Che cosa succede quando i servizi chiudono e il mercato non trova più conveniente restare in presidi che reputa troppo piccoli o scomodi da raggiungere? Molti borghi interni, messi di fronte a questa realtà, hanno finito per spopolarsi. Oggi, però, c’è una nuova energia, la quale ha tutto il potenziale per cambiare il destino di queste terre: quella delle cooperative di comunità.
Riunirsi in cooperativa significa dare origine a un modello economico rivoluzionario, in cui i cittadini smettono di essere soltanto fruitori passivi di servizi e diventano veri e propri imprenditori del loro benessere. Creare imprese di comunità significa offrire un’adeguata risposta a bisogni vitali. Trasformare le criticità in opportunità di lavoro e rigenerazione di aree interne a rischio spopolamento è possibile. Evitare la chiusura dell’ultimo alimentari del borgo o dedicarsi alla manutenzione dei sentieri significa offrire servizi imprescindibili in un’area montana e dare respiro a un nucleo abitato minacciato.
Un’impresa che non delocalizza: l’identikit del modello
Vi è una differenza fondamentale tra cooperativa di comunità e società tradizionale. La seconda ha il chiaro fine di crescere e massimizzare il proprio profitto, per diventare un attore sempre più importante nel suo mercato di riferimento. Lo scopo di una comunità, nonché la sua stessa identità, è invece la produzione di valore per il territorio. Questa impresa non può decidere di delocalizzare. Il valore che genera risiede nelle radici e nei luoghi ove si costituisce.
I cittadini-soci
Il concetto cardine che sta alla base di una cooperativa di comunità è dirompente. Quando gli abitanti di un borgo, o di un quartiere, si uniscono in cooperativa, diventano, al tempo stesso, produttori e fruitori dei servizi. Non vi sono buyer personas, mancano completamente le indagini di mercato e non si destinano risorse all’analisi dell’efficacia delle strategie di marketing adottate. Essere soci significa avere voce in capitolo sulle decisioni che riguardano il futuro del proprio paese, partecipando attivamente alla gestione dei beni comuni e beneficiandone in prima persona.
Cade la dicotomia produttore-consumatore, dal momento che ambedue i ruoli sono ricoperti dalla medesima persona. Ciò significa che chi offre servizi, o produce prodotti, lo fa per sé stesso, o sé stessa, e la propria famiglia.
L’oggetto sociale multiscopo
Altra differenza rilevante tra azienda tradizionale e cooperativa di comunità è che quest’ultima, per definizione e statuto, è molto più flessibile. Non si specializza in un unico ambito e settore, come fanno i gruppi industriali o i consorzi di promozione turistica, ma ha facoltà di impegnarsi in tutto ciò che serve. Può gestire il bar della piazza; produrre energia pulita e rinnovabile; occuparsi della spalatura della neve, se ha sede in quota, o coltivare terre incolte. È uno strumento giuridico che può adattarsi alle lacune lasciate dai servizi pubblici o privati e riempirle prontamente.
In termini di economia aziendale, possiamo definire le cooperative di comunità come imprese il cui oggetto sociale è multiscopo, e che possono dedicarsi a qualsiasi cosa occorra, sul territorio che servono. Si tratta di una possibilità che le altre ditte non hanno. Ciò dà modo alle realtà comunitarie di offrire lavoro in svariate mansioni e inserire lavoratori di differente provenienza.
Il modello cooperativo, duttile e versatile, ha le carte in regola per sfidare i grandi gruppi industriali che agiscono soltanto seguendo logiche di profitto e cambiare le regole del gioco. O quantomeno può tentare di farlo. Avevamo già sottolineato l’eticità di questo aspetto quando abbiamo approfondito il lavoro dei supermercati cooperativi.
Che cosa fanno le cooperative di comunità? 3 scenari di rigenerazione
Data la duttilità e trasversalità della loro azione, possiamo pensare alle cooperative di comunità come a veri e propri coltellini svizzeri dello sviluppo locale. Sebbene il loro ambito operativo sia veramente amplissimo, abbiamo individuato tre possibili scenari di rigenerazione in cui l’azione comunitaria fa davvero tutta la differenza del mondo.
1. Salvare l’ultimo presidio e dare speranza a un piccolo borgo
In molti piccoli centri, la chiusura dell’unico bar rimasto aperto o dell’ultimo alimentari segna l’inizio della fine della vita sociale. L’aggregazione è infatti fondamentale per l’essere umano, che è un animale sociale e ha bisogno di ritrovi per instaurare nuove relazioni e coltivare quelle che già possiede. La cooperativa spesso rileva queste attività, non solo per vendere pane e latte, ma per mantenere un punto di aggregazione dove giovani e anziani possano incontrarsi. Presidi di questo tipo sono anche vere e proprie oasi per i turisti, desiderosi di rifocillarsi e trovare informazioni.
Ogni serranda che si abbassa è una minaccia seria di spopolamento, perché toglie un punto di riferimento ai locali, rafforzando le loro sensazioni di abbandono, desolazione e rassegnazione. Una luce accesa nel consueto ritrovo, invece, rafforza la sensazione di appartenenza e rinsalda vincoli e legami, due elementi che ci tengono radicati e ci scoraggiano dall’idea di andarcene.
2. Custodire il territorio
Oltre al focus sulle persone, le cooperative di comunità ne mantengono uno anche sulla custodia e salvaguardia del territorio presso il quale operano. La manutenzione di boschi; muretti a secco; sentieri; grotte e altri luoghi di interesse naturalistico è fondamentale per arginare il dissesto idrogeologico. Affidare questi compiti a giovani del posto incaricati dalla cooperativa crea occupazione qualificata e garantisce una cura del territorio costante. Difficilmente un appalto esterno potrebbe eguagliare la cura e la dedizione messe da un locale, legato da sempre a quegli scorci e a quei luoghi.
3. Il welfare leggero
Se i servizi sociali sono lontani, come spesso accade nelle aree più remote, la cooperativa può attivare forme di welfare di comunità e prendersi cura dei suoi soggetti più deboli. La realtà comunitaria si occuperà della consegna dei farmaci, o magari della spesa a domicilio per gli anziani. Organizzerà il trasporto verso gli ospedali o gestirà doposcuola con aiuto compiti e momenti di svago per i bambini rimasti, garantendo standard di vita dignitosi e una presenza accettabile di servizi e iniziative che il Comune, da solo, non riuscirebbe più a sostenere.

Storie di cooperative di comunità di successo, dall’Appennino al Salento
In Italia abbiamo esperienze virtuose che dimostrano come questo modello, sostenuto da reti come Borghi Autentici d’Italia e Legacoop, le quali spingono molto su iniziative che mirano al rilancio e alla conservazione delle zone a rischio spopolamento, possa davvero invertire la rotta. Inevitabilmente, c’è un fattore di rischio quando si decide di costituire una cooperativa di comunità. Diventare imprenditori comunitari è un bel modo per dire che nessun borgo è troppo piccolo per avere un domani, se i suoi abitanti decidono di prendersene cura insieme.
Al momento, manca una legge sulle cooperative di comunità a livello nazionale, che uniformi le varie normative regionali già esistenti. Tuttavia, la Strategia Nazionale per le Aree Interne e i recenti finanziamenti legati alla transizione ecologica riconoscono, in questo modello, un pilastro fondamentale per la resilienza dei territori marginali. Piuttosto che attendere l’inquadramento normativo, è consigliabile lasciarsi ispirare dai due principali casi di studio esistenti sul nostro territorio nazionale: la Valle dei Cavalieri e il borgo dei mulini a vento. Queste due realtà dimostrano come sia possibile avviare una cooperativa di successo e rilanciare luoghi che altrimenti avrebbero corso un serio rischio spopolamento.
Per comprendere come i cittadini possano organizzarsi in cooperative di comunità, e quali siano le potenzialità di questo associazionismo, è possibile visionare questo approfondimento con Marco Boschini, coordinatore nazionale dell’Associazione Comuni Virtuosi, che spiega come trasformare i bisogni di un territorio in progetti economici solidi e sostenibili.
La Valle dei Cavalieri a Succiso
Negli anni ’90, il piccolo borgo di Succiso, in provincia di Reggio Emilia, stava morendo. Un gruppo di giovani locali fondò allora la cooperativa denominata Valle dei Cavalieri, sfruttando l’evocativo nome della vallata. Dapprima riaprirono il bar-alimentari del paese, chiuso da poco, e poi lo ampliarono, trasformandolo in un centro multifunzionale dedicato al turismo esperienziale.
Quello che era soltanto negozio di vicinato e punto di ritrovo diventò agriturismo; centro visite del parco; bar e punto vendita di prodotti enogastronomici locali. Il successo fu tale che Succiso riprese presto slancio, e oggi è un borgo vivo e in salute, oltre che un modello studiato in tutto il mondo per rilanciare piccole località che rischiano di trasformarsi in cittadine fantasma.
Biccari e la resistenza di un territorio
Nel foggiano, la cooperativa di comunità di Biccari ha saputo valorizzare il patrimonio naturalistico locale, incentrato attorno al suggestivo Lago Pescara e al profilo dei Monti Dauni, creando un parco avventura; aree di sosta attrezzata e promuovendo l’energia pulita. La collaborazione dei residenti e le risorse del Progetto Borghi, parte del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, hanno fatto in modo che nascesse, a queste latitudini, un presidio centrale per una nuova economia, incentrato su una bellezza che può attrarre turismo e un’energia sostenibile per l’intera comunità locale.




