Uno studio su Nature ricostruisce il costo economico globale del cambiamento climatico: le emissioni non generano solo danni ambientali, ma rallentano la crescita per decenni. Gli Stati Uniti associati a centinaia di miliardi di perdite in India e Brasile. Il costo della CO2 cresce nel tempo e colpisce soprattutto i più vulnerabili.
Una tonnellata di anidride carbonica emessa oggi può generare fino a quasi 1.800 dollari di danni economici entro la fine del secolo. E le emissioni storiche degli Stati Uniti risultano associate a centinaia di miliardi di dollari di perdite in paesi come India e Brasile. È il nuovo “prezzo” del clima che emerge da uno studio pubblicato su Nature, che prova a misurare in termini economici il peso globale del riscaldamento terrestre e le sue profonde disuguaglianze.
Il costo sociale del carbonio
Al centro della ricerca c’è il cosiddetto “costo sociale del carbonio”: la stima dei danni economici complessivi causati da una singola tonnellata di CO2 lungo tutto il suo ciclo di impatto. Per arrivarci, gli autori mettono in fila una catena di effetti: dalle emissioni all’aumento delle temperature globali, dall’impatto del calore sulla crescita economica dei singoli Paesi fino alla traduzione di queste variazioni in perdite monetarie nel lungo periodo.
Un elemento chiave dello studio è l’attenzione agli effetti sulla crescita del PIL; non solo quanto si perde oggi, ma quanto il cambiamento climatico rallenta lo sviluppo nel tempo. Anche piccoli rallentamenti della crescita, se proiettati su decenni, producono infatti differenze enormi nel lungo periodo. Secondo le stime, una tonnellata di CO2 emessa nel 1990 ha già causato circa 180 dollari di danni fino al 2020, ma ne produrrà altri 1.800 circa entro il 2100. In altre parole, la parte più consistente del costo climatico deve ancora arrivare.
Un sistema globale di danni incrociati
Lo studio introduce anche una dimensione poco quantificata finora: la distribuzione geografica dei danni. Le emissioni di un paese non colpiscono solo il territorio nazionale, ma producono effetti economici diffusi a livello globale, con forti squilibri tra chi emette e chi subisce.
Tra gli esempi più rilevanti, le emissioni storiche degli Stati Uniti risultano associate a circa 500 miliardi di dollari di danni economici in India e circa 330 miliardi in Brasile. Si tratta di una parte di un sistema molto più ampio di “flussi di danno” tra paesi, che il modello ricostruisce su scala globale. Il risultato è una mappa del cambiamento climatico come rete di responsabilità economiche interconnesse, in cui i principali emettitori storici contribuiscono in modo significativo ai danni subiti altrove.
Christopher Callahan (della Stanford University), uno degli autori della ricerca, spiega – in dichiarazioni riportate dal Guardian – che il lavoro mostra come il costo economico del cambiamento climatico sia “molto più elevato di quanto stimato in precedenza” e destinato a crescere nel tempo; mentre Justin Mankin (del Dartmouth College), sottolinea come lo studio consenta di quantificare in modo sistematico il legame tra emissioni storiche e danni economici distribuiti tra diversi Paesi, rendendo esplicita la dimensione globale delle responsabilità climatiche.
Chi emette e chi paga
Nel confronto tra Paesi, gli Stati Uniti emergono come uno dei principali responsabili storici dei danni climatici globali, seguiti dall’Europa industrializzata e dalla Cina, il cui contributo cresce soprattutto negli ultimi decenni. Essa rappresenta uno dei maggiori emettitori recenti, mentre le economie occidentali concentrano una quota significativa dell’impatto cumulativo nel lungo periodo. Il risultato complessivo è una distribuzione temporale e geografica fortemente asimmetrica: chi ha emesso di più in passato continua a generare una parte rilevante dei danni già “incorporati” nel sistema climatico, mentre i grandi emettitori attuali stanno aumentando rapidamente il proprio peso sul futuro.
Il Guardian – che ha rilanciato i risultati dello studio, sottolineandone soprattutto la portata economica e le implicazioni globali – evidenzia come le emissioni degli Stati Uniti dal 1990 siano associate a circa 10 trilioni di dollari di danni climatici complessivi, una parte dei quali ricade internamente, ma la maggioranza si distribuisce a livello internazionale. I danni globali stimati attribuibili alla Cina si attesterebbero sui 9 trilioni di dollari.
Un debito climatico che cresce nel tempo
Lo studio, insomma, ci dice che il costo economico del cambiamento climatico è stato finora sottostimato. L’effetto combinato tra aumento delle temperature e rallentamento della crescita economica porta a perdite che si accumulano nel tempo, molto oltre le stime tradizionali. Il quadro che emerge è quello di un “debito climatico” in continua espansione: le emissioni di oggi generano effetti che si accumulano per decenni, incidendo sulla crescita globale ben oltre l’orizzonte attuale delle politiche economiche.
In questa prospettiva, il cambiamento climatico non è soltanto un problema ambientale, ma un fattore strutturale che ridistribuisce ricchezza e crescita tra Paesi nel lungo periodo, con conseguenze economiche profonde e durature.





