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Nel sito di Balangero e Corio, ecco come procede la bonifica dell’ex miniera d’amianto più grande d’Europa.

Balangero e Corio
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Intervista a Gian Luigi Soldi, direttore della società responsabile delle operazioni.

A 30 chilometri da Torino, la miniera di Balangero e Corio è stata la miniera d’amianto più grande d’Europa. Si estraeva crisotilo dalle rocce serpentinitiche del massiccio di Lanzo. Oggi è un Sito di Bonifica di Interesse Nazionale: circa 310 ettari di territorio montuoso che ospitano un vasto complesso industriale ed estrattivo dismesso.

Dal 1995, bonifica e recupero ambientale dell’area sono compito della R.S.A. S.r.l., società partecipata interamente pubblica, e nata appositamente, in base a un accordo di programma tra Stato ed enti locali, dopo il fallimento della società Amiantifera di Balangero S.p.a. nel 1990. Due terzi circa della superficie dell’intero SIN sono stati messi in sicurezza entro la fine del 2024. Altri interventi sono in corso. Da poco più di un anno, Gian Luigi Soldi, geologo ed esperto di bonifiche e di discariche, è direttore generale di R.S.A.; con lui abbiamo fatto il punto sui risultati raggiunti e su quello che ancora rimane da fare. 

Soldi, cominciamo dalla fine: dopo un anno di lavoro, quali sono secondo lei le criticità? Perché questa bonifica iniziata più di 30 anni fa non è ancora terminata?

La bonifica è estremamente complessa. Alla cessazione dell’attività mineraria il sito aveva un altissimo livello di compromissione, sia dal punto di vista ambientale che di stabilità degli ammassi di scarti. Non ci sono altri siti in Europa di questo tipo e di queste dimensioni: una delle questioni principali è proprio la scala. Si somma il fatto che esiste, a livello nazionale, un problema di smaltimento dei rifiuti contenenti amianto, che per la maggior parte vengono conferiti all’estero. Il sito ospita un deposito preliminare di rifiuti pericolosi; per altri rifiuti, prodotti dalla stessa bonifica, è necessaria una discarica, che stiamo realizzando.

Un elemento difficile, che causa ritardi, è anche la gestione del materiale ferroso che vorremmo recuperare dagli stabilimenti e che contiene amianto: sono presenti circa 10 mila tonnellate. Per farlo entrare in una gestione dei rottami ferrosi bisogna garantire una decontaminazione. La normativa non essendo ben definita, genera complicazioni nel poter garantire la filiera di questo materiale ferroso. Un altro aspetto sono le disponibilità finanziarie, spesso limitate, che costringono a fare gli interventi in successione.

Siete però a buon punto?   

L’attività mineraria aveva prodotto alcuni giganteschi accumuli di materiali di scarto, qualcosa come 60 milioni di metri cubi, un quantitativo enorme; tutti contenevano ancora amianto, in quanto solo una parte del crisotilo era stato estratto dalle rocce, che continuavano e continuano ad avere una presenza significativa in quanto non è degradabile. Già con la legge 257 del 1992 che ha disposto la cessazione dell’impiego dell’amianto in Italia, c’era un articolo specifico, l’articolo 11, riguardante la necessità di riqualificazione di questo sito. Interventi di messa in sicurezza d’emergenza e di prima stabilizzazione delle discariche sono stati fatti fin dall’inizio della bonifica, dalla metà degli anni 90. Poi nel corso degli anni 2000 il procedimento è stato ricondotto all’interno delle condizioni previste dalla normativa in materia di bonifiche, dal 2014 al 2021 sono state svolte le attività finalizzate alla caratterizzazione del sito.

Può spiegarci la caratterizzazione?

La caratterizzazione aveva lo scopo di definire dove fossero tutte le varie tipologie di accumuli di materiali di scarto e capire se ci fossero altri inquinanti legati all’attività industriale che potessero rendere necessari interventi di bonifica. Il secondo aspetto era valutare se ci fossero altre condizioni d’impatto oltre a quello dell’amianto aerodisperso, per esempio legato all’inquinamento delle acque sotterranee. Le attività di caratterizzazione sono servite a inquadrare il sito all’interno delle procedure di carattere ambientale in materia di bonifiche e ricondurvi poi gli interventi.

Come funzionava l’attività estrattiva?

La roccia veniva estratta dal bacino minerario – che si configura come un gigantesco imbuto conico, a gradoni – con delle volate di mina, che modellavano questi gradoni di roccia, che garantivano anche la viabilità all’interno del bacino estrattivo. Le volate facevano cadere porzioni di roccia; all’interno del bacino, dove un frantoio mobile effettuava una frantumazione primaria. Poi la roccia frantumata era traportata agli stabilimenti dove avvenivano ulteriori cicli di frantumazione. Il materiale veniva essiccato e con cicli di vagliatura successiva era estratto il crisotilo, circa il 5% della roccia naturale. Tutto il resto – che in linguaggio minerario si chiamano “tailings”, cioè materiali di coda del processo estrattivo – era riversato in queste enormi discariche di materiali rocciosi di scarto. I tailings venivano trasportati dagli stabilimenti con un nastro trasportatore e scaricati da una sella tra due rilievi montuosi, creando enormi accumuli, anche soggetti a fenomeni di instabilità.

Balangero e Corio

Anche con un rischio di dispersione di fibre?

Il sito nelle condizioni in cui era stato lasciato al termine dell’attività mineraria disperdeva fibre d’amianto in tutta l’area circostante. Negli anni immediatamente successivi, le stazioni di monitoraggio dei centri abitati di Balangero e Corio rilevavano ancora concentrazioni significative di fibre d’amianto aerodisperso: fino a decine di fibre per litro. Il limite attualmente stabilito dall’OMS per l’amianto aerodisperso negli ambienti di vita è di una fibra per litro. Si trattava di un problema molto serio.

Con ripercussioni sulla salute delle persone?

Sono stati registrati tra i lavoratori dell’Amiantifera anche casi di malattie respiratorie correlate all’amianto, bibliograficamente almeno 12 casi. L’impatto non è stato così evidente come a Casale Monferrato. Presso l’ex Amiantifera la situazione era molto diversa: siamo in presenza principalmente di crisotilo che, tra le varie tipologie d’amianto, è riconosciuto come meno impattante per la salute; il personale lavorava in miniera in ambiente aperto, dove la concentrazione di fibre è presumibilmente più bassa; la materia prima veniva estratta e insaccata, anche con processi notevolmente automatizzati. 

A Casale Monferrato, dove storicamente veniva estratta la “Marna di Casale” per la produzione di cemento e si realizzavano manufatti in cemento-amianto dal 1908 come tubazioni e condutture, veniva importato l’amianto dalla minera di Balangero e da altri produttori. La produzione e la finitura dei manufatti avvenivano in ambienti confinati ed erano presenti anche altre tipologie d’amianto, più pericolose del crisotilo, come la crocidolite, il cosiddetto “amianto blu”. I lavoratori erano quindi esposti a rischi maggiori, inoltre, portavano a casa l’abbigliamento contaminato da amianto, esponendo anche i familiari. A Casale prodotti di scarto della produzione del cemento-amianto venivano “regalati” e utilizzati per creare coibentazioni nei sottotetti o per la realizzazione di  strade e cortili, determinando quindi una forte dispersione di amianto sul territorio ed esponendo l’intera popolazione.

Quando è cominciata l’attività estrattiva a Balangero e Corio? 

È iniziata tra le due guerre, dalla Società Anonima Cave San Vittore. Nel secondo dopoguerra la società cambiò nome e le innovazioni dello stabilimento portarono il sito a essere la più grande miniera d’amianto d’Europa, con esportazione in tutto il mondo, soprattutto a partire dalla fine degli anni 60. Il massimo della produzione si è verificato alla metà degli anni 70: uscivano oltre 160 mila tonnellate all’anno di crisotilo raffinato e insaccato, destinato principalmente all’esportazione. Il prodotto aveva un livello di qualità particolarmente elevato

Torniamo agli interventi, quali sono stati quelli prioritari?

Prioritaria, dall’inizio della bonifica, è stata la stabilizzazione degli accumuli e la cui franosità avrebbe potuto rappresentare un rischio per gli insediamenti alla base dei pendii, oltre al rischio di un ulteriore dispersione di fibre d’amianto in aria. Si tratta di una bonifica molto diversa dagli interventi tradizionali, dove si cerca di rimuovere o isolare una sostanza inquinante di origine antropica che ha interessato le matrici ambientali: il crisotilo è già presente nelle rocce naturali ma l’attività mineraria lo ha mobilizzato, concentrato e ha creato situazioni particolari di accumulo dalle quali può disperdersi in atmosfera e nelle acque in misura molto maggiore rispetto all’ambiente naturale.

Quindi la stabilizzazione delle discariche, le opere di rinverdimento, l’ingegneria naturalistica, la regimazione delle acque per impedire i fenomeni di erosione, sono stati i principali interventi di messa in sicurezza permanente realizzati per fare fronte alle principali criticità determinate a seguito della chiusura della miniera. Prioritaria è stata anche la messa in sicurezza d’emergenza di situazioni particolarmente critiche degli stabilimenti, in parte ancora presenti, nonché delle “vasche fanghi”, i bacini di sedimentazione.

Con una produzione di rifiuti contenenti amianto.

Queste attività producono rifiuti contenenti amianto di varie tipologie, così come la manutenzione stessa degli interventi e il monitoraggio. All’interno dell’area di cantiere c’è per esempio, un impianto di trattamento delle acque che produce fanghi contenenti amianto: automezzi, personale, strumenti vengono decontaminati con acqua che poi contiene amianto e che deve pertanto essere successivamente trattata.

Il sito utilizza al momento un deposito preliminare di rifiuti pericolosi, autorizzato in Autorizzazione Integrata Ambientale dove, confezionati in big bags, i rifiuti sono stoccati in attesa che sia completato un sito di smaltimento definitivo (discarica), sempre già autorizzato in AIA e in fase di costruzione. Inoltre, negli anni scorsi sono state utilizzate due gallerie minerarie come “deposito sotterraneo di rifiuti”, una particolare tipologia di smaltimento definitivo previsto dal decreto legislativo 36/2003 e dalla Direttiva europea Discariche, particolarmente adatta ai rifiuti contenenti amianto. In Italia ci sono solo tre depositi sotterranei di rifiuti autorizzati: due sul territorio della Città metropolitana di Torino e l’altro in Sardegna. 

Balangero e Corio

Sono piene queste due gallerie?

Contengono circa 2.800 metri cubi di rifiuti, un quantitativo non particolarmente elevato ma comunque utile alla bonifica. Sono attualmente completate e chiuse e in fase di gestione post-chiusura che, come per le altre discariche autorizzate, deve essere garantita per almeno 30 anni, come previsto dal decreto 36/2003 e dalla direttiva. L’altra struttura di smaltimento definitivo che stiamo costruendo, ai sensi della stessa normativa, è una discarica “tradizionale” per rifiuti pericolosi finalizzata esclusivamente al conferimento dei rifiuti prodotti dalla bonifica del SIN, in particolare dal completamento della demolizione degli stabilimenti.

Quanto tempo manca per finire la bonifica?

Con la demolizione degli stabilimenti, si arriverà presumibilmente al 2030. La discarica dovrebbe essere pronta all’inizio del 2027. Per la demolizione degli stabilimenti sono previsti due lotti. Il progetto di demolizione del primo lotto è già stato trasmesso al ministero dell’Ambiente; una volta autorizzato, si potrà procedere all’affidamento delle opere, già finanziate; nel frattempo stiamo attendendo il finanziamento del secondo lotto di demolizione. Ci sono poi altri interventi da completare, considerati meno prioritari, come quelli sul bacino minerario e sulle “vasche fanghi”, già oggetto di opere di messa in sicurezza di emergenza.

Per il futuro produttivo dell’area si punta su spazi per le rinnovabili; che cosa ne pensa?

La messa in sicurezza permanente delle ex discariche minerarie, la gestione dei depositi sotterranei e della nuova discarica, anche solo la manutenzione del verde e delle opere di ingegneria naturalistica, avranno bisogno di attività di gestione permanenti, insieme a quelle di monitoraggio ambientale. Per garantirlo bisogna portare il sito a una situazione di autosufficienza finanziaria, con la realizzazione di nuove attività produttive. Allo stato attuale, l’attività meno impattante e più condivisa dal territorio è la realizzazione di impianti fotovoltaici. Poi si potranno sviluppare anche altre tipologie di attività produttive, sempre collegate alla disponibilità di energia elettrica da rinnovabili, che potranno usufruire delle aree messe a disposizione dalla bonifica. Qualunque decisione sull’attività produttiva del sito dovrà comunque essere presa in stretto accordo con territorio.

Le visite guidate, che ripartono ad aprile, sono in quest’ottica?

L’attività di Porte Aperte è finalizzata a far conoscere al pubblico la realtà e l’avanzamento della bonifica, nonché a creare fiducia nei cittadini rispetto a quanto svolto. Il sito è peraltro anche molto interessante dal punto di vista culturale e paesaggistico. Per raccontare il patrimonio storico e culturale della passata attività mineraria, con il supporto di un progetto finanziato dal Ministero della Cultura, stiamo anche realizzando il museo digitale della ex Amiantifera, denominato Gradoni, che sarà on-line nei prossimi mesi.

I numeri del SIN

Superficie soggetta a bonifica e risanamento ambientale310 ettari
Superficie complessiva acquisita in proprietà pubblica420 ettari
Sviluppo rete viaria interna15 Km
Lago di cava2 milioni m3 di acqua
Vasche fanghi di lavorazionec.a. 80.000 m3
Volumi detritici contenenti amiantoc.a 60 milioni m3
Superficie coperta dagli ex stabilimenti produzione40.000 m2

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