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La bio-imprenditrice delle bonifiche

Daniela Ducato
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Daniela Ducato è un’imprenditrice che si è imposta all’attenzione del mercato internazionale per i suoi prodotti innovativi dedicati alla bonifica delle acque. Con biomateriali , oleoassorbitori e agritessile la sua attività si estende ora ai terreni inquinati, arrivando anche a nutrire il suolo.

Diventata famosa nello scenario della green economy internazionale con l’azienda Edizero e i suoi prodotti salva mare definiti anche “mangia petrolio”, Daniela Ducato è un’imprenditrice che continua a investire nell’innovazione per il recupero delle acque e, adesso, anche dei terreni compromessi da pesticidi, metalli pesanti e idrocarburi.

Ci parla di questo nuovo progetto per la bonifica dei terreni inquinati, come nasce?

«Si tratta di un progetto collettivo, che l’azienda ha portato avanti a Guspini (SU ), in Sardegna, dove il Comune si è dato degli obiettivi in parte già raggiunti: vietare l’uso di erbicidi e pesticidi nelle aree pubbliche; estendere gradualmente il divieto dei pesticidi alle aree private con accesso pubblico e alle aree agricole in prossimità dei luoghi abitati; incrementare la biodiversità del territorio. Il progetto è partito con analisi e campionamenti nelle aree di insediamento delle imprese, dove abbiamo trovato metalli pesanti e idrocarburi. Abbiamo dunque proceduto al risanamento con l’utilizzo di biomateriali, ossia materiali che interagiscono bene con i sistemi biologici, siano microrganismi o organismi. Un lavoro durato due anni, che ha dato ottimi risultati anche grazie ad un’intensa collaborazione tra enti locali e impresa. Frutto di questo dialogo è stato, tra l’altro, un protocollo che ha portato il Comune di Guspini ad aderire alla rete europea “Città libere da pesticidi”».

Oltre alla bonifica, lavorate anche alla rinaturalizzazione dei suoli?

«Sì, certo. I prodotti e i progetti “salva suolo” derivano da un’ingegneria sanitaria e naturalistica basata su biomateriali che eliminano l’inquinante sversato nel terreno o i residui dell’agricoltura chimica. Ma, oltre al disinquinamento, puntiamo ai processi di rigenerazione e nutrizione. Tra i nostri prodotti ci sono gli oleoassorbitori di idrocarburi, che catturano, assorbono e degradano i prodotti petrolchimici; ci sono inoltre i geotessili, materiali composti da fibre sintetiche ad alta resistenza meccanica, che hanno la capacità di separare, filtrare, disinquinare e ridurre la CO2, e in più sono compostabili. Infine abbiamo realizzato Ortolana, un agritessile termico per colture soggette a stress climatici, che protegge, nutre e idrata il suolo, anche questo compostabile, che alla fine del ciclo di vita diventa terra fertile. In estrema sintesi: disinquinare, risanare e nutrire».

La stampa internazionale ha parlato di lei per la sua “lana mangia petrolio”. Ci può parlare di questo prodotto?

«Tecnicamente questa lana è un geotessile intelligente dove trovano il loro habitat microrganismi che si cibano di idrocarburi. Si tratta di una lana a pelo corto, che viene scartata dall’industria tessile e diventa un rifiuto, a sua volta inquinante perché deve essere bruciato per essere smaltito. Noi la usiamo per assorbire gli idrocarburi. Il nostro intervento viene principalmente richiesto dalle marine e dai porti turistici, dove c’è una grande attenzione alla gestione sostenibile e responsabile delle aree lagunari e marittime. L’utilizzo di un processo naturale per la bonifica delle acque rappresenta anche una leva di marketing territoriale, che fa emergere l’attenzione alla qualità ambientale dei porti. Una grande richiesta di interventi sta arrivando da parte di operatori spagnoli e greci».

Ha iniziato con gli scarti della lavorazione della lana per le bonifiche, poi ha esteso l’attività ad altri materiali…

«Non solo scarti di lana, puntiamo anche su fibre da canapa e sughero, materie seconde organiche eccedenti provenienti da surplus e sottolavorazioni che vengono recuperate e trasformate, materiali utili per disinquinare e, allo stesso tempo, molto resistenti».

Come valuta l’attuale modello di bonifica delle aree compromesse?

«Si tratta di un modello che dovrebbe essere ripensato con una differente impostazione. Il sito industriale, normalmente, si bonifica quando si dismettono le produzioni. Questa logica, nell’immaginario collettivo, produce la convinzione che sia normale lo stato di inquinamento delle aree dedicate alla produzione. Invece è possibile una diversa gestione dei cicli produttivi, finalizzata ad evitare l’inquinamento del suolo e delle acque, mettendo insieme diritto alla salute e diritto al lavoro e alla produzione. Che non sono in contraddizione».

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Redazione

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