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Rifiuti provenienti dalle operazioni di bonifica: come si gestiscono?

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Man mano che i monitoraggi aumentano e le tecnologie progrediscono, l’inquinamento dei terreni legato alla storia industriale emerge sempre di più; per questo nei prossimi anni i rifiuti provenienti dalle attività di bonifica cresceranno. La loro gestione va pianificata valutandone tutti gli impatti.

Riprendiamo la nostra conversazione con Gianfranco Giolitti, direttore Circular Economy di Edison Next, per fare il punto sulla gestione dei rifiuti speciali e pericolosi in Italia. Con questa seconda intervista affrontiamo il tema dei rifiuti speciali provenienti dalle operazioni di bonifica e della gestione delle sostanze inquinanti pericolose di cui possono essere permeati.

Gianfranco Giolitti, quali sono le principali sostanze pericolose da trattare presenti nei rifiuti che vengono recuperati durante le operazioni di bonifica che si stanno facendo in Italia?

“Va detto che le grandi operazioni di bonifica nel nostro Paese riguardano principalmente contaminazioni derivanti da attività industriali effettuate circa sessanta o settant’anni fa, quando le norme e i modi di lavorazione industriale erano completamente diversi da oggi. Questa fase storica ci ha lasciato, oltre ai benefici delle produzioni, anche delle aree industriali permeate da materiali e sostanze derivanti dalle diverse lavorazioni. Quando parliamo di rifiuti da bonifica parliamo, dunque, principalmente di terra all’interno della quale è presente un inquinante derivato da attività industriali. Un rifiuto solido, di cui alcune frazioni, come la sabbia o la ghiaia, possono essere recuperate e destinate a nuove attività di carattere edile; in alcuni casi devono prima essere trattate per rimuovere il materiale inquinante di cui sono permeate, come avviene ad esempio attraverso il soil washing, una sorta di lavaggio del terreno che permette la separazione fisica dagli inquinanti o attraverso il desorbimento, un trattamento termico che favorisce la vaporizzazione dei contaminanti volatili. I principali inquinanti che troviamo nei terreni industriali oggetto di bonifica sono gli idrocarburi, l’amianto e i metalli pesanti, come il piombo e l’arsenico”.

Sono maggiori i rifiuti pericolosi provenienti dalle attività di bonifica o quelli prodotti dalle attività industriali in corso?

“L’evidenza dell’inquinamento di terreni legati alla storia industriale italiana sta emergendo sempre di più, poco per volta, e questo significa che le attività di bonifica da eseguire vanno crescendo. I rifiuti pericolosi che provengono dai terreni inquinati dalle attività industriali storiche sono molto distribuiti e in parte sconosciuti, perché non tutti i terreni di queste fabbriche sono stati analizzati. Emergeranno con il monitoraggio dei terreni: bisogna aspettarsi un volume crescente di questi rifiuti nei prossimi anni, ad oggi non quantificabile. Anche perchè le tecnologie avanzano e ci permettono di individuare sempre più agenti inquinanti all’interno dei terreni. Per le aziende con produzioni in corso, invece, i rifiuti speciali – pericolosi e non – sono un quantitativo definito, legato a una maggiore o minore produzione industriale e previsto nei costi aziendali.”.

I costi crescenti di bonifica da chi andranno sopportati principalmente?

I costi in teoria devono essere sopportati dal soggetto che ha generato l’inquinamento. Se il soggetto è, però, una fabbrica che ha chiuso 20 o 30 anni fa, di fatto il soggetto è individuabile ma non c’è più, e questo apre il tema di tutti i terreni che finiscono nelle mani dello Stato, che si trova a dover agire senza avere però le coperture”.

Quali sono le criticità collegate alla gestione dei rifiuti pericolosi provenienti dalle attività di bonifica?

“La necessità di interagire con le persone che vivono in un’area dove è stata portata avanti un’attività che ha lasciato dei rifiuti spinge a effettuare l’intervento di bonifica nella maniera più semplice: rimuovere il terreno e portarlo in una discarica specializzata o in un impianto di trattamento. Nessuno vuole un terreno inquinato vicino a casa propria, ma spostarlo in discarica, com’è avvenuto per anni, significa trasferire il problema da un’altra parte. Aggiungendovi, peraltro, un impatto non indifferente in termini di emissioni legato al trasporto, di aggravio del traffico veicolare e aumento del rischio di incidente con merci pericolose. Oggi ci troviamo di fronte a un numero di discariche che si sono progressivamente riempite negli anni, e si sta creando di fatto una impossibilità tecnica perché non esiste più spazio sufficiente”.

Che cosa bisognerebbe fare?

Cercare di spingere gli interventi di bonifica in situ, che minimizzano gli impatti. Cioè trovare le condizioni per poter risolvere il problema di inquinamento all’interno del sito, senza rimuovere l’intera massa, ma estraendone la parte inquinata, isolandola, e restituendo al sito la sua dimensione originaria; interventi tecnologicamente più complessi e più difficili da far accettare a chi risiede vicino all’area di inquinamento. Ma anche laddove i progetti prevedano attività di scavo e smaltimento in discarica dei rifiuti provenienti dalla bonifica, difficilmente il sito tornerà allo stato di greenfield: si tratta generalmente di siti industriali dismessi, che vengono destinati a nuovi usi produttivi. Inoltre, per alcune tipologie di rifiuti in Italia non ci sono impianti idonei; vanno trovate delle soluzioni”.

Se esistono oggi tecnologie adeguate per le bonifiche in situ, perché i cittadini si oppongono?

“Sicuramente manca, in linea generale, un piano di sostegno informativo vero e scientifico, tanto per i cittadini quanto per i soggetti pubblici che devono prendere decisioni su temi molto specifici. Inoltre, bisogna andare avanti con lo sviluppo tecnologico, per rendere più facile ed efficace l’intervento in situ. E se l’alternativa è spostare il rifiuto, bisogna porsi il problema di dove portarlo e avere mercati di destinazione sufficienti. Se non c’è una destinazione, il rifiuto non si può toccare”.

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