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Carbon farming: l’agricoltura italiana può trasformare la CO₂ in fonte di reddito?

Carbon farming: contadini che dissodano un terreno
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Attraverso il carbon farming, i campi coltivati non sono più soltanto una fonte di cibo, ma diventano polmoni tecnologici in grado di aspirare l’anidride carbonica dall’atmosfera e stoccarla stabilmente nel suolo.

Quello del carbon farming è un processo che può trasformare un servizio ecologico in un asset finanziario tangibile. Implementando pratiche di agricoltura rigenerativa — come per esempio le cosiddette cover crops, ossia le rotazioni colturali, oppure la minima lavorazione — le aziende agricole possono ottenere crediti di carbonio certificati. In Europa, questi titoli sono oggi quotati anche tra i 50 e gli 80 euro a tonnellata e alimentano un mercato globale che punta ai 140 miliardi di dollari. Tuttavia, non si tratta di una corsa all’oro priva di regole. Le nuove direttive UE impongono una tracciabilità digitale granitica.

Il mercato dei crediti: dall’offsetting all’insetting agricolo

Il mercato volontario dei crediti di carbonio sta vivendo una metamorfosi strutturale. Secondo i dati di BIS Research, il modello tradizionale di offsetting, per il quale un’azienda agricola vende il credito a una multinazionale esterna, che potrebbe essere una compagnia aerea o un qualsiasi altro super-inquinante, per compensare le sue emissioni, sta lasciando il passo a una strategia maggiormente integrata e, potenzialmente, ben più efficace: quella dell’insetting.

In questo secondo scenario, sono le grandi filiere agroalimentari a investire direttamente nei propri fornitori agricoli. L’obiettivo di questa azione è quello di decarbonizzare l’intera catena del valore, a partire dalla radice, da chi fornisce la materia prima. Per l’agricoltore italiano, insetting significa stipula di contratti più stabili e creazione di partnership tecnologiche con i grandi player del food. In questo modo, la sostenibilità diventa un vantaggio competitivo di filiera piuttosto che una semplice transazione spot come l’acquisto di crediti di carbonio ottenuti attraverso l’impegno di altri.

La certificazione europea: i 4 pilastri del framework QU.A.L.ITY

Per dare credibilità a un mercato come quello dei crediti di carbonio, che ha numerosi detrattori secondo i quali non sarebbe funzionale alla riduzione dell’impatto ecologico ma si tratterebbe semplicemente di uno strumento che consente a chi inquina di continuare a farlo, previo pagamento, la Commissione Europea ha stabilito il quadro di certificazione QU.A.L.ITY. Questo acronimo definisce i requisiti minimi affinché lo stoccaggio di CO2 si possa trasformare in credito scambiabile. I pilastri del framework vogliono fornire legittimità e porsi come barriera d’accesso che funga da garanzia.

Q – Quantification

La quantificazione deve basarsi su dati scientifici certi. Non basta dichiarare di aver piantato una siepe; bisogna misurare quanto carbonio organico è stato effettivamente sequestrato nel terreno rispetto a una linea di base predefinita. Ogni attività volta al sequestro di CO2 deve dimostrare di apportare un effettivo beneficio per l’assorbimento netto. Il calcolo, laborioso, si effettua confrontando assorbimenti ed emissioni rilevati rispetto a un livello di riferimento normalizzato al netto dei gas a effetto serra dovuti all’attuazione dell’attività stessa.

Questi livelli di riferimento normalizzati rappresentano la vera discriminante nel corso della quantificazione e sono definiti dalla Commissione europea. Qualora non fossero disponibili (come può capitare, a causa di mancanze di dati o imprecisione grossolana), gli operatori stessi sarebbero tenuti a calcolare il livello di riferimento relativo alla propria attività, secondo le norme standard stabilite e definite nella metodologia dell’Unione.

A – Additionality

Questo secondo vincolo è piuttosto severo. È necessario per l’ottenimento di un reddito da agricoltura rigenerativa. Questo credito, però, viene riconosciuto solo se l’attività va oltre gli obblighi di legge o gli standard già finanziati dalla Politica Agricola Comune, o PAC. Chi vuole monetizzare deve impegnarsi a fare di più rispetto a quello che è il suo dovere come agricoltore operante sul territorio della UE.

Il nome stesso, addizionalità, implica che le attività di sequestro del carbonio vanno aggiunte alle pratiche standard. Pertanto, gli operatori devono svolgere attività che non siano già imposte dalla legge applicabile o che siano finanziariamente sostenibili. L’incentivazione fornita dalla certificazione relativa agli assorbimenti di carbonio e alla carboniocoltura non si applica alle operazioni già previste dal quadro normativo della PAC.

L – Long-term storage

Il carbonio deve restare nel suolo. Se un agricoltore adotta la pratica del no-tillage, o semina su sodo, al fine di accumulare materia organica, ma l’anno successivo decide di arare profondamente, la CO2 precedentemente immagazzinata viene immediatamente rilasciata in atmosfera. In questo caso, il credito viene annullato, a meno che non siano previsti meccanismi di rimpiazzo.

Tutti gli operatori devono monitorare e garantire lo stoccaggio del carbonio in un determinato periodo, detto di monitoraggio, e sono responsabili di eventuali inversioni nei livelli di CO2 custodita che si verificano durante tale intervallo di tempo. Le unità certificate generate da carboniocoltura e stoccaggio del carbonio nei prodotti sono temporanee. Pertanto, scadono al termine del periodo di monitoraggio. È possibile rinnovare il periodo, al suo termine, o dimostrare che lo stoccaggio sia permanente.

S – Sustainability

La pratica di sequestro non deve impattare in altro modo. Non è ammissibile inquinare per altre vie mentre ci si adopera per confinare la CO2. Uno stoccaggio ottenuto abusando di pesticidi, o fertilizzanti sintetici che distruggono la biodiversità e, magari, inquinano le falde acquifere non può essere definito carbon farming. Il bilancio ecologico deve essere positivo su tutti i fronti.

In aggiunta, la carboniocoltura deve generare almeno un beneficio collaterale per la biodiversità e/o gli ecosistemi. La biomassa utilizzata per l’assorbimento del carbonio non può non soddisfare i requisiti minimi di sostenibilità stabiliti nella direttiva UE relativa all’energia rinnovabile: la 2018/2001. Ogni attività di carbon farming deve evitare danni ambientali e sostenere obiettivi di sostenibilità più ampi:

  • utilizzo sostenibile e protezione di acque e risorse marine;
  • protezione e ripristino degli ecosistemi e delle loro biodiversità;
  • adattamento ai cambiamenti climatici;
  • transizione verso l’economia circolare;
  • prevenzione e riduzione dell’inquinamento.

Il valore dei dati nel carbon farming: tabella

Metodo di misurazioneAffidabilitàValore stimato del credito
Stima generica, su base statisticaBassa: alto rischio di greenwashingBasso (< 10 € a tonnellata di CO2)
Analisi del suolo sporadicheMedia, a causa degli alti costi di campionamentoMedio (20 – 35 €/t)
Sensori IoT, satelliti ed eventualmente impiego di blockchainAltissima, misurabilità mai in discussione: metodi verificabili e immutabiliAlto (50 – 80 €/t)

Come evidenziato in tabella, la tecnologia non è solo un costo, ma il moltiplicatore del valore economico del credito. Più il dato è certo, più il mercato è disposto a pagare. Non c’è nulla di sbagliato in questo. I metodi di misurazione alternativa hanno grossi punti deboli: o sono facilmente alterabili o sono troppo costosi per il beneficio che restituiscono in termini di credito.

La barriera d’ingresso al carbon farming: il rischio d’impresa e le tecnologie digitali

Nonostante le evidenti potenzialità, la strada verso il mercato dei crediti è lastricata di sfide tecnologiche. Gli agricoltori italiani lo sanno bene: come sottolineato da associazioni come Confagricoltura, la barriera d’ingresso è rappresentata dagli elevati costi iniziali. Per misurare e certificare il carbonio servono costellazioni satellitari di elevata potenza; software di Agritech avanzati e consulenze agronomiche specializzate in avvio.

L’agricoltore non può e non deve farsi carico da solo di questo rischio d’impresa. Il successo del carbon farming in Italia dipenderà dalla capacità dello Stato e delle grandi filiere di supportare l’adozione di queste tecnologie, garantendo che il valore generato rimanga, in larga parte, nelle tasche di chi la terra la lavora. In questo senso, il nostro Paese ha avviato ambiziosi progetti pilota, come AgroEcology Italy, che dal 2022 a oggi ha sequestrato oltre 50mila crediti di carbonio. La strada per l’adozione su larga scala del carbon farming appare piuttosto lunga e tortuosa, ma chi riesce a partire diventa in poco tempo un importante sequestratore di CO2.

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Mattia Mezzetti

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