Quando pensiamo ai funghi ci vengono in mente prelibatezze culinarie o rischi di avvelenamento. Li vediamo principalmente come cibo o nutrienti. Eppure, la scienza sta scoprendo che possiedono un apparato digerente esterno capace di risolvere uno dei problemi più gravi della nostra epoca: l’inquinamento industriale. Possono riuscirci tramite il cosiddetto micorisanamento.
La bonifica naturale dei terreni attraverso l’azione fungina rappresenta una frontiera che potremmo anche definire rivoluzionaria. Non di rado, i terreni ex industriali, o quelli urbani, sono saturi di oli esausti, pesticidi e metalli pesanti. La bonifica tradizionale è un processo brutale, oltre che considerevolmente costoso. Occorre dapprima scavare la terra; poi caricarla su camion e, infine, scaricarla in discariche speciali. Naturalmente, quando è inevitabile lo si intraprende.
Il micorisanamento, di contro, agisce direttamente in situ, trasformando il suolo contaminato in ecosistema vivo, grazie alla potenza del micelio. È così che avviene il processo (noto anche come mycoremediation, in lingua inglese).
Ecco come il micelio aggredisce i veleni: non è magia ma chimica
I funghi sono i grandi riciclatori della natura. Il micelio si presenta come una fitta rete sotterranea di filamenti bianchi – le ife – che costituisce il vero corpo del fungo. La sua funzione principale è quella di assorbire e distribuire i nutrienti verso tutti i ricettori della rete fungina. In questa sua funzione, non è troppo dissimile dalle radici delle piante. L’apparato possiede però una doppia funzione. Accanto a questa, è infatti anche responsabile della decomposizione della materia organica, la quale aiuta a riciclare i nutrienti nell’ecosistema.
Gli enzimi chiave
Per nutrirsi, i funghi secernono enzimi ultrapotenti nell’ambiente circostante. Poiché il loro cibo principale nel bosco è il legno, composto da quella lignina da cui traggono sostentamento, hanno sviluppato i cosiddetti enzimi ligninolitici, come laccasi e perossidasi. È grazie a essi che possono cibarsi. Due enzimi chiave che svolgono questo ruolo sono la lignina perossidasi e la manganese perossidasi. Ambedue si definiscono chimicamente aggressivi, dal momento che hanno la forza necessaria a spezzare i legami carbonio-carbonio e carbonio-idrogeno.
Molti inquinanti, come per esempio gli idrocarburi del petrolio, hanno una struttura molecolare simile a quella della lignina. Il fungo, dunque, non fa altro che applicare la sua intrinseca capacità di smontare il legno, per così dire, alle molecole tossiche, riducendole a frammenti sempre più piccoli e meno impattanti, fino ad arrivare a neutralizzarle e renderle innocue.
Attenzione a non mangiare le specie spazzine
Non tutti i funghi sono adatti a ogni tipo di veleno. La ricerca sul micorisanamento, campo nel quale spiccano gli esperimenti di Paul Stamets, micologo di fama planetaria e fondatore di Fungi Perfecti, forse la più celebre azienda al mondo per la vendita di kit e attrezzature per la coltivazione di funghi, ma anche gli studi condotti in micoteca dai ricercatori dell’Università di Torino, ha identificato alcuni campioni della bonifica. Si tratta di specie che sono particolarmente efficaci nell’aggressione della struttura chimica degli inquinanti. Tra esse, quella che spicca maggiormente, e che dovremmo fare attenzione a non mangiare, è il Pleurotus, noto anche come fungo dell’ostrica.
Il fungo dell’ostrica, il Pleurotus Ostreatus
Quello che i micologi chiamano Pleurotus Ostreatus altro non è che il comune fungo dell’ostrica che troviamo al supermercato. Probabilmente non ne siamo a conoscenza, ma si tratta di un incredibile alleato per il micorisanamento. Negli esperimenti di Stamets, il micelio di Pleurotus è stato inoculato in cumuli di terra satura di gasolio per motori diesel. In poche settimane, il fungo ha ridotto la concentrazione di idrocarburi del 95%, trasformando il cumulo di terriccio nero e maleodorante, impregnato di carburante, in un giardino rigoglioso.

Nei test portati avanti, il fungo ha letteralmente mangiato il petrolio, trasformandolo in carboidrati, dunque zuccheri, utilizzati per nutrirsi, fortificarsi e portare frutto, riproducendosi e rafforzando la sua rete sotterranea.
Che cosa fare dopo il micorisanamento
Occorre comprendere che il destino del fungo cambia a seconda dell’inquinante che ingurgita. Nel caso in cui sia chiamato a bonificare un suolo nel quale sta avvenendo la degradazione di idrocarburi, è necessario che il fungo distrugga la molecola tossica. Una volta completata questa sua missione, il terreno tornerà completamente sano, dal punto di vista biologico. Per precauzione, comunque, resta caldamente consigliato evitare di mangiare i funghi cresciuti sul petrolio, anche se si trattasse di specie assolutamente commestibili.
La situazione dei funghi che crescono in aree contaminate da piombo, mercurio, arsenico o altri metalli pesanti è invece differente. Si tratta infatti di elementi atomici che non possono essere distrutti. Il micorisanamento, in questo caso, avviene per iper-accumulazione del metallo nel corpo fruttifero del fungo, ovvero la sua parte esterna. Gli esemplari nati su terreni contaminati da metalli pesanti diventano inevitabilmente dei veri e propri concentrati di veleno. Vanno raccolti e trattati come rifiuti speciali. Non esistono altre possibilità. Vi è comunque un vantaggio: invece di dover smaltire tonnellate di terra, dovremo liberarci soltanto di pochi chili di funghi, allo scopo di mantenere il suolo pulito.

Sfruttare il micelio e le sue straordinarie capacità per la bonifica di un terreno inquinato non rappresenta soltanto una scelta ecologica, bensì la risposta a una necessità di recupero delle aree industriali dismesse. Lo sfruttamento di questi organismi riduce i costi e rigenera la biodiversità sotterranea senza bisogno di interventi meccanici portati avanti dall’uomo.




