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Aumentano le emissioni di metano globali, ma non in Italia

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Le emissioni di metano rappresentano il 20% di quelle totali legate ad attività antropiche e con un potenziale di riscaldamento decine di volte maggiore di quello della CO2. Per questo la sua riduzione nel breve periodo ci consentirebbe di contenere il surriscaldamento globale. In Italia per fortuna le emissioni sono in calo del 68% rispetto al 1990.

Mentre in Italia si discute di crisi energetica e si cercano approvvigionamenti di gas alternativi a quelli sempre meno certi dalla Russia, la lettura del report commissionato da WWF al Greenhouse Gas Management Institute “Le emissioni di metano in Italia” è caldamente consigliata. Il report stima le emissioni di uno dei carburanti più utilizzati, dalle centrali elettriche, alle imprese e le abitazioni e fornisce indirizzi per la loro riduzione, anche in vista della revisione del Piano nazionale Energia e Clima.

Le concentrazioni globali di metano sono in aumento

Il metano (CH4) è un idrocarburo che costituisce il componente principale del gas naturale. È il secondo gas-serra di origine antropica, il più abbondante dopo l’anidride carbonica, e rappresenta circa il 20% delle emissioni umane globali, “influendo sulla temperatura terrestre e sul sistema climatico in maniera incisiva”, sottolinea WWF. Secondo le analisi preliminari della National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA, l’agenzia federale statunitense che si occupa di oceanografia, meteorologia e climatologia) l’aumento annuale del metano atmosferico durante il 2021 è stato di 17 parti per miliardo (ppb), la crescita più rilevante mai registrata dall’inizio delle misurazioni sistematiche (1983). Nel 2021 i livelli di metano atmosferico sono stati in media di 1.896 ppb, il 162% in più rispetto ai livelli preindustriali (1750), “un aumento – commenta l’associazione – che supera di gran lunga le variazioni registrate attraverso le varie transizioni glaciali-interglaciali negli ultimi 800.000 anni”.

La riduzione delle emissioni di metano in Italia

Nel 2019 le emissioni di metano in Italia sono state pari a 1,7 milioni di tonnellate, corrispondenti a 48 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, poco più del 10% del totale dei gas-serra. Un dato che, al contrario dello scenario globale, mostra un calo del 68% rispetto al 1990. Questa riduzione va ricondotta, secondo i ricercatori, principalmente al cambio delle tecnologie di produzione avvenuto nel 1986 nell’industria del nerofumo e al calo dei livelli produttivi nell’industria siderurgica.

Da dove arrivano le emissioni di metano

Secondo le valutazioni del panel ONU sui cambiamenti climatici (IPCC), la crescita globale di emissioni di metano è dovuta essenzialmente ai combustibili fossili e all’agricoltura. E l’Italia? Il WWF spiega che nel nostro Paese i settori che forniscono il contributo più rilevante sono l’agricoltura con il 44% del totale, la gestione dei rifiuti con il 38% e l’energia con il 18% (di cui l’11% sono emissioni fuggitive “legate a rilasci di gas-serra che possono verificarsi durante l’estrazione, la lavorazione e la consegna dei combustibili fossili al punto di utilizzo finale e il 7% derivano dai processi di combustione). I processi industriali, secondo gli ambientalisti, rivestono un ruolo ormai trascurabile. Nel 2019 le attività agricole italiane sono state all’origine dell’emissione di 758 mila tonnellate di metano. Dovute soprattutto all’allevamento, con la fermentazione enterica degli animali responsabile del 70% delle emissioni e la gestione degli effluenti del 22%. Quanto alle cosiddette emissioni fuggitive del settore energetico, la maggior parte avviene nella distribuzione di gas naturale, seguita dalla trasmissione: le sole perdite nella distribuzione a livello domestico costituiscono il 79% del totale.

Ridurre le emissioni di metano per contenere l’aumento delle temperature nel breve periodo

Quando si parla di crisi climatica e riscaldamento globale, la CO2 è protagonista. Eppure, sebbene meno abbondante in atmosfera, il metano assorbe la radiazione infrarossa in modo più efficiente e, di conseguenza, ha un potenziale di riscaldamento globale decine di volte maggiore della CO2. Però il metano ha una vita media in atmosfera più breve. Per questo il raggiungimento di riduzioni significative avrebbe un effetto rapido ed efficace sul potenziale di riscaldamento atmosferico. Se è vero che non possiamo affatto conseguire gli obiettivi climatici senza arrivare allo zero netto di CO2, allo stesso tempo la riduzione delle emissioni di metano, probabilmente, rappresenta la leva più forte che abbiamo per evitare di superare i nostri obiettivi mentre ci muoviamo verso lo zero netto di CO2. “Nei prossimi 25 anni circa – sottolinea WWF – la traiettoria della temperatura sarà fortemente governata da ciò che facciamo per il metano, mentre nella seconda metà del secolo, sarà dominato da ciò che facciamo per la CO2”. Anche il rapporto internazionale dell’IPCC di quest’anno conferma che per raggiungere l’obiettivo di 1,5°C dobbiamo eliminare circa un terzo delle attuali emissioni di metano entro il 2030 e circa il 45% entro il 2040.

Cosa fare per ridurre le emissioni di metano

Il gas rappresenta un canale per realizzare la transizione verso uno scenario energetico basato sulle rinnovabili. “Ma non si è tenuto in dovuto conto del fatto che il gas è prevalentemente costituito da metano, potentissimo gas serra e nemico del clima, che merita un’attenzione particolare nelle politiche di mitigazione climatica” avverte WWF. Ben venga, dunque, il Global Methane Pledge, sostenuto da più di 100 Paesi tra cui l’Italia, che prevede un impegno a ridurre le emissioni di metano a livello globale di almeno il 30% rispetto ai livelli del 2020 entro il 2030. Cosa fare da subito? Secondo WWF è urgente una Strategia per il metano allineata a quella europea e integrata con il Piano Nazionale Energia e Clima e un’evoluzione del sistema nazionale dell’inventario delle emissioni “che preveda un sistema di monitoraggio affidabile ed efficiente, che garantisca la tracciabilità di tutte le emissioni”. L’Italia non ha in agenda interventi di riduzione della domanda di prodotti ad alta intensità di emissione, in particolare quelli legati all’allevamento bovino. Non si parla di cambiamento delle diete umane, alimentazione alternativa per il bestiame e riduzione degli sprechi alimentari. Eppure, sottolinea WWF, “questi interventi dovrebbero invece essere considerati prioritari”.

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