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L’ombra dei PFAS sulla Lombardia

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In alcuni punti di campionamento delle acque realizzati da Arpa Lombardia è stata rilevata la presenza di C604, un composto chimico della famiglia dei PFAS. Ma i dati ufficiali del monitoraggio arriveranno solo in primavera.

Ciclicamente l’allarme PFAS fa la sua apparizione nei monitoraggi ambientali, salendo alla ribalta delle cronache. Si tratta di sostanze perfluorurate, ossia composti chimici utilizzati per rendere resistenti ai grassi e all’acqua tessuti, carta e contenitori di alimenti, ma anche per la produzione di pellicole fotografiche, schiume antincendio, detergenti per la casa. Sostanze terribili per le matrici ambientali perché molto resistenti, capaci di disperdersi e viaggiare facilmente all’interno dei recettori ambientali, inquinando falde e corpi idrici in maniera grave.

Ci sono PFAS nelle acque lombarde

Il quotidiano Il Domani ha reso noto che nei campionamenti di routine pianificati da Arpa Lombardia nelle acque di Milano, sarebbero comparse sostanze perfluoroalchiliche, tra cui il C6O4, una sostanza prodotta con ogni probabilità nello stabilimento Solvay di Spinetta Marengo, vicino Alessandria, a un centinaio di chilometri dal capoluogo lombardo. Il vettore naturale sarebbe il canale Vettabbia, un corso d’acqua usato per l’irrigazione dei campi di mais e riso, che sfocia in pieno parco agricolo Milano sud. Nel 2017, dopo l’allarme suscitato dall’inquinamento della falda acquifera di tre province venete, Arpa Lombardia ha svolto un primo monitoraggio sperimentale per indagare la presenza di PFAS in alcune aree del territorio (nei bacini del Serio e dell’Olona e nelle acque sotterranee dell’area mantovana e bresciana), per avviare dal 2018 un monitoraggio sistematico nei corsi d’acqua e nelle falde. Secondo il documento presentato da Arpa Lombardia a ottobre 2020 in Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e illeciti ambientali ad esse correlati, nel 2019 sono stati registrati nei corsi d’acqua monitorati 55 superamenti dello standard di qualità ambientale relativo alla presenza di PFOS (acido perfluoroottansolfonico), ma nessun caso riguardo ai bacini idrici destinati alla produzione di acqua potabile. Anzi, complessivamente la concentrazione massima ammissibile per queste sostanze è in diminuzione rispetto all’anno precedente. Riguardoal C604, Arpa ha iniziato a rilevarlo nelle acque superficiali a partire dal luglio 2019, e in un caso anche nelle acque sotterranee, nell’area ovest della Lombardia. Difficile lanciare un allarme considerato che gli ultimi dati di monitoraggio sono in corso di elaborazione e non saranno resi pubblici, afferma l’Agenzia regionale di protezione ambientale, prima della prossima primavera. La situazione va comunque monitorata, soprattutto perché attualmente, per il C604, la normativa non prevede limiti.

Nel 2013 il primo allarme in Veneto

Le vicende che hanno disciplinato l’uso di queste sostanze sono paradigmatiche del modo di procedere del legislatore nazionale, per troppo tempo distratto dai rischi ambientali e sanitari collegati alle attività produttive, reattivo solo di fronte alle emergenze e ai disastri annunciati. Nonostante la conclamata pericolosità per gli ecosistemi e i suoi abitanti, i PFAS hanno goduto di un sostanziale vulnus normativo; i primi provvedimenti per limitarne l’utilizzo sono arrivati sulla scorta delle denunce delle associazioni ambientaliste e delle evidenze scientifiche sui danni arrecati. Non a caso, i PFOS sono stati inseriti dalla Direttiva 2013/39/EU tra le sostanze “pericolose e prioritarie” da sottoporre a monitoraggio nei corpi idrici. I limiti nel nostro Paese sono stati introdotti solo tra il 2015 e il 2016, rispettivamente per le acque superficiali e per quelle sotterranee. Una prima ricerca sperimentale sugli inquinanti emergenti, effettuata nel 2013 nel bacino del Po e nei principali bacini fluviali italiani dal Consiglio Nazionale delle Ricerche e dal Ministero dell’Ambiente, rilevava la presenza di PFAS in vari punti di monitoraggio delle falde sotterranee, delle acque superficiali e di quelle potabili. Le indagini dell’Istituto di Ricerca sulle Acque del CNR evidenziavano in Veneto la situazione più allarmante, con un inquinamento diffuso, a concentrazione variabile, soprattutto nelle province di Padova e Verona. Le analisi sul sistema degli scarichi fognari rilevavano le concentrazioni più alte nell’area del depuratore di Trissino, imputabili alle attività produttive della società Miteni. Oggi le attività di messa in sicurezza iniziate nel 2013, hanno portato alla realizzazione di un sistema costituito da tre barriere idrauliche posizionate nella parte sud e nella parte centrale dello stabilimento, per un totale di circa 50 pozzi e piezometri e due gruppi di filtraggio dotati di una decina di filtri a carbone attivo.

Gli enti si rimboccano le maniche

Nel 2017 l’allora Ministero per l’Ambiente chiese all’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra) di avviare un’attività di monitoraggio dei PFAS, armonizzando i diversi percorsi delle Agenzie ambientali regionali. Ispra costituì un Tavolo tecnico composto dai rappresentanti delle varie Agenzie regionali e predispose un Piano operativo di monitoraggio sul territorio nazionale. L’attività, svolta nella prima metà del 2018, è descritta nel Rapporto Ispra “Indirizzi per la progettazione delle reti di monitoraggio delle sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) nei corpi idrici superficiali e sotterranei”. Mentre nel 2019 è stato istituito l’Osservatorio permanente PFAS di cui fanno parte Ispra, le Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente e l’Istituto Superiore di Sanità. Come dichiarato esattamente un anno fa in Commissione Ecomafia da Cinzia Monti, responsabile dell’unità operativa “Qualità delle acque – settore monitoraggi ambientali” di Arpa Lombardia, la rete di monitoraggio dei PFAS è passata dai 54 punti del 2018 agli 83 del 2019. Le attività di raccolta dati nel 2018 hanno registrato46 superamenti di soglia, pari all’81% dei campionamenti, mentre nel 2019 sono stati il 66%. “La distribuzione degli inquinanti – ha dichiarato Monti ai commissari – appare abbastanza ubiquitaria nella zona di pianura e nella zona occidentale della Lombardia”. In particolare, le concentrazioni massime registrate nel 2019 sono state sul fiume Olona, presso le stazioni di campionamento di Legnano, di Rho e di Pero. C’è da aspettarsi che ciclicamente l’allarme PFAS torni sotto i riflettori. È una delle conseguenze di un’industrializzazione che per troppo tempo non si è data regole, con cui i cittadini dovranno fare i conti per chissà quanto tempo ancora.

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