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PFAS: un modello di bioaccumulo per valutarne la pericolosità

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In Italia non c’è ancora una legge per tutelare la salute umana dai rischi associati alla diffusione dei cosiddetti forever chemicals. Una ricerca dell’Università di Harvard ha elaborato un modello per prevedere il livello di bioaccumulo di PFAS nei pesci e valutare il rischio associato al consumo. 

Secondo una recente indagine di Greenpeace Italia nelle acque lombarde destinate al consumo umano sono presenti PFAS, sostanze chimiche artificiali altamente persistenti e associate a numerosi problemi per la salute dell’uomo. Dai dati ottenuti da Greenpeace Italia emerge che “su più di 4 mila campioni analizzati dagli enti preposti tra il 2018 e il 2022, circa il 19% del totale (pari a 738 campioni) è risultato positivo alla presenza di PFAS. Un inquinamento che rischia però di essere molto sottostimato, se si considera che le analisi condotte finora sono parziali e non capillari”. Alcuni studi evidenziano come la regione maggiormente interessata dalla presenza di questi agenti inquinanti sia il Veneto, ma ormai questi contaminanti sono presenti nelle acque della maggior parte delle Regioni italiane. 

PFAS: cosa sono e dove si trovano 

Le sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) o acidi perfluoroacrilici, sono una famiglia di composti chimici ampiamente utilizzati dall’industria in quanto idrorepellenti e oliorepellenti. Si tratta di acidi molto forti, resistenti ai maggiori processi naturali di degradazione. Questa azione deriva dalla sostituzione degli atomi di idrogeno, comunemente presenti nelle sostanze, con atomi di fluoro, attraverso dei legami fra carbonio e fluoro. Due delle sostanze chimiche più utilizzate nel gruppo dei PFAS sono l’acido perfluoroottanoico (PFOA) e il perfluorottano solfonato (PFOS). I PFAS nascono negli anni ’40 come composti chimici di sintesi; si stima che oggi ci siano tra 9.000 e 12.000 differenti tipi di queste sostanze chimiche, che possono essere ritrovate in più di 4.700 prodotti. I PFAS sono utilizzati in molti processi industriali e si ritrovano nei prodotti ad uso domestico per conferire proprietà antiaderenti alle superfici interne delle pentole, nei detergenti, nei prodotti lucidanti per pavimenti e nelle vernici. Alcuni PFAS sono utilizzati alla fine del processo di produzione per trattare tessuti, rivestimenti, tappeti e pelle per conferire resistenza all’acqua, all’olio e alle macchie (Gore-Text®). PFAS si ritrovano negli articoli medicali per impianti/protesi mediche e per prodotti come teli e camici chirurgici, nella placcatura di metalli, nella lavorazione del petrolio e nella produzione mineraria. Sono utilizzati nel settore aeronautico, nel settore automobilistico, nell’edilizia, per rivestire materiali che diventino resistenti agli incendi o agli agenti atmosferici, come additivi nelle pitture, nel settore elettronico, grazie alle proprietà dielettriche e idrorepellenti, nel settore energetico, nei prodotti antincendio. 

PFAS: una nuova ricerca per valutare i rischi del consumo di pesce 

I PFAS sono sostanze persistenti e difficilmente degradabili e per queste caratteristiche vengono definiti forever chemicals; si accumulano nei tessuti degli organismi e penetrano nella catena alimentare, in particolare quella acquatica, determinando rischi per i consumatori, uomo compreso. Ricercatori dell’Università di Harvard hanno sviluppato recentemente un modello di rete alimentare acquatica per prevedere il bioaccumulo di PFAS nei pesci; questo modello si basa su precedenti modelli di bioaccumulo e inserisce parametri aggiuntivi come la ripartizione dei PFAS nei fosfolipidi e nelle proteine e la loro eliminazione tramite la funzione renale. Le esposizioni ai PFAS sono state collegate a effetti negativi sulla salute sia per gli esseri umani che per la fauna selvatica; in particolare l’ingestione di frutti di mare è considerata un’importante fonte di esposizione umana. Il modello di bioaccumulo è un utile strumento per la valutazione del rischio associato al consumo di organismi acquatici: i risultati evidenziano come il bioaccumulo dipenda dalla struttura dei PAFS e dagli specifici meccanismi di legame con le proteine. 

Rischio PFAS: in Italia non c’è una legge per tutelare la salute 

Persistenza, bioaccumulabilità e pericolosità per la salute sono caratteristiche che appartengono non solo ai PFAS, ma anche ai polimeri che ne derivano, i cosiddetti Fluoropolimeri, come il Perfluoroalkoxy (PFA) e il polytetrafluoroethylene (PTFE), conosciuti rispettivamente come Teflon-PFA e Teflon. Questi polimeri, ritenuti innocui a causa del loro elevato peso molecolare, che costituisce un limite al superamento delle barriere biologiche di cellule, tessuti e organi, data la loro persistenza sono comunque considerati sostanze pericolose per la salute dell’uomo e dell’ambiente. Dai risultati degli ultimi studi scientifici, sperimentali ed epidemiologici, l’EFSA – Autorità europea per la sicurezza alimentare – evidenzia come i PFAS siano collegati ad un aumento dei livelli di colesterolo nell’uomo e ad alterazioni a livello di fegato, della tiroide, del sistema immunitario e del sistema riproduttivo. I PFAS vengono infatti considerati endocrine disrupter (modulatori endocrini) in grado di alterare in modo significativo il metabolismo endocrino degli organismi; essendo mobili, oltre che persistenti e tossiche, queste sostanze sono per le loro caratteristiche collocabili fra quelle pericolose per la vita. In Italia attualmente non esiste una normativa che regolamenti la presenza di PFAS nelle acque potabili; numerosi Paesi hanno invece introdotto limiti di sicurezza per la salute umana con valori prossimi allo zero. La Danimarca, per esempio, partendo dai dati sulla sicurezza alimentare elaborati da EFSA nel 2020, ha introdotto un limite per la somma di quattro sostanze PFAS (PFOA, PFOS, PFNA e PFHXS) pari a 2 nanogrammi per litro. Negli Stati Uniti, invece, l’Agenzia americana per la protezione dell’ambiente (EPA) ha recentemente proposto un valore limite pari a 4 nanogrammi per litro sia per il PFOA che il PFOS. Nel 2020 l’Europa ha adottato la Direttiva 2184 che entrerà in vigore anche in Italia nei prossimi anni che prevede un valore limite relativamente alla presenza complessiva di 24 PFAS, pari a 100 nanogrammi per litro; un provvedimento questo che non sembra adeguato alle ultime conoscenze su questi prodotti. Sulla base di queste normative non si può non sottolineare quanto risulta dal report dell’Agenzia Regionale per la Prevenzione e Protezione Ambientale del Veneto “Concentrazione di sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) nelle acque prelevate da ARPAV”, relativo al periodo 2013-2023. Nel report vengono riportati per i PFOA molti casi di concentrazioni superiori ai LOQ (limit of quantification, ossia la concentrazione minima di una sostanza che può essere misurata con precisione utilizzando un test standard) di 10 nanogrammi per litro (ng/L), con valori che arrivano a 5.000 ng/L. Meno numerosi i casi di contaminazione delle acque da parte dei PFOS, anche se in alcuni casi si supera il valore di 1.000 ng/l, con punte fino a 4.500 ng/L.

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