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Ai Restart Party, per riparare oggetti divertendosi

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Restart Project organizza feste per riparare gli oggetti e superare insieme la logica dell’usa e getta.

Dare una seconda chance agli oggetti rotti, evitandone la fine in discarica, ma in modo conviviale. Meglio se bevendo un aperitivo, a una festa. Così Ugo Vallauri e Janet Gunter, in un pub di Candem Town a Londra, hanno ideato il Restart Project, l’impresa sociale per insegnare alle persone ad aggiustare piccoli elettrodomestici e oggetti di vario tipo, divertendosi. I restarters infatti organizzano party dove si partecipa portando un oggetto da riparare, la voglia di mettersi in gioco prendendo in mano un cacciavite e, per chi vuole, versando una piccola offerta per pagare le spese di assicurazione. “Un oggetto non è tuo se non lo sai riparare” dice Gianni Trippi dei Restarters di Firenze, il primo gruppo diventato operativo in Italia. “All’inizio – racconta – alle nostre feste partecipavano amici e parenti. Poi siamo andati avanti e ci siamo fatti conoscere. Adesso siamo presenti a Milano, Torino, Aosta. Abbiamo organizzato una settantina di party, circa uno al mese”.

Qual è il vostro obiettivo?

“Ai Restart party si insegna a dare una seconda chance agli oggetti, per evitare che finiscano in discarica. Ad ogni evento abbiamo dai 20 ai 30 oggetti riparati, perchè non tutti si possono recuperare. Si possono però riutilizzare alcune parti: del ferro da stiro rotto puoi conservare il cavo, che può servire in futuro, oppure darlo a noi per recuperarlo. Molti non sanno neanche come smaltire correttamente gli oggetti non più utilizzabili. Direi quindi che la nostra missione non è solo riparare, ma superare la logica dell’usa e getta, cercando di far capire che comprare e buttare è un grosso danno per l’ambiente. In Italia si recupera solo il 36,8 % dei rifiuti elettrici ed elettronici”.

Riparare è un gesto di sostenibilità ambientale?

“Ci inseriamo tra le R dell’economia circolare – ridurre, riutilizzare, riciclare – come una quarta R che sta per riparazione. Non è il riuso dove, per fare un esempio, prendi un vecchio computer e lo trasformi in una cuccia per il gatto e non è il riciclo dove rimetti in circolo alcune materie prime presenti all’interno del dispositivo. Noi ci inseriamo un po’ prima nel ciclo di vita del prodotto e la nostra azione comporta un risparmio energetico che calcoliamo in CO2 evitata. Infatti, anche lo smaltimento ha un costo in termini energetici”.

Quali sono gli oggetti che le persone vogliono riparare?

“Ripariamo un po’ di tutto: dall’ombrellone al trolley, ma pure il vecchio giradischi o la lampada con il filo scoperto. Molti portano dispositivi elettronici perché sono i più difficili da riparare e, generalmente, le persone non hanno il coraggio di aprire computer e telefoni. Durante la pandemia abbiamo raccolto e rigenerato tantissimi smartphone e computer, sostituendone i sistemi operativi datati con software liberi come Linux, e li abbiamo consegnati a famiglie che ne avevano bisogno per la didattica a distanza. Da un call center abbiamo recuperato una ventina di pc dismessi, che una volta rigenerati saranno destinati all’aula multimediale di una scuola”.

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Redazione

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