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I costi sociali della contaminazione

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Un progetto dell’Università di Padova fa il punto sui costi psicologici e sociali della contaminazione da Pfas, per dare alle istituzioni dati e strumenti utili per sviluppare servizi di prossimità.

Per decenni la falda acquifera dalla quale attingevano gli acquedotti di una trentina di Comuni delle province di Padova, Verona e Vicenza è stata inquinata da sostanze chimiche dannose per la salute, i Pfas. Un disastro che ha coinvolto almeno 350mila persone, al quale hanno dedicato studi approfonditi Adriano Zamperini e Marialuisa Menegatto, docenti dell’Università di Padova e curatori del libro “Cattive acque. Contaminazione ambientale e comunità violate” (editore Padova University Press).

Attualmente siete impegnati nel Community health resilience project dell’Università di Padova, in cosa consiste?

AZ: “Del disastro da contaminazione da sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) in Veneto siamo venuti a conoscenza inizialmente dalle iniziative di denuncia dei cittadini residenti e poi in seguito all’avvio del piano di sorveglianza sanitaria per la popolazione esposta attuato dalla Regione, nel 2017. Già da una prima ricognizione erano evidenti i costi diretti dell’inquinamento, ovvero i tassi di incidenza di alcune patologie connesse, che sono molte. La nostra idea, con questo progetto, è invece è quella di indagare i cosiddetti costi indiretti, di natura psicosociale. Che, sebbene spesso taciuti o sottovalutati, hanno un impatto fortemente negativo sulla popolazione esposta a contaminazione ambientale”.

A cosa si riferisce?

AZ: “Per esempio, una delle caratteristiche di questo disastro è di essere impercettibile, invisibile. Perché si cela nell’acqua e nel cibo, senza procurarne alcuna alterazione nel colore e nel sapore. Si cela nel terreno e nel paesaggio rigoglioso del Veneto. Interessa una falda acquifera sotterranea. Da qui la difficoltà di rendere visibile l’entità e la gravità del disastro ambientale, a cui si associa l’incertezza sul da farsi e su cosa aspettarsi nel tempo”.

Quali sono gli obiettivi del progetto di ricerca?

MM: “Mettere in luce, riconoscere e dare il giusto risalto alla sofferenza psicosociale associata al problema della contaminazione, che accomuna migliaia di cittadini e che non è riconducibile ai soli parametri epidemiologici relativi alle patologie organiche. Parlo di un danno che va oltre quello fisico e biologico, perché a essere drasticamente deteriorata è la qualità della vita di queste popolazioni. Con questa ricerca vogliamo individuare i processi psicosociali che spiegano la sofferenza da contaminazione e i fattori coinvolti, come la vulnerabilità psicologica individuale, familiare e di comunità. Questa situazione non è mai stata descritta scientificamente altrove, perciò contiamo di dare, non solo alla scienza ma anche ai decisori politici, e a chi si occupa di governance, una conoscenza importante”.

Si tratta, dunque, di un progetto accademico?

MM: “Si, ma prevediamo un coinvolgimento più esteso della popolazione, in termini numerici e di area, includendo zone del Veneto che attualmente non sono classificate come Area Rossa. E prevediamo di indagare vari aspetti, come le implicazioni psicologiche della sorveglianza sanitaria, come il biomonitoraggio. Ricevere i risultati di un esame che attesta un’alta concentrazione di Pfas nel proprio organismo è una cattiva notizia, particolarmente minacciosa”.

Cosa è emerso fino a questo momento?

MM: “Ad oggi i nostri risultati hanno fotografato una popolazione impreparata a far fronte a una situazione del genere, a cui non è stata data adeguata assistenza. I disastri, in generale, comportano un’interruzione improvvisa della vita quotidiana e generano un senso di confusione che può essere paralizzante. La comunità in questi casi è chiamata a riorganizzarsi dal punto di vista privato e pubblico; si assiste ad un cambiamento repentino degli stili di vita. In questo caso si è iniziato ad evitare la fonte contaminata e a fare un uso sistematico di acqua in bottiglia. A livello pubblico si sono costituiti gruppi di cittadini attivi nella rivendicazione dei diritti, come il vivace gruppo di mamme chiamato MammeNoPfas. L’esperienza di contaminazione vissuta da queste comunità può essere definita come una “cronicizzazione della crisi” dovuta a uno stress psicosociale cronico. Sapere che la malattia può manifestarsi in qualsiasi momento, anche decenni dopo l’esposizione, e vivere sotto questa costante incertezza influenza negativamente il presente e il futuro”.

Registrate una crescita dell’attenzione a livello istituzionale e di opinione pubblica sul tema Pfas, rispetto a qualche tempo fa?

AZ: “Se la ricerca scientifica sta sempre più documentando e denunciando gli effetti nocivi dei Pfas, va anche rimarcato che una simile consapevolezza ancora non riesce a tradursi in provvedimenti normativi all’altezza di un simile pericolo. Le istituzioni dovrebbero essere più vicine ai cittadini con l’attivazione di servizi di prossimità, evitando toni paternalistici che finiscono per tradursi in iniziative calate dall’alto e investire invece in iniziative di comunità “con” i cittadini e le cittadine nel ruolo di co-protagonisti. Il commissario Onu che a dicembre è venuto in Veneto per approfondire la questione della contaminazione da Pfas ha incontrato le autorità regionali e nazionali, ma ha voluto parlare anche con la cittadinanza contaminata, gli attivisti, gli operai, i medici di base e le MammeNoPfas”.

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