Pubblicata la Relazione Speciale “Materie prime critiche per la transizione energetica. Una politica non certo solida come una roccia”, documento che boccia le iniziative finora adottate da Bruxelles per dotare la transizione ecologica delle materie prime critiche necessarie
“Non è certo solida come la roccia”, la politica dell’Ue sull’accesso alle materie critiche necessarie per la transizione ecologica. A dirlo con tono accorato è la Corte dei conti Ue, nel suo “Rapporto Speciale 04/2026”, che sferza l’UE sulle scelte fatte per rimanere coerente alla sfida della decarbonizzazione. A dare la stura al Rapporto, l’audit richiesto alla Corte dalla Commissione UE, forse consapevole che non tutto sta andando a gonfie vele.
Un gigante dai piedi d’argilla
Intanto una premessa. Volendo essere coerenti alla sfida che si è posta l’UE fissando obiettivi ambiziosi in materia di energia e di clima, quindi impegnandosi a azzerare le emissioni nette entro il 2050 e a produrre almeno il 42,5 % della propria energia da fonti rinnovabili entro il 2030, già oggi dovremmo disporre delle materie prime necessarie per garantire la “diffusione su larga scala di tecnologie di energia da fonti rinnovabili come le turbine eoliche, le batterie e i pannelli solari”. Tecnologie che richiedono l’impiego di materie prime critiche quali litio, nichel, cobalto, rame e le tanto agognate terre rare, il cui utilizzo sarà sempre più crescente, a fronte di una offerta particolarmente rigida e attualmente in mano a una manciata di paesi.
Il Niobio, l’antimonio e l’arsenico, per esempio, sono fondamentali per le turbine eoliche, mentre il gallio, il manganese il silicio e il nichel servono per produrre i pannelli fotovoltaici, la fluorite e il boro per le pompe di calore, il litio e il fosforo per le batterie e così via esplorando l’intela tavola periodica. Materie assenti nell’UE.
Le importazioni
Per la Corte, ancora oggi l’accesso a queste materie prime critiche è dato dalle importazioni, condizione esiziale che espone i paesi membri a una dipendenza pericolosa, soprattutto in contesti di caos globale, come l’attuale condizione geopolitica. A parte lo stronzio, in massima parte detenuto dalla Spagna, la maggior parte dei minerali necessari, infatti, viene estratta e trasformata al di fuori dell’UE e l’approvvigionamento è spesso concentrato in uno o pochi paesi non-UE. Ad esempio, la Cina fornisce il 97 % del magnesio dell’UE (utilizzato negli elettrolizzatori che generano idrogeno) e la Turchia fornisce il 99% del boro dell’UE (utilizzato nei pannelli solari). In particolare, sono cresciute in maniera esponenziale le importazioni di disprosio, fosforite, fosforo e persino di alluminio, palladio, platino, antimonio e gallio (Commissione UE).
Ciò rappresenta un vero tallone d’Achille nella corsa verso la decarbonizzazione. E sebbene l’UE stia provando a diversificare le importazioni, aumentare la produzione nazionale e gestire le risorse in modo più sostenibile, ciò sta avvenendo, spiega la Corte, senza “risultati tangibili e le strozzature ostacolano i progressi nella produzione e nel riciclaggio a livello nazionale”.
La situazione in Italia
Ciò riguarda in modo particolare il nostro paese, avendo sotto i nostri piedi una geologia non particolarmente generosa, ed essendo ancora al palo una effettiva politica di riciclo dei prodotti a fine vita (RAEE su tutti). Sotto il primo aspetto, secondo l’Ispra, attualmente sono 76 le miniere ancora attive in Italia, dove si trova una manciata di rame, manganese e tungsteno. Nelle 20 miniere italiane più importanti, tra i materiali che rientrano nell’elenco delle 34 materie prime critiche dell’UE, si estrae feldspato, minerale essenziale per l’industria ceramica, mentre in altre due si estrae soprattutto la fluorite (nei comuni di Bracciano e Silius), che ha un largo uso nell’industria dell’acciaio, dell’alluminio, del vetro, dell’elettronica e della refrigerazione. Il resto viene da fuori.
L’approvvigionamento sicuro ed efficiente di queste materie dovrebbe essere già oggi, quindi, uno dei pilastri della politica energetica e industriale dell’UE. Dovrebbe, appunto.
Le falle nelle policy UE
Ancora peggio, la politica europea sulle materie prime definisce un percorso strategico che poggia su basi incomplete. La Corte usa l’esempio degli elenchi delle “materie prime critiche” (materie economicamente importanti per le quali esiste un rischio elevato di approvvigionamento) e delle “materie prime strategiche” (materie particolarmente importanti in quanto utilizzate in specifiche tecnologie verdi o digitali o per applicazioni nel settore della difesa o aerospaziale), elenchi progressivamente aggiornati ma comunque gravati da “lacune nei dati commerciali utilizzati [..], nonché problemi inerenti alla metodologia e alle proiezioni della domanda in relazione ai materiali strategici. Tali debolezze riducono l’affidabilità di entrambi gli elenchi”.
Obiettivi ambizioni ma non vincolanti
Persino i valori-obiettivo – il principale dei quali è garantire che la produzione interna di materiali strategici raggiunga il 10 % in termini di estrazione e il 40 % in termini di trasformazione – stabiliti dal recente Regolamento Ue dedicato al tema (n.1252/2024), lamenta la Corte, valori che servono per scandire il cammino dei paesi membri, “non sono vincolanti, riguardano solo le materie prime strategiche e mancano di giustificazione”. Inoltre, “non vi è una metodologia che consenta di ponderare il contributo di ciascun materiale al conseguimento dei valori-obiettivo”. Non è altresì chiaro in che modo “detti materiali contribuiscano al conseguimento degli obiettivi della normativa in materia di energie rinnovabili e del regolamento sull’industria a zero emissioni nette dell’UE”. Una sonora bocciatura, quindi.
Scarsa efficienza dei finanziamenti ai progetti dedicati
Ancora più drastica appare la Corte sull’esito dei finanziamenti pubblici destinati a risolvere questa fragilità, che risultano essere “distribuiti in maniera frammentata tra programmi, strumenti e direzioni generali della Commissione”, con l’aggravio che quest’ultima non sarebbe nemmeno in grado di monitorare i “risultati ottenuti mediante tali finanziamenti e non ne ha valutato gli effetti sull’approvvigionamento dell’UE”.
Altro elemento critico è che persino l’esplorazione di giacimenti in territorio europeo rimane marginale, scontando anche di gravi difficoltà nell’accesso alle risorse economiche e finanziarie e strozzate sul nascere da “lunghe e complesse procedure di rilascio delle autorizzazioni”.
Riciclo ancora marginale
Altro tasto dolente, secondo i magistrati contabili non è ancora sfruttato appieno il potenziale di materie prime reperibili dal riciclo, che giace ancora in una fase embrionale. Si rimane ancora ben lontani, infatti, dall’obiettivo di ricavare almeno il 25% delle materie prime strategiche dal riciclo entro l’imminente 2030, anche perché, spiegano i magistrati, “la maggior parte degli obiettivi di riciclaggio dell’UE non incentiva il riciclaggio dei singoli materiali né incoraggia l’adozione di materiali riciclati”.
Su questo fronte si registra anche una mancata sinergia tra i provvedimenti europei. L’esempio a cui ricorre la Corte riguarda il Regolamento sull’industria a zero emissioni nette, che si concentra “sull’aumento della capacità di produzione dell’UE di tecnologie a zero emissioni nette”, anche se “non contempla la sostituzione dei materiali”. Ed è peraltro “probabile che il ritardo nell’adozione degli atti di esecuzione della Commissione determini il rinvio dell’elaborazione e dell’attuazione dei piani nazionali di circolarità”.
Insomma, chiosa la Corte, sono ancora troppi gli ostacoli che impediscono al settore del riciclo di poter dare un serio contributo su questo fronte, quello dell’accesso alle materie prime critiche, sia per gli “elevati costi di trasformazione”, che per “la limitata disponibilità di materiali” e persino per il complicato “accesso alla tecnologia necessaria”. Fattori, questi, che continuano a limitare fortemente “la redditività commerciale delle operazioni di riciclaggio”.
Oltre a nuove regole, norme e divieti, sembra dire la Corte, servono le materie prime, le vere fondamenta materiali su cui costruire la complessa architettura della sostenibilità, così da rimetterci con i piedi per terra.





