziale inquinante, creando le condizioni di una possibile decarbonizzazione, rappresenta una svolta che potrebbe rivelarsi epocale.

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Il processo di trasformazione

I rifiuti che definiamo inerti sono gli scarti di calcestruzzo, mattoni e piastrelle. Questi vengono sottoposti a trattamenti rigorosi, in impianti che possono essere sia fissi sia mobili. I processi che subiscono servono a sminuzzarli e ridurli, fino a renderli nuovamente utilizzabili. Si inizia con la frantumazione; poi si esegue la cosiddetta vagliatura, che altro non è se non una separazione per granulometria e, infine, si termina rimuovendo le impurità tramite sistemi ottici, magnetici o a flottazione. Generalmente, lo sporco da rimuovere è rappresentato da rimasugli di metalli, plastiche o legno.

Le nuove applicazioni

Una volta ottenuta la certificazione end of waste, la quale attesta ufficialmente che i materiali passati attraverso la trasformazione non sono più rifiuto, ma devono essere trattati come materia prima seconda, gli aggregati riciclati vengono impiegati al posto delle materie prime vergini, riducendo la necessità di procurarsele in natura. Quelli che in precedenza non erano che rifiuti del settore edile divengono:

  • sottofondi stradali. Utili alla realizzazione di nuove infrastrutture viarie;
  • riempimenti impiegati in rilevati e opere geotecniche;
  • nuovo calcestruzzo. Gli aggregati EoW sostituiscono – soltanto entro percentuali ben definite naturalmente – ghiaia e sabbia vergini necessarie alla miscelazione di uno dei materiali più importanti nell’ambito dell’edilizia.

Reinserire gli aggregati nel ciclo di lavorazione e produzione dei materiali edili significa rendere questo settore più circolare e ridurre considerevolmente la sua pesante impronta di carbonio.

Altri decreti chiave: carta e carbone; pneumatici; biomasse

Quello edile non è certo l’unico ambito nel quale i decreti End of Waste possono fare la differenza, in senso positivo, e ridurre l’impatto e la generazione di scarti. Le normative definiscono infatti anche i limiti di impurità e le specifiche tecniche che la pulper di carta riciclata deve rispettare per tornare a essere considerata materia prima e non rifiuto, evitando il trattamento in discarica. Relativamente agli pneumatici fuori uso, il gommino granulato derivato dal loro recupero, se conforme ai decreti EoW, viene utilizzato per pavimentazioni sportive, campi da gioco e asfalti silenziosi. Si supera così ogni necessità di smaltimento.

Le biomasse rappresentano uno scarto molto particolare. Specifici decreti permettono la trasformazione di rifiuti agricoli, o di lavorazione del legno, in combustibili, fertilizzanti o ammendanti. Ciò è possibile senza le restrizioni e limitazioni connesse alle consuete regole di trattamento del rifiuto. Questa massa viene già utilizzata come materia prima seconda da tempo, tanto per le destinazioni d’uso appena elencate quanto per la produzione di energia. C’è un dibattito in corso, anche piuttosto veemente, sull’opportunità di utilizzo di questa sorgente rinnovabile, la quale va incenerita al fine di poter produrre energia su larga scala.

Vantaggi e sfide per le imprese

Il decreto End of Waste rappresenta un punto di svolta fondamentale per le aziende. In particolare, come abbiamo già segnalato, per quelle attive nel settore edile. Può infatti trasformare radicalmente il modo in cui i materiali di scarto vengono gestiti e percepiti, allineandoli con i principi dell’economia circolare.

Gestione dello scarto: da costo a potenziale ricavo

Come può un’azienda trasformare concretamente un costo come quello del rifiuto in un potenziale guadagno? Consideriamo di nuovo, per semplicità, una realtà operante dell’edilizia. Storicamente, lo smaltimento dei rifiuti da costruzione e demolizione rappresentava un onere significativo, il quale comprendeva costi di trasporto; tariffe di conferimento ( anche elevate, nell’ordine di decine di euro per tonnellata) e una complessa burocrazia amministrativa dovuta alla presenza dei registri di carico e scarico nonché all’obbligo di registrazione nel Formulario di Identificazione dei Rifiuti FIR.

Grazie all’introduzione dei decreti End of Waste, l’azienda edile non paga più per smaltire. Invece, può vendere le proprie materie prime seconde agli impianti di recupero, o riutilizzarle direttamente. Questo rovesciamento di prospettiva trasforma un onere in un’opportunità di guadagno. Simultaneamente, semplifica le procedure burocratiche, risolvendo, almeno in parte, un altro problema molto sentito, nel nostro Paese.

Approvvigionamento: verso una supply chain sostenibile con l’end of waste

Prima che il decreto divenisse operativo, l’approvvigionamento dipendeva esclusivamente da materie prime vergini, estratte in natura (all’interno di cave, per restare con il nostro esempio dell’edilizia), ciò aveva un elevato impatto ambientale. L’end of waste apre ora la porta agli aggregati riciclati certificati, prodotti da materie prime seconde. Questi sono generalmente disponibili a un prezzo considerevolmente inferiore (si stima che la riduzione media oscilli tra il 20 e il 40%) rispetto a quelli vergini. L’azienda può così diversificare le fonti; ridurre la dipendenza dalle fluttuazioni dei prezzi e diminuire l’impatto ambientale di estrazione e trasporto.

Produzione, innovazione e sostenibilità integrate

Il decreto consente l’integrazione di una percentuale di aggregato riciclato certificato nel processo produttivo di calcestruzzo, malte e asfalti, dando modo all’impresa edile che stiamo utilizzando come esempio pratico di abbassare l’impatto legato alla miscelazione dei materiali che le occorrono. Questo si traduce in una minore impronta di carbonio. L’utilizzo di materiali riciclati riduce le emissioni di anidride carbonica associate all’estrazione, al trasporto e alla lavorazione delle materie prime vergini. Si migliora così il profilo di sostenibilità del prodotto finale.

Tutte le aziende, indipendentemente dal settore in cui operino, ottemperando a questa normativa, sono avvantaggiate nell’ottenere commesse pubbliche che richiedano l’uso obbligatorio di materiali riciclati, secondo i cosiddetti criteri ambientali minimi. I bandi pubblici verdi emessi a livello comunale, provinciale, regionale o nazionale si rivolgono principalmente ad aziende virtuose sotto questo punto di vista.

Posizionamento: vantaggio competitivo e leadership sostenibile

Operando secondo i principi end of waste, un’azienda può posizionarsi come innovativa e responsabile. Questo non solo genera risparmi, ma rafforza l’immagine aziendale, e lo fa in maniera considerevole. I clienti e potenziali partner, oggigiorno, sono sempre più sensibili al tema ambientale e desiderano che anche le imprese di cui si servono, e/o con cui collaborano, condividano la loro stessa attenzione.

Applicare i decreti concede anche un secondo vantaggio all’azienda che scelga di impegnarsi realmente nel dare il suo contributo alla transizione: migliora il rating di sostenibilità ESG. Ciò non garantisce soltanto una valorizzazione dell’immagine, bensì facilita anche l’accesso a finanziamenti green e solidifica la fiducia degli investitori. Nuovamente, chi ha denaro preferisce servirsene per potenziare l’azione di realtà che abbiano davvero a cuore l’ambiente e non si limitino a fare dello stucchevole greenwashing.

Quanto sono importanti certificazione e tracciabilità

Per garantire che una materia prima seconda sia sicura e performante come una vergine, il decreto End of Waste impone rigorosi controlli di qualità e sistemi di tracciabilità. A richiederli è proprio il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, supervisore della messa in atto del decreto.

Le aziende che effettuano il recupero dello scarto e la sua trasformazione devono implementare un sistema di gestione della qualità (generalmente certificato ISO 9001) e rilasciare una dichiarazione di conformità per ogni singolo lotto di materiale venduto. Questo documento attesta che il materiale rispetti tutti i criteri chimico-fisici e le specifiche tecniche imposte dal decreto. Può sembrare una vessazione, ma senza questa tracciabilità l’intero sistema end of waste perderebbe di credibilità. Il decreto rappresenta un passaggio cruciale: ci porta dal concetto di gestione del rifiuto a quello di gestione delle risorse. La normativa potrebbe segnare un punto di non ritorno verso un’economia realmente circolare.

Il decreto End of Waste in sintesi

Riepiloghiamo quanto scritto in uno specchietto pratico:

  •  iI decreto End of Waste rappresenta una sorta di motore normativo dell’economia circolare.
  • Offre un quadro di regole certe e normate al fine di agevolare e regolamentare la trasformazione dei rifiuti in nuovo valore economico.
  • Le imprese non devono vedere l’adeguamento a questa normativa come un obbligo che comporti loro un ennesimo costo aggiuntivo, bensì considerarlo come un investimento strategico per il futuro

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Mattia Mezzetti

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