Pubblicato a gennaio il Libro bianco sul futuro del Made in Italy con orizzonte il 2030. Oltre un anno di lavoro che ha coinvolto gran parte delle forze economiche e intellettuali del paese, tutti chiamati a misurare lo state dell’arte, punti di forze e di debolezza, in una prospettiva di rilancio del ruolo dell’Italia nel mondo, dove non mancano le note polemiche con l’UE.
Per capire dove andrà l’Italia nel prossimo futuro, il Ministero del Made in Italy si è lanciato in una impresa titanica, aprendo un lungo e partecipato cantiere di analisi, idee e proposte alimentato da migliaia di esperti e stakeholder, che ha prodotto, a inizio di quest’anno, un vero e proprio Libro Bianco. Un lavoro che si articola in oltre 300 pagine, che è lo stesso titolo a conferirgli l’aura di manifesto programmatico del futuro imminente: “Made in Italy 2030. Per una nuova strategia industriale”.
I sei capitoli
Sono sei i capitoli che illuminano la rotta:
- Il ritorno delle politiche industriali
- Punti di forza e di criticità
- Le filiere produttive
- Le chiavi della crescita
- La strada intrapresa
- L’orizzonte 2030
Sin dal primo capitolo, quindi, si ragiona sul contesto internazionale e nazionale, evidenziando il processo di stagnazione (+0,1% annuo tra il 1995 e il 2019 in Italia) e la necessità di una nuova fase di reindustrializzazione, anche alla luce della perdita di peso dell’industria europea a livello globale. Per superare questo stallo, si propone il modello dello “Stato Stratega”, chiamato a governare quattro transizioni:
- Demografica, ovvero automazione e smart factory per contrastare la riduzione della forza lavoro (“inverno demografico”);
- Geopolitica, per arrivare all’autonomia strategica e de-risking in un contesto globale conflittuale);
- Digitale, attraverso l’adozione di IA (Intelligenza Artificiale) e tecnologie di frontiera come nuovi input produttivi per la sovranità tecnologica;
- Green, guardando alla decarbonizzazione da una prospettiva di neutralità tecnologica, per ridurre i costi dell’energia e mantenere la competitività industriale.
I punti di forza sottolineati dal Libro
Tra i punti di forza del Paese, il Libro ne sottolinea cinque, ovvero la manifattura (con un valore aggiunto di 326 miliardi di euro/anno, che la rendono la seconda manifattura d’Europa), un Made in Italy d’eccellenza (siamo tra i primi cinque esportatori mondiali, trainato da prodotti ad alta specializzazione commerciale in settori sia tradizionali che avanzati), un sistema di multinazionali tascabili (considerato che le imprese di medie dimensioni superano le grandi imprese per crescita di fatturato, valore aggiunto e occupazione), capacità di costruire beni strumentali (l’Italia è leader nella produzione di macchinari e impianti industriali, fondamentali per abilitare la produzione nelle altre filiere) e l’economia green e circolare, essendo leader in Europa per tasso di riciclo dei rifiuti (citando dati Eurostat al 2020 pari a 72%, anche se i dati più recenti Ispra (2025) parlano del 54%.
Orizzonte 2030
A quest’ultimo tema, la transizione ecologica, è dedicato il capitolo finale, il sesto, dove viene posta l’enfasi su quali passi necessiti il paese per consolidare la sua potenza industriale anche in un orizzonte di sostenibilità. L’obiettivo, infatti, viene ricompreso all’interno del completamento della duplice transizione (green e digitale).
La strategia proposta si articola su alcuni pilastri fondamentali, partendo dall’autonomia strategica, che passerebbe attraverso il rafforzamento della sicurezza nelle catene di approvvigionamento di energia e materie prime critiche, passando dal consolidamento il ruolo dell’Italia come hub del Mediterraneo (un cult di tutti i lavori prospettici del genere, senza che mai si sia fatto qualcosa di concreto e di duraturo, si potrebbe aggiungere nda), dal rafforzamento gli investimenti sul capitale umano e su un approccio ambiente business-friendly, ovvero una visione che mira alla drastica semplificazione burocratica per favorire la crescita dimensionale delle PMI e attrarre investimenti esteri ad alto valore tecnologico.
Quale ricetta per la decarbonizzazione?
La ricetta proposta dal Libro bianco confida, prima di tutto, nello “stato stratega”, proattivo, chiamato ad “adottare e aggiornare le politiche industriali nazionali ed europee, adattandole a un terreno complesso, in cui gli Stati sono chiamati a migliorare l’offerta di politica industriale”. E per rendere quest’ultima efficiente sarebbe altresì “necessario aggiornare e ricostruire capacità specifiche e mirate nella pubblica amministrazione”. La politica industriale ha bisogno, spiega ancora il Libro, di “costruire una forte integrazione e complementarità tra politiche pubbliche di riferimento, invertendo in parte un processo di frazionamento avvenuto in Italia negli scorsi decenni che ha accompagnato il declino della politica industriale con una dispersione funzionalista tra più amministrazioni pubbliche e tra più livelli decisionali”.
La seconda visione proposta su questo fronte è quella di una “crescita felice” – in netta antitesi alla decrescita felice teorizzata dai movimenti ecologisti –, cioè di un’industria che prende le forme “di un nuovo umanesimo industriale, coinvolgendo la società civile in una nuova grande missione: costruire una via italiana allo sviluppo economico, rinnovando al contempo la narrativa sull’impresa, intesa come componente indispensabile degli interessi nazionali e come fondamento per la costruzione di una società coesa e sviluppata”. Si torna, quindi, alla solita ricetta neoliberista, prima la crescita economica, semmai impreziosendola con qualche sfumatura di sostenibilità.
Un’opportunità di crescita
In via generale, l’economia circolare è considerata anche in queste pagine un’opportunità concreta per rafforzare la competitività industriale italiana, riducendo la dipendenza dalle importazioni di materie prime. Prendendo atto che l’Italia detiene una posizione di leadership nell’Unione Europea, con un valore aggiunto generato dalle attività circolari pari a 34,5 miliardi di euro (1,6% del PIL). La strategia mira, quindi, a passare dal semplice recupero dei materiali al recupero delle funzioni dei prodotti tramite ecodesign, manutenzione e rigenerazione (demanufacturing). L’adozione sistematica di queste pratiche potrebbe generare risparmi per le imprese manifatturiere fino a 119 miliardi di euro entro il 2030. Tra gli strumenti previsti, il Passaporto Digitale di Prodotto (DPP), per tracciare l’intero ciclo di vita dei beni, e il rafforzamento della Responsabilità Estesa del Produttore (EPR).
Il Green deal sotto accusa
In sintonia con la visione politica dell’attuale maggioranza parlamentare e del governo nazionale che lo rappresenta, insomma, al di là degli obiettivi formali del Green Deal europeo, il Libro ne prende le distanza sotto molti aspetti, come sulla transizione energetica, tacciata come “piuttosto ideologica e radicale”, avendosi dato “target molto ambiziosi che non includevano valutazioni d’impatto dei costi economici e sociali per l’industria e per i lavoratori e per giunta non ponendo le basi per rendere competitive le filiere produttive delle rinnovabili Made in UE”. Ciò avrebbe contribuito a generare, spiegano i curatori, la “crisi della produzione industriale complessiva, in calo in Europa e in Italia, per molti mesi consecutivi, e in massima parte attribuibile al crollo del settore automotive europeo dovuto al previsto abbandono del motore endotermico”.
Le proposte
Non mancano proposte pratiche di implementazione del Libro Bianco.
Conferenza permanente delle Filiere
Il nuovo approccio alla politica industriale necessità di un dialogo coordinato dallo Stato e inclusivo di tutte le realtà economiche che compongono l’ecosistema delle filiere produttive per poter sviluppare politiche industriali a esse dedicate.
Piattaforma nazionale “Datindustria”
In un mondo caratterizzato dalla rivoluzione dei dati, uno degli asset più preziosi a disposizione dello Stato è la capacità di raccogliere, integrare e analizzare dati e informazioni chiave. Questa capacità consente di progettare politiche industriali più selettive attraverso una miglior focalizzazione degli incentivi ed una loro personalizzazione sugli specifici fabbisogni di ciascuna filiera.
“Rete nazionale di supporto alle PMI per la sicurezza economica”
L’ingresso della sicurezza economica come variabile strutturale del sistema economico internazionale può avere un impatto dirompente sulle imprese italiane, specialmente sulle PMI, che necessitano maggiormente di risorse umane e finanziarie per poter sviluppare una cultura della sicurezza economica che preveda sistemi di compliance alle restrizioni internazionali efficaci, resilienza nel dominio cibernetico e competitività industriale attraverso innovazione e trasferimento tecnologico.





