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La rete Made in Italy del restauro sostenibile

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S’intitola “100 italian green architectural conservation stories” la nuova pubblicazione di Symbola e Fassa Bortolo per raccontare l’impegno italiano per un restauro sempre più innovativo e soprattutto sostenibile. Cento casi concreti di aziende, centri di ricerca e professionisti attivi su questo fronte.

Restauro e sostenibilità marciano sempre più insieme, tanto da diventare una delle tante facce del made in Italy conosciute in tutto il mondo. A dare valore al restauro, infatti, non è solo la sua capacità di riportare in vita un immobile e restituirne la sua originaria bellezza, ma soprattutto la capacità di rendere il patrimonio costruito più efficiente e resiliente nel tempo, senza allo stesso tempo comprometterne identità e valore.

Per raccontare questo connubio, non sempre scontato, la Fondazione Symbola insieme a Fassa Bortolo e in collaborazione con Assorestauro e la Camera di Commercio di Brescia ha selezionato 100 storie emblematiche, utili, anzi necessarie, per comprendere come e perché il nostro paese abbia qualcosa di speciale da raccontare.  Un tema che si è meritato il sesto numero della collana curata da Symbola, come sempre orientata a mappare e raccontare le eccellenze italiane della filiera delle costruzioni.

L’Italia all’avanguardia nel restauro sostenibile 

“In questa settore – spiegano i curatori del numero – l’Italia può contare su un capitale di competenze raro, costruito nel tempo e riconosciuto a livello internazionale”. Le storie mostrano con chiarezza che il futuro dell’edilizia e, soprattutto, del patrimonio storico del Paese non passa soltanto dalla qualità degli interventi e dalla messa in sicurezza delle strutture, ma anche – in modo sempre più decisivo – dalla loro sostenibilità ambientale. “Imprese, centri di ricerca e realtà del terzo settore raccontano un’Italia che sa prendersi cura dell’esistente con interventi conservativi capaci, allo stesso tempo, di migliorare le performance energetiche, climatiche e materiche degli edifici, riducendo impatti e sprechi”.

L’esigenza è reale. Secondo la Commissione Ue, oltre il 40% dei consumi energetici e più del 36% delle emissioni climalteranti in Europa sono riconducibili al comparto edilizio, una impronta ecologica enorme che spiega perché la decarbonizzazione delle costruzioni rappresenti una priorità del Green Deal e degli obiettivi al 2030. Un tema che incide direttamente anche sull’economia delle famiglie, precisa il report. 

Oltre a essere un’esigenza, la scelta di combinare “innovazione, sostenibilità e bellezza” è un passaggio obbligando, dovendo fare i conti con “un patrimonio edilizio spesso datato e diffuso, che in Europa – e ancor più in Italia, dove gli edifici sono mediamente più anziani – richiede strategie di riqualificazione capaci di coniugare prestazioni energetiche, qualità dell’abitare e tutela del valore storico-testimoniale”.  Sfide che aprono anche grandi opportunità per un Paese manifatturiero come l’Italia, forte di competenze e specializzazioni nel recupero dell’edilizia storica, dove la transizione verde può diventare “un acceleratore di innovazione e competitività per le imprese della filiera delle costruzioni”.

Tra bioedilizia e biotecnologia

Dalla ricognizione emerge, per esempio, l’importanza sempre più qualificante riguardo allo sviluppo di bio e nanotecnologie per la biopulitura, orientate a interventi più sostenibili per le opere, per la salute degli operatori e per l’ambiente. In particolare, si sottolinea nel report, “l’impiego di biotecnologie microbiche consente la rimozione selettiva di depositi organici e inorganici su superfici artistiche e pitture murali, riducendo l’uso di sostanze chimiche, attraverso microrganismi e loro derivati (batteri, funghi, alghe ed enzimi, anche di origine marina)”.

Dall’altro, l’applicazione delle nanotecnologie al patrimonio storico ha trovato “numerose soluzioni innovative per la sua rigenerazione sostenibile”: dallo sviluppo di malte (oltre che di calcestruzzi) realizzate con geopolimeri – una sorta di legante che va a sostituire il cemento, molto più inquinante – alla messa a punto di “prodotti finalizzati a difendere le superfici architettoniche dal deterioramento causato dall’acqua, dalle fluttuazioni termiche, dai gas atmosferici e dall’inquinamento”. Molti di questi “prodotti nanotech, inoltre, riescono ad assorbire le sostanze inquinanti presenti nell’aria e sono meno tossici (e dunque meno pericolosi) per gli operatori che li utilizzano”.

L’attenzione agli impatti ambientali cresce nella filiera anche per risolvere uno dei più grandi e diffusi problemi delle costruzioni in muratura: “l’umidità di risalita” che, non solo minaccia gli affreschi degli edifici storici, causando l’affioramento dei sali e lo scrostamento del colore, ma influisce anche sulle prestazioni di isolamento e sul consumo energetico dei vecchi edifici.

100 storie da raccontare

Solo per fare qualche esempio di realtà attualmente in campo e con ottimi risultati, basti pensare alla 4Ward 360, azienda leader in Italia, i cui trattamenti nanotecnologici sono efficaci su vari materiali, “dal marmo al legno, dalla terracotta alle tele e ceramiche, progettati per essere reversibili, atossici ed ecocompatibili, capaci di creare un reticolato di nanoparticelle che esercita una forza repulsiva contro gli agenti di degrado”. Si tratta, in sostanza, dell’uso di trattamenti idrofobici e oleofobici che impediscono la formazione di sporco, la proliferazione di muschi, muffe e licheni, nonché l’accumulo di grasso. 

La start up Brenta, nata a Lonigo (VI) nel 2016, è un altro esempio illuminante in tal senso. Ha il merito di aver brevettato la tecnologia Nasier per lo sviluppo di prodotti per la pulitura enzimatica avanzata, che permette la rimozione selettiva di patine biologiche, organiche e acriliche dalle superfici. Le diverse formulazioni Nasier sono state utilizzate in delicati interventi di biopulitura su superfici architettoniche e per la deacidificazione di libri e opere d’arte su carta. 

L’azienda Atena di Brisighella (RA) produce invece “dispositivi volumetrici e biodinamici per il trattamento dell’acqua per uso domestico e per strutture industriali, per il monitoraggio dell’inquinamento indoor e per il prosciugamento dei muri umidi”. Grazie a una tecnologia che si basa sul principio dell’armonizzazione di fase, “i dispositivi Atena regolano i campi magnetici ed elettromagnetici negli ambienti dove sono installati, equilibrando i potenziali elettrici nei muri”.

Sulla sponda tecnologica, il marchio ACCA software, ha rivoluzionato il mondo del restauro sostenibile con “soluzioni software dedicate al recupero degli edifici storici, come Edificius HBIM, che consente di generare modelli 3D intelligenti, documentare lo stato di fatto, individuare lesioni e aree di degrado, a supporto di una manutenzione non invasiva e di interventi conservativi sostenibili”.

L’innovazione dei prodotti è sempre più cruciale. La Lab4Green di Roma, altro esempio, ha creato una propria linea di prodotti green: “remover e soluzioni pensati per il restauro delle più diverse superfici per ridurre al minimo l’impatto sull’ambiente e sulla salute dei restauratori”.

Così come l’Opificio Bio Aedilitia di Bondeno (FE) che durante le fasi di restauro impiega solo materie prime naturali e storiche, replicando le miscele antiche dopo averne accuratamente studiato la composizione.

Il centro di ricerca di Renner Italia per lo sviluppo di materiali innovativi lavora da tempo per produrre prodotti per il restauro sostenibile, come le vernici all’acqua, oppure la gamma di prodotti Pure Bio Coatings composti con l’80% di materie prime rinnovabili e di derivazione vegetale.

Il Center Materials Research (CMR) di Vicenza è, invece, un’eccellenza nelle “indagini termografiche e microclimatiche applicate all’edilizia e, soprattutto, al restauro dei beni culturali”. Test avanzati che sono resi possibili grazie all’utilizzo di microscopia ottica ed elettronica, sistemi all’infrarosso, sonde miniaturizzate e altre tecnologie all’avanguardia.  

Non è da meno l’innovazione sul fronte dell’illuminazione, dove nel lungo elenco di Symbola compare la storia di Artemide, azienda di Pregnana Milanese (MI), le cui lampade a ridotto impatto vengono impiegati in molti interventi di restauro conservativo in tutto il mondo. 

“La forza della nostra economia e del made in Italy deve molto – assicura Ermete Realacci, Presidente della Fondazione Symbola – alla cultura e alla bellezza. Più che in altri Paesi. Cultura e creatività oltre ad arricchire la nostra identità e alimentare la domanda di Italia nel mondo, possono aiutarci ad affrontare insieme le difficili sfide che abbiamo davanti”. E come dargli torto, solo leggendo alcune di queste storie. 

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