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Demanufacturing: l’industria 4.0 del riciclo

Aspirapolvere in funzione
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All’interno delle nostre case possediamo tutti un qualche tipo di elettrodomestico, più o meno di ultima generazione: c’è chi ha una planetaria, chi (e sono tanti) una televisione, chi un tostapane, eccetera. Ognuno di questi dispositivi presenta delle componenti che prima o poi, quando smetteranno di funzionare, andranno necessariamente smaltite. C’è a proposito una pratica molto interessante che ci permette di ricondizionare tali elettrodomestici rotti e di reimmetterli nel mercato: stiamo parlando del demanufacturing.

Vediamo dunque insieme come funziona, di cosa si tratta e quali sono le sue conseguenze (positive) a livello ambientale.

Indice

Cosa si intende con demanufacturing

Scopriamo insieme tutto quello che è necessario sapere riguardo al fenomeno del demanufacturing: ecco come funziona.
Alcuni elettrodomestici in cucina

Con il termine demanufacturing (a volte viene chiamato anche remanufacturing) ci si riferisce ad una pratica che consiste nel riparare gli elettrodomestici usati, nello smontarli e nel riutilizzare le loro varie componenti per la creazione di nuovi prodotti che presenteranno così un prezzo molto più contenuto. Si tratta di un processo molto interessante in un’ottica sostenibile, perché ci permette di evitare di costruirne di nuovi da zero, con un evidente risparmio di risorse.

Questo tipo di opzione è, fortunatamente, sempre più diffusa nelle aziende che hanno a cuore il tema dell’attuale crisi climatica, poiché ci consente di ridurre in maniera significativa i rifiuti e l’inquinamento ambientale. Ma non finisce qui: il demanufacturing è un processo ecologico anche perché consente ai prodotti di essere riutilizzati, anziché finire tra gli altri rifiuti, e di conseguenza sostiene l’economia circolare. Si tratta infine di un’attività capace di generare numerosi posti di lavoro e milioni di euro/dollari di ricavi.

Quali dispositivi possono essere oggetto di demanufacturing?

Potenzialmente, qualunque dispositivo può essere smontato a questo scopo: non esiste, insomma, una regola precisa in questo senso. Tuttavia, ci sono alcune caratteristiche generali di determinati oggetti che ne facilitano i processi di demanufacturing. Generalmente, un’azienda sceglierà di applicare questo processo per oggetti e parti che sono complessi, durevoli e di alto valore. Inoltre, un prodotto sarà particolarmente adatto per essere smontato e poi rimontato se sfrutta una tecnologia destinata a durare a lungo. L’oggetto in questione dovrebbe altresì contenere una parte centrale resistente che possa essere riutilizzata e riadattata a seconda dei casi

Pensiamo ad esempio al caso di un personal computer. Secondo quanto riportato dall’Agenzia per la Protezione Ambientale degli Stati Uniti, si stima che ogni anno nei prossimi anni saranno pronti per il “fine vita” tra i 30 e i 40 milioni di personal computer. Poiché la tecnologia a nostra disposizione è in continua evoluzione avremo bisogno di sostituire i computer ogni tre o quattro anni. Tuttavia, non è sempre facile trovare un’azienda specializzata nello smaltimento dei computer e che sia in grado di rimuovere nella maniera corretta le unità non utilizzate. Non dimentichiamoci che se queste componenti dovessero venire gettate in un cassonetto potrebbero rappresentare un enorme problema per l’ambiente.

Il disassemblaggio entra dunque in gioco proprio nel momento in cui non dovessimo riuscire a trovare un’azienda specializzata nello smaltimento di tali rifiuti. Basti pensare che per quanto riguarda la produzione computer, nel caso specifico, entrano in gioco circa cinque tipi di plastica che possono essere separati al momento opportuno. Ma non finisce qui: si possono infatti separare anche i vari tipi di cavi, così come le loro componenti metalliche (rame, alluminio e acciaio). Tutte le componenti citate fino a questo punto sono assolutamente riutilizzabili.

Il processo di demanufacturing

Scopriamo insieme tutto quello che è necessario sapere riguardo al processo del demanufacturing: qui i dettagli.
Elettrodomestici in cucina

Ridurre i costi di produzione, evitare gli sprechi e limitare l’inquinamento sono oggi più che mai priorità assolute di tutte quelle aziende che si occupano di demanufacturing, una pratica che per essere portata a termine a dovere deve necessariamente seguire determinati step.

  1. La fase di gestione: è la fase in cui si tiene monitorato il movimento dei materiali all’interno dell’impianto di disassemblaggio;
  2. Il disassemblaggio vero e proprio: in questa fase si smonta il dispositivo elettronico in pezzi e componenti più basilari che possono essere recuperati per il riutilizzo o ulteriormente elaborati in un secondo momento. Sebbene il disassemblaggio possa essere eseguito a mano, per ridurre i costi della manodopera a volte la responsabilità di questo task viene lasciata alle macchine;
  3. La fase di test: in questo step si identificano elementi e componenti che hanno potenziale di riutilizzo o possono avere valore commerciale sul mercato;
  4. Il recupero dei materiali: è il momento in cui viene effettuato il riciclo vero e proprio delle varie componenti a seconda delle loro caratteristiche. È una fase che comporta la separazione del vetro, della plastica e dei metalli.

Una volta ricevuti, i materiali vengono suddivisi in due distinti flussi: il materiale contenente tubi catodici (CRT) e il materiale non contenente CRT, che viene conservato in grandi scatole o avvolto con pellicola termoretraibile su pallet. L’inventario del materiale viene gestito attraverso un sistema di tracciamento unico. L’intera struttura, sia interna che esterna, è monitorata da un sistema di videosorveglianza che garantisce il tracciamento del materiale e la sicurezza dei lavoratori all’interno dell’impianto.

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Alberto Muraro

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