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Centrali a carbone: chiusura posticipata al 2038

Centrali a carbone
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Non un ritorno al carbone ma una misura di sicurezza energetica. Così il governo sulla proroga del funzionamento delle centrali elettriche a carbone fino al 2038, tredici anni in più per quelle di Brindisi e Civitavecchia, di fatto ferme, mentre le due centrali sarde funzionano sotto regime di “servizio essenziale”. Una misura presa per abbattere i costi dell’energia, che potrebbe non rivelarsi utile in tal senso.

Le centrali elettriche a carbone di Brindisi e Civitavecchia, così come quelle di Portovesme e Fiume Santo, entrambe in Sardegna, rimarranno in funzione fino al 2038. Stando al Piano nazionale energia e clima (Pniec), le prime due avrebbero dovuto smettere di funzionare per sempre il 31 dicembre 2025, quelle sarde nel 2028, considerata la situazione energetica dell’isola e in attesa del completamento del Tyrrhenian Link, l’elettrodotto sottomarino di Terna.

Ma il governo, con il decreto bollette – convertito in legge dopo l’approvazione delle Camere e recante, tra le altre, misure urgenti per la riduzione del costo dell’energia elettrica e del gas in favore delle famiglie e delle imprese – ha deciso diversamente, prorogandone la dismissione. Colpa della crisi energetica causata dalla guerra in Medio Oriente, con lo stop iraniano al passaggio delle navi nello Stretto di Hormuz.

In considerazione delle forti incertezze geopolitiche e della sua consistente dipendenza dal gas estero, l’Italia vuole garantirsi la possibilità di continuare a usare il carbone per produrre energia elettrica. Una scelta che, tuttavia, potrebbe non rivelarsi idonea a ridurre i costi dell’energia, secondo diversi analisti. Controproducente, secondo gli ambientalisti. 

Le centrali a carbone in Italia

Allo stato attuale, dunque, l’Italia dispone di quattro centrali elettriche a carbone. Brindisi Sud e Torrevaldaliga Nord, quelle sulla penisola, sono entrambe di proprietà di Enel, che possiede anche la centrale Grazia De Ledda a Portoscuso, nel Sulcis. Quella di Fiume Santo, in provincia di Sassari, sulla costa del Golfo dell’Asinara, appartiene al gruppo ceco EPH. La potenza installata complessiva è di circa 4,7 gigawatt (GW), di cui circa 3,7 GW tra Brindisi Sud e Civitavecchia e circa 1,0 GW in Sardegna: ma questa è la capacità massima teorica, se funzionassero a pieno regime.

Mentre la produzione reale è molto più bassa. Si attestava sui 13 terawattora (TWh) circa nel 2022 ed è scesa a 6,6 TWh nel 2023 e 3,5 TWh nel 2024. Da allora Brindisi è ferma. Civitavecchia, che produceva 0,3 TWh nel 2024, si è fermata nel 2025. Solo gli impianti sardi hanno generato energia nel 2025. Essi operano, infatti, sotto uno speciale regime normativo di “servizio essenziale”, con pieno reintegro dei costi, stabilito dal regolatore dell’energia ARERA per ragioni di sicurezza legate del completamento del Tyrrhenian Link e dello sviluppo degli accumuli.

Fermata a freddo per Civitavecchia e Brindisi, riattivabili subito

Era previsto che dal primo gennaio 2026 Civitavecchia e Brindisi non fossero più autorizzate alla combustione del carbone. Ma il phase-out è stato rimandato. Una decisione che non nasce nelle scorse settimane e già illustrata dal ministro delle imprese e del made in Italy Adolfo Urso ad agosto scorso in question-time: l’impegno assunto con il Pniec a cessare la produzione elettrica da carbone entro il 31 dicembre 2025 rimaneva confermato, prevedendo tuttavia “unicamente” il posticipo del phase-out del carbone al 2038.

“Sarà quindi attuata una fermata a freddo delle centrali, finalizzata a garantire la sicurezza energetica nazionale, senza arrecare alcun pregiudizio all’ambiente, in linea con quanto già adottato da altri Paesi europei”, scriveva Urso su X. Una volontà di mantenere “in riserva”, e riattivabili subito, le centrali di Brindisi e Civitavecchia più volte espressa anche dal ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin. Il quale ha però sottolineato che riattivare Civitavecchia e Brindisi avrebbe senso “soltanto se il prezzo del gas salisse stabilmente sopra i 70 euro, altrimenti, i costi non sarebbero sostenibili”. Siamo al momento sui 56-54 € per MWh.

I costi elevati del carbone

I costi sono la nota dolente su cui insistono diversi economisti e tecnici. Produrre attualmente energia con il carbone, che è la fonte fossile più inquinante, è caro: al costo della materia prima si somma quello dell’Emissions trading system (ETS), il sistema di scambio delle quote di emissioni di gas a effetto serra attivo nell’Unione europea, e che il governo italiano chiede di sospendere.

“In Italia la generazione a carbone è diventata strutturalmente diseconomica a fronte del completamento del processo di phase-out, dell’incidenza delle quote ETS nella formazione dei prezzi e dell’esclusione di tali centrali dal capacity market”, scrive per esempio Francesca Andreolli del think tank italiano per il clima Ecco. “La norma prevista dal decreto Bollette che fissa il phase-out definitivo delle centrali al 2038 appare molto scoordinata rispetto alle esigenze della crisi di oggi e la necessità di impostare una strategia energetica di lungo periodo. Le centrali non sono in grado di fornire elettricità a un prezzo inferiore al già elevato prezzo del gas e un loro mantenimento al 2038 introduce un costo ulteriore al sistema elettrico”, prosegue.

Ambientalisti: la sicurezza energetica si costruisce con le rinnovabili

I costi, ma non solo. Il governo, secondo gli ambientalisti, non ha saputo o voluto incentivare le rinnovabili per costruire un percorso diverso dalla dipendenza dal gas estero, che garantisse autonomia ed energia pulita, a costi contenuti.

“L’emendamento che sospende la chiusura delle centrali a carbone, che non contribuiranno a ridurre i prezzi dell’energia – prosegue Andreolli – porta nuovamente in luce come il decreto Bollette eviti il punto centrale della dipendenza della generazione a gas come causa di alti prezzi dell’energia elettrica. In particolare, il decreto non identifica interventi incisivi per le rinnovabili, il cui sviluppo è, paradossalmente, in calo per le incertezze normative legate alle autorizzazioni, ai tempi di connessione e alla mancata definizione dei meccanismi di asta. La capacità rinnovabile nel 2025 ha avuto un calo del 7%, circa 500 MW in meno nel 2025 rispetto al 2024 (+7 GW nel 2025 rispetto ai +7,5 GW del 2024)”.

E secondo la nota congiunta di Forum Diseguaglianze Diversità, Greenpeace Italia, Kyoto Club, Legambiente, Transport & Environment e Wwf, la proroga al 2038 della chiusura delle centrali a carbone in Italia è “una decisione grave, che contraddice apertamente gli impegni climatici assunti dal Paese e che interviene in modo repentino su un quadro programmatorio appena definito”. “Utilizzare l’emergenza energetica come giustificazione per il prolungamento del carbone appare una scelta strumentale, non supportata da alcuna evidenza tecnica”, scrivono le associazioni.

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