Quanto incide la presenza di un predatore come il lupo sull’ecosistema ove si stabilisce? Secondo quanto è stato osservato a Yellowstone, moltissimo. Ripercorriamo quel che è accaduto negli States e approfondiamo il concetto di cascata trofica.
Nel 1995, quattordici lupi furono liberati nel Parco Nazionale di Yellowstone. Il predatore era assente da 70 anni nella riserva. Gli scienziati si aspettavano un impatto sulla popolazione di cervi, ma quello che accadde andò oltre ogni previsione. Il ritorno del predatore non cambiò soltanto la fauna, ma modificò la geografia stessa del parco. La sua sola presenza stabilizzò le sponde e deviò il corso dei fiumi. Questo fenomeno è noto come cascata trofica. Si tratta di un processo ecologico che parte dalla cima della piramide alimentare, dove sono collocati i grandi predatori, e precipita verso il basso. Ciò influenza ogni livello del sistema, fino ad arrivare a toccare piante, suolo e idrologia.
Il parco morente: Yellowstone senza lupi (1926-1995)
Tra il 1926 e il 1995, Yellowstone è stato un laboratorio a cielo aperto su cosa accade quando si rimuove un ingegnere ecosistemico. Il parco doveva in qualche modo reinventarsi, dal momento che, senza il lupo, la popolazione di cervi della specie canadese Wapiti, esplose, tanto da diventare difficile da monitorare e contenere. Nonostante i tentativi umani di controllo, gli erbivori avevano trasformato il parco in un pascolo rado, nel quale spadroneggiavano senza incontrare alcun nemico.
Il risultato fu una erosione spondale dei fiumi senza precedenti nella storia del parco. I cervi brucavano ogni germoglio di pioppo e salice lungo le valli, impedendo alla foresta di rigenerarsi. Senza alberi giovani a trattenere il terreno con le radici, le rive dei fiumi divennero fragili e soggette a continui crolli. I corsi d’acqua si fecero più larghi, meno profondi e torbidi, distruggendo l’habitat di pesci, uccelli e castori. Era un ecosistema in progressivo collasso strutturale, causato da una classe faunistica che non aveva più freni e doveva, in qualche modo, essere limitata. Di fatto, serviva un predatore che regolasse la presenza del cervo.
La paura come fattore ecologico
Il ritorno dei lupi fu un successo clamoroso, che andò ben oltre le aspettative degli scienziati incaricati di regolare la popolazione della riserva naturale. Si innescò velocemente quella che gli ecologi chiamano the Landscape of Fear, in italiano il paesaggio della paura. L’impatto non fu solo numerico, con la popolazione di cervi che si ridusse rapidamente, come ci si aspettava, bensì anche comportamentale. Minacciati e spaventati dall’aggressività del lupo famelico, gli erbivori iniziarono a tenere atteggiamenti più guardinghi, e a modificare le loro abitudini per evitare di rendersi vulnerabili.
La rinascita della vegetazione
I Wapiti iniziarono a fare il possibile per evitare di essere sorpresi nelle trappole naturali poste dai lupi e dalla loro presenza. Smisero di stazionare a lungo nelle valli, e nelle gole dei fiumi, come facevano in precedenza certi che nessuno avrebbe interrotto la loro giornata. In queste zone, facilmente percorribili da un lupo lanciato in corsa, la pressione del pascolo crollò e la natura rispose con una crescita esplosiva, libera di potersi finalmente esprimere senza venire continuamente divorata. In pochi anni, l’altezza dei pioppi e dei salici presenti nel parco quintuplicò.

Effetto idraulico e rewilding sistemico
In seguito alla reintroduzione del lupo, si mise in azione un vero e proprio effetto a catena, di cui beneficiò il parco intero. Subito dopo gli alberi, si rafforzarono anche le sponde dei fiumi e dei ruscelli. Le radici delle piante e degli arbusti, robuste e rinvigorite, iniziarono a consolidare le sponde, agendo come vera e propria armatura naturale per proteggere l’ecosistema e la sua stabilità.
I fiumi smisero di divagare in modo caotico, liberi di muoversi a causa dell’assenza di sponde, come avveniva quando i cervi, indisturbati, impedivano il consolidamento di un letto fluviale, e iniziarono a scorrere in una sola direzione, chiaramente definita. A livello morfologico, i canali si restrinsero e si fecero più profondi, creando pozze d’acqua fresche e, soprattutto, stabili. In questa maniera, l’intera popolazione faunistica iniziò a stabilizzarsi attorno ad aree perennemente rifornite di acqua potabile.
L’intera biodiversità di Yellowstone ne guadagnò. Tutte le specie native tornarono, in qualche tempo, a occupare la posizione che avevano nella riserva fino agli anni ’20 del secolo scorso. Il ritorno dei salici possenti richiamò i castori. Questi, costruendo le dighe, regolarono ulteriormente il flusso idrico già rigenerato dalla presenza di sponde più forti creando anfratti e habitat riparati nei quali si insediarono lontre, anuri e uccelli migratori.
Negli ultimi 30 anni, riviste settoriali specializzate come Science e Nature portarono avanti studi seminali, mettendo in risalto l’importanza del ruolo del lupo come regolatore della resilienza del paesaggio. Ricerche di questo tipo hanno sottolineato come l’equilibrio preda-predatore rappresenti la chiave per rinaturalizzare habitat ed ecosistemi. Yellowstone rischiava di perdere la sua dimensione di parco e diventare un pascolo per erbivori. Quando la direzione scelse di prendere contromisure adeguate reintroducendo i predatori in corretta proporzione, riscrisse di fatto la storia, salvando uno dei parchi più importanti del pianeta.
Dall’America agli Appennini: l’importanza della cascata trofica
L’esperienza di Yellowstone non è un caso isolato. Si tratta di una lezione fondamentale per la gestione del territorio, replicabile in Europa e in Italia. Anche a queste latitudini spesso vediamo il predatore come un elemento di disturbo per le attività umane, un problema e un deterrente. A causa di ciò, siamo erroneamente portati a dimenticare il suo ruolo ecologico, che è però essenziale nella conservazione e proliferazione degli ecosistemi.
Il lupo è un fattore determinante per la salute e il mantenimento della nostra fascia appenninica e prealpina. Esso riveste tre ruoli determinanti:
- contiene i cinghiali. Il lupo è infatti l’unico predatore naturale capace di esercitare una pressione costante sulle popolazioni di cinghiali, riducendo considerevolmente i danni apportati all’agricoltura e al sottobosco;
- protegge, come appena accennato, il sottobosco, e ne impedisce l’allargamento incontrollato limitando il sovrapascolo da parte di cervi e caprioli. Il lupo permette la rigenerazione naturale delle foreste appenniniche. Questo aspetto è fondamentale per la lotta al dissesto idrogeologico;
- stabilizza il paesaggio. Un bosco sano, con una struttura complessa, trattiene meglio l’acqua e il suolo, esattamente come accaduto a Yellowstone, arginando l’insorgenza di frane e smottamenti.
Riconoscere il potenziale del lupo come alleato nella protezione del territorio significa passare da una visione di conservazione estetica a una di rewilding sistemico. Nel corso di questo processo, ogni tassello della piramide contribuisce a favorire e potenziare la salute dell’intero organismo Terra.




