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Giochi invernali e realtà climatica: sulle Alpi sempre meno neve, ricavi a rischio

Giochi invernali
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I ricercatori del CMCC mettono in guardia decisori politici e stakeholder sul futuro degli sport invernali sulle Alpi. L’area alpina della provincia di Belluno potrebbe registrare entro metà secolo una riduzione del 38% dei giorni disponibili per la produzione di neve e un calo del 9,5% dei giorni di copertura nevosa, in uno scenario di emissioni intermedio. Scenari da mettere in conto nelle previsioni tra costi e benefici delle infrastrutture realizzate per le Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026. 

Il balletto delle cifre è partito molto prima che sulle piste arrivassero gli atleti. Le Olimpiadi Milano Cortina sono costate quasi 6 miliardi di euro, secondo le stime ufficiali presentate dal ministro per lo Sport Andrea Abodi. A fronte dei 1,3 miliardi di dollari previsti nel 2019 quando l’Italia si aggiudicò l’organizzazione di questi Giochi invernali. La spesa per gli impianti sportivi e le infrastrutture – circa il 70% degli investimenti complessivi – è a carico dello Stato, cioè dei contribuenti. Soldi ben spesi? Può darsi. O forse no. Sul ritorno degli investimenti e sull’indotto le stime divergono, a seconda della prospettiva da cui si guarda.

Lo studio di Banca Ifis

Secondo uno studio di Banca Ifis, le attività economiche e i servizi sul territorio si aspettano ricavi per 1,1 miliardi di euro, subito, da squadre e spettatori delle olimpiadi e 1,2 miliardi dai turisti che visiteranno la Lombardia, il Veneto e il Trentino Alto Adige nei prossimi 18 mesi. Allungando lo sguardo al futuro, ma restringendone il campo ai ricavi dei soli impianti sciistici e alla sola provincia di Belluno, le previsioni dei ricercatori del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC) mettono in guardia sulle conseguenze dell’innalzamento globale delle temperature. Gli impatti economici legati alla diminuzione della copertura nevosa e dei giorni di produzione di neve potrebbero tradursi in oltre 9 milioni di euro di ricavi persi per gli operatori degli impianti sciistici della provincia entro il 2065.

Le previsioni dei ricercatori del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici

Le proiezioni sono state realizzate attraverso un approccio multi rischio, nell’ambito di uno studio intitolato Infrastrutture e Reti Elettriche: Analisi del rischio climatico per quattro settori economici di interesse nella provincia di Belluno. La valutazione del rischio socio-economico è stata condotta da Venice International University (VIU), in collaborazione per la simulazione degli scenari climatici con il Centro Euro Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC).

Lo studio mostra come gli impianti sciistici nella parte settentrionale della provincia, che attualmente dispongono di un numero adeguato di giorni di copertura nevosa, siano destinati a subire impatti più significativi sulla profondità e sulla qualità del manto nevoso, sollevando preoccupazioni sulla sostenibilità delle stazioni sciistiche e degli investimenti nel turismo invernale. Prevede, infatti, che l’area possa registrare entro metà secolo una riduzione del 37,9% dei giorni disponibili per la produzione di neve e un calo del 9,5% dei giorni di copertura nevosa, in uno scenario di emissioni intermedio. E aggiunge che, alla luce dei recenti progressi nella ricerca climatica, studi preliminari suggeriscono che questi dati potrebbero essere ancora più severi, aggiungendo ulteriori 3–5 °C all’aumento medio delle temperature invernali

“Per l’area alpina, ciò che emerge è una riduzione del numero di giorni con uno spessore di neve superiore ai 30 centimetri”, afferma Giuliana Barbato, ricercatrice del CMCC e coautrice dello studio. “Questo rappresenta un elemento chiave nell’analisi dei pericoli per l’intera regione alpina e implica un aumento del rischio futuro per gli sport invernali e per i grandi eventi invernali come le Olimpiadi”.

Un quadro con implicazioni profonde per decisori politici e stakeholder

L’approccio utilizzato nello studio è trasferibile ad altre regioni che ospitano sport e grandi eventi sportivi invernali, “ciò implica lavorare a risoluzioni più elevate e adattare i modelli, per quanto possibile, alle esigenze degli stakeholder”, dice ancora Barbato. Per decisori politici e pianificatori del settore, secondo i ricercatori CMCC, il quadro presentato ha implicazioni profonde, poiché gli sport invernali richiederanno investimenti e sforzi sempre maggiori per adattarsi ai cambiamenti climatici: lo sci si sposterà a quote più elevate, dove le condizioni sono più dure e difficili da gestire, e la neve artificiale diventerà sempre più diffusa, con un maggiore consumo di acqua ed energia.

Le proiezioni climatiche non vanno interpretate come previsioni meteorologiche

“Se la domanda chiave è quanta neve ci sarà, allora dobbiamo cercare di estrarre questa informazione nel modo più accurato possibile dai modelli globali, regionali e ad altissima risoluzione”, sottolinea Daniele Peano, coautore dell’analisi del CMCC sui modelli climatici regionali. “È però importante ricordare che le proiezioni climatiche non vanno interpretate come previsioni meteorologiche. Se, in media, la neve diminuisce sulle Alpi, questo non esclude che possano verificarsi singoli anni con più neve rispetto al passato. Gli estremi di freddo continueranno a esistere; non scompariranno del tutto. Ma diventeranno meno frequenti e generalmente meno intensi”, spiega Peano.

“La scienza è in continua evoluzione e nei prossimi anni saranno disponibili nuovi modelli, dataset e scenari. Oltre all’aumento della risoluzione spaziale, i sistemi di modellistica di nuova generazione stanno migliorando la rappresentazione dei principali processi fisici. Questo consentirà simulazioni più affidabili di fenomeni localizzati come le nevicate e le precipitazioni intense nelle regioni montane. Questi futuri dataset metteranno in evidenza in modo più robusto le caratteristiche climatiche su scala locale e saranno fondamentali per le valutazioni di impatto e la pianificazione dell’adattamento”, aggiunge Paola Mercogliano, anch’essa ricercatrice del CMCC che ha contribuito allo studio.

E alle conseguenze sulle Alpi dell’aumento delle temperature entro la fine del secolo guarda anche uno studio dell’Enea, realizzato attraverso proiezioni climatiche regionali ad altissima risoluzione, che mette in guardia sul forte incremento della frequenza degli eventi estremi con temporali intensi e alluvioni improvvise soprattutto durante la stagione autunnale. 

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