Conto in rosso per le risorse idriche globali. Il rapporto delle Nazioni Unite preparato in vista della Conferenza sull’acqua del 2026 elenca numeri da catastrofe e avverte: sempre più bacini fluviali e falde acquifere sono entrati in una fase di non ritorno. Sono sistemi interconnessi. Serve un ripensamento radicale dell’agenda idrica globale.
Siamo entrati nell’era della bancarotta idrica globale. Stress idrico e crisi idrica, le locuzioni solitamente adoperate, non riflettono la realtà. Siamo andati oltre. A dirlo sono gli scienziati delle Nazioni Unite, in un rapporto intitolato, appunto, Global Water Bankruptcy: Living Beyond Our Hydrological Means in the Post-Crisis Era.
Molte zone sono in una condizione che il rapporto definisce di “post-crisi”, caratterizzata da perdite irreversibili di capitale idrico naturale e dall’incapacità di tornare ai livelli storici di riferimento: in questi luoghi, siccità, carenze idriche ed episodi di inquinamento, che un tempo sembravano shock temporanei, sono o stanno diventando cronici. Quattro miliardi di persone affrontano una grave scarsità d’acqua per almeno un mese all’anno. Nel 2022-2023 sono vissute in condizioni di siccità 1,8 miliardi persone. Tre miliardi di persone vivono in aree in cui lo stoccaggio totale di acqua è in calo o instabile, regioni in cui viene prodotta più della metà del cibo mondiale.
“Questo rapporto – afferma Kaveh Madani, direttore dell’Istituto per l’acqua, l’ambiente e la salute dell’Università delle Nazioni Unite (UNU-INWEH) e autore principale del documento – racconta una verità scomoda: molte regioni vivono al di sopra delle loro risorse idriche e molti sistemi idrici critici sono già in bancarotta”.
Pubblicato in vista della Conferenza delle Nazioni Unite sull’acqua del 2026 (prevista dal 2 al 4 dicembre negli Emirati Arabi Uniti), il rapporto sostiene la necessità di un cambiamento fondamentale nell’agenda globale sull’acqua.
“Risparmi” esauriti
Il rapporto spiega, rubando il lessico all’economia, che molte società non solo hanno speso eccessivamente il loro “reddito” annuale di acqua rinnovabile proveniente da fiumi, suoli e manti nevosi, ma hanno anche esaurito i “risparmi” a lungo termine nelle falde acquifere, nei ghiacciai, nelle zone umide e in altri serbatoi naturali. Questo ha portato a un aumento del numero di falde acquifere compromesse, al cedimento del terreno nei delta e nelle città costiere, alla scomparsa di laghi e zone umide e alla perdita irreversibile della biodiversità.
E l’elenco dei numeri collegati a questa realtà e alle sue pesantissime ripercussioni (in atto e a venire) sulle persone prosegue catastrofico. Il 75% della popolazione mondiale vive in Paesi classificati come a rischio di insicurezza idrica o a rischio critico di insicurezza idrica. Due miliardi di persone vivono su terreni che stanno sprofondando. I terreni agricoli irrigati sottoposti a stress idrico elevato o molto elevato coprono 170 milioni di ettari, una superficie equivalente a Francia, Spagna, Germania e Italia messe insieme. Il costo globale annuale attuale della siccità è stimato in 307 miliardi di dollari; il valore annuale dei servizi ecosistemici delle zone umide andati persi in 5,1 trilioni di dollari. Il report ricorda, inoltre, che 2,2 miliardi di persone non dispongono di acqua potabile gestita in modo sicuro.
Il peso dell’agricoltura e dei sistemi alimentari
Gli agricoltori e i sistemi alimentari sono al centro della crisi idrica globale. Circa il 70% delle risorse idriche mondiali viene utilizzato per l’agricoltura, soprattutto nei paesi del Sud del mondo. Le falde acquifere forniscono circa il 50% dell’acqua per uso domestico e oltre il 40% dell’acqua per l’irrigazione in tutto il mondo. Sia l’acqua potabile che la produzione alimentare dipendono ormai in larga misura dalle falde acquifere, che si stanno esaurendo più rapidamente di quanto possano realisticamente ricaricarsi.
“Milioni di agricoltori – sottolinea Madani – stanno cercando di coltivare più cibo da fonti idriche in diminuzione, inquinate o in via di esaurimento. Senza una rapida transizione verso un’agricoltura intelligente dal punto di vista idrico, la bancarotta idrica si diffonderà rapidamente”.
L’acqua come opportunità strategica
Benché non tutti i bacini idrici né tutti i paesi siano a corto d’acqua, in tutto il mondo hanno superato questa soglia “sistemi critici, che sono interconnessi attraverso il commercio, le migrazioni, i feedback climatici e le dipendenze geopolitiche, quindi il panorama dei rischi globali è ora fondamentalmente alterato”, avverte il direttore dell’Istituto per l’acqua, l’ambiente e la salute dell’Università delle Nazioni Unite.
Il rapporto inquadra, però, l’acqua non solo come una fonte crescente di rischio, ma anche come un’opportunità strategica in un mondo frammentato. In sintesi, agire tempestivamente, prima che lo stress si trasformi in una perdita irreversibile, può ridurre i rischi condivisi. “Dichiarare bancarotta – afferma Madani – non significa arrendersi, ma ricominciare da capo. Riconoscendo la realtà della bancarotta idrica, possiamo finalmente prendere le decisioni difficili che proteggeranno le persone, le economie e gli ecosistemi. Più ritardiamo, più il deficit cresce”.
Un appello per ridefinire l’agenda idrica globale
L’attuale agenda globale sull’acqua – incentrata principalmente sull’acqua potabile, i servizi igienico-sanitari e il miglioramento graduale dell’efficienza – non è più adeguata allo scopo in molti luoghi e richiede una nuova agenda globale sull’acqua. La priorità non è più quella di “tornare alla normalità”, ma di prevenire ulteriori danni irreversibili, riequilibrare i diritti, trasformare i settori ad alto consumo idrico e i modelli di sviluppo e sostenere transizioni eque per le persone più colpite.
Il “fallimento idrico” è relativo sia alla quantità che alla qualità. Il calo delle riserve, l’inquinamento dei fiumi, il degrado delle falde acquifere e la salinizzazione dei terreni comportano una riduzione della frazione realmente utilizzabile dell’acqua disponibile, anche laddove i volumi totali possano apparire stabili. Le istituzioni si concentrano sulla protezione dell’acqua come bene o servizio, trascurando il capitale naturale che la rende disponibile. Riconoscere la bancarotta idrica richiede lo sviluppo di istituzioni giuridiche e di governance in grado di proteggere efficacemente non solo l’acqua, ma anche il ciclo idrologico e il capitale naturale che ne rendono possibile la produzione.





