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La scienza diventa democratica. Cos’è la citizen science

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Dalle osservazioni naturalistiche alle misurazioni degli inquinanti, alla condivisione della capacità di calcolo dei pc. La citizen scienze, che vede i cittadini coinvolti in progetti di ricerca scientifica, è sempre più diffusa.

I progetti di citizen science che coinvolgono i cittadini sono sempre di più: dalle iniziative dei Carabinieri del raggruppamento biodiversità a quelle di Legambiente, dal CNR alle Università. Come, ad esempio, il progetto Mosquito Alert che vede coinvolte Università La Sapienza di Roma e Ateneo di Bologna, Istituto superiore di sanità, Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie e Museo delle Scienze di Trento per conoscere i tipi di zanzare presenti e combatterne le infestazioni. Ma cos’è la citizen science e cosa fa un citizen scientist?

Citizen science, cos’è e quando nasce

“Le definizioni di citizen science che si leggono nei documenti dedicati all’argomento sono molte e diverse e a volte non è facile intendersi”, spiega il Sistema nazionale di protezione ambientale (SNPA). Secondo il sociologo Alan Irwing della Copenhagen Business School, autore di un libro sull’argomento, la citizen scienze è “una forma di scienza sviluppata e attuata dai cittadini stessi”. Potremmo definirla anche come la pratica di coinvolgere non scienziati in progetti di ricerca scientifica. Quello che fa la differenza tra un citizen scientist e uno scienziato amatoriale è, appunto, il collegamento con uno studio di ricerca condotto da un’organizzazione scientifica professionale. L’origine della citizen scienze è millenaria. Secondo alcune fonti le origini della scienza partecipata risalgono all’antica Cina, quando i contadini collaboravano con le autorità per monitorare gli spostamenti delle locuste. Ma se la differenza tra scienziato e citizen scientist è la professionalità, è forse errato risalire nel tempo a prima che lo scienziato diventasse una professione. Per questo, in genere, si fanno risalire i primi esempi di “scienza dei cittadini” al monitoraggio di uccelli migratori alla fine del XIX secolo: il primo vero progetto di scienza partecipata sarebbe quello dell’ornitologo statunitense Wells Cooke che, alla fine dell’800, ha coinvolto gli appassionati di birdwatching nella raccolta di informazioni sulla migrazione degli uccelli.

Cosa fanno i citizen scientist

Molto recente è invece la larga diffusione della citizen science e l’ampliamento delle mansioni dei citizen scientist, grazie soprattutto alla tecnologia. Dal web, che ha permesso di raggiungere più agevolmente appassionati e potenziali volontari; alla riduzione dei prezzi dei sensori e alla diffusione degli smartphone, che ha concesso ai cittadini strumenti poco meno che professionali. Oggi ci sono app che permettono di riconoscere piante e insetti o misurare l’inquinamento acustico ed atmosferico. È così che i citizen scientist possono moltiplicare la “potenza di fuoco” di un singolo ricercatore offrendo tanti punti di misurazione quanti sono i volontari, e raccogliendo grandi quantità di dati relativi, ad esempio, all’osservazioni di insetti, piante e uccelli, al monitoraggio della costa e dei bacini idrici. O ancora, ed anche questa è considerata citizen scienze, condividendo la capacità di calcolo del proprio pc per aiutare i grandi computer dei centri di ricerca.

La crescente diffusione della citizen science

La scienza è sempre più partecipata. Lo testimoniata il fatto che diverse agenzie di protezione ambientale (ad esempio quella statunitense, scozzese e anche quella italiana) incorporano nel loro lavoro i dati raccolti dai cittadini. Anche il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) sta esplorando le possibilità di utilizzo della citizen science nel monitoraggio ambientale. E la Commissione europea ha finanziato alcune iniziative di questo tipo nell’ambito del suo programma Horizon 2020. Il Global Biodiversity Information Facility, il più grande archivio sulla biodiversità al mondo, afferma di ottenere metà dei suoi miliardi di punti dati da fonti non professionali. Un esempio della rilevanza delle misurazioni dei cittadini lo abbiamo avuto nel 2011, pochi giorni dopo il disastro atomico di Fukushima: un piccolo gruppo di cittadini si è mobilitato per distribuire contatori Geiger che nelle settimane successive sono serviti a rettificare le informazioni del Governo giapponese sulla radioattività dei luoghi prossimi alla centrale. Altro interessante progetto, di diversa natura, è eMammal dello statunitense Smithsonian Institution: un software che permette di caricare immagini di fauna selvatica raccolte con fototrappole e identificare gli animali, contribuendo alle osservazioni sulle specie più a rischio. Il crescente coinvolgimento di appassionati ed esperti è dimostrato dalla nascita dell’Associazione europea di citizen science (ECSA) nel 2014 e della prima rivista scientifica internazionale di settore, Citizen Science: Theory & Practice. Nello stesso periodo vengono fondate la Citizen Science Association negli USA e l’Australian Citizen Science Association. E nel 2017 nasce la Citizen Science Global Partnership. In Italia, racconta Andrea Sforzi, zoologo e direttore del Museo di storia naturale della Maremma, “a partire dal 2005 si è assistito ad una crescita esponenziale dei progetti, l’85% dei quali sono stati sviluppati negli ultimi dieci anni. Dedicati per la maggior parte alla biodiversità”.

La questione della scientificità

“La principale critica che arriva da quel mondo scientifico non ancora persuaso della validità della citizen science – spiega ancora Sforzi – è che i dati raccolti non siano attendibili”. Tuttavia, aggiunge “i volontari che hanno acquisito una certa esperienza sono in grado di raccogliere informazioni sempre più accurate e affidabili. Inoltre, soprattutto in seno alle associazioni internazionali, si sta lavorando per un costante miglioramento degli standard qualitativi e dei processi di validazione dei dati, sulla formazione dei partecipanti e la produzione di strumenti in grado di garantire dati sempre più affidabili”.

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