Chiudi
Cerca nel sito:

La ricarica passiva delle falde acquifere può essere una soluzione concreta contro la siccità estiva?

pioggia sull'asfalto
Condividi l'articolo


Dai canali della Pianura Padana ai bacini di infiltrazione israeliani, la ricarica passiva delle falde trasforma l’acqua in una riserva strategica contro la siccità.

La crescente frequenza di estati calde e prolungate, unita ai prelievi sempre più intensi di acqua per usi agricoli, civili e industriali, sta mettendo sotto pressione gli acquiferi italiani. Quando il bilancio idrologico rimane negativo per lunghi periodi, le falde non riescono a rigenerarsi naturalmente. Gli effetti vanno dall’abbassamento del livello piezometrico alla subsidenza del terreno.

Per questo motivo la ricerca e l’ingegneria idraulica stanno puntando sempre di più sulla ricostituzione delle falde acquifere passive. Si tratta di una strategia che sfrutta le aree di ricarica dell’infiltrazione idrogeologia per immagazzinare nel sottosuolo l’acqua disponibile durante i periodi più piovosi. Attraverso sistemi di infiltrazione controllata e la naturale capacità di biofiltrazione del suolo e degli acquiferi, queste infrastrutture verdi consentono di creare riserve idriche sotterranee più resilienti. In questo modo si limitano le perdite dovute all’evaporazione e si contribuisce alla sicurezza idrica durante i mesi estivi.

L’idea non è nuova, ma oggi viene supportata da solide conoscenze idrogeologiche e da progetti sperimentali che dimostrano come la ricarica controllata degli acquiferi possa diventare uno degli strumenti più efficaci per adattarsi ai cambiamenti climatici. Scopriamo quindi come funzionano le infrastrutture invisibili destinate a rigenerare il patrimonio idrico profondo del Paese.

La crisi idrica e lo svuotamento degli acquiferi profondi

Durante l’estate la crisi idrica italiana non riguarda solo fiumi e invasi superficiali, ma anche le riserve sotterranee. Gli acquiferi, fondamentali per l’approvvigionamento idrico, sono sottoposti a una pressione crescente per effetto del cambiamento climatico, delle temperature più elevate e della riduzione delle precipitazioni efficaci.

Il problema emerge quando si verifica un bilancio idrologico negativo, cioè quando l’acqua prelevata dal sottosuolo supera quella restituita naturalmente attraverso l’infiltrazione. L’irrigazione agricola intensiva rappresenta uno dei principali fattori di squilibrio. Infatti in molte aree i prelievi dai pozzi sono superiori alla velocità di ricarica delle falde, causando l’abbassamento del livello piezometrico, la formazione di coni di depressione e la riduzione della pressione idrostatica del sottosuolo.

Una corretta gestione delle risorse idriche sotterranee richiede quindi interventi capaci di aumentare la capacità naturale di rigenerazione degli acquiferi. In questo processo è fondamentale la biofiltrazione del suolo e degli acquiferi, che durante l’infiltrazione sfrutta le caratteristiche fisiche e biologiche del terreno per trattenere sedimenti e migliorare la qualità dell’acqua prima del suo ritorno nelle riserve sotterranee.

 Come funziona la ricarica delle falde e i sistemi ARF

La ricarica controllata delle falde è una strategia di gestione idrica che mira a incrementare artificialmente l’apporto d’acqua agli acquiferi sfruttando processi naturali di infiltrazione. Le Aree di Ricarica Controllata (ARF) sono sistemi progettati per intercettare le acque disponibili durante i periodi di maggiore abbondanza, come le piene fluviali o le precipitazioni intense, e favorirne il trasferimento graduale nel sottosuolo.

Come spiegato nei materiali di idrogeologia dell’Università di Trieste, queste infrastrutture si basano sul principio della ricarica artificiale degli acquiferi attraverso superfici caratterizzate da elevata permeabilità, dove l’acqua può infiltrarsi fino a raggiungere le riserve sotterranee.

A differenza delle grandi opere idrauliche tradizionali, le ARF sono infrastrutture verdi decentralizzate. Possono essere costituite da bacini di infiltrazione, aree forestali dedicate, canali di dispersione o superfici naturali riqualificate. Il loro obiettivo è rallentare il deflusso superficiale e restituire al terreno una funzione che l’urbanizzazione ha progressivamente ridotto.

L’impermeabilizzazione del suolo causata da strade, edifici e infrastrutture impedisce infatti all’acqua piovana di infiltrarsi naturalmente, aumentando il rischio di ruscellamento e riducendo la ricarica delle falde. Le ARF agiscono quindi come sistemi di compensazione ecologica. Infatti trattengono temporaneamente l’acqua in superficie e l’accompagnano verso gli strati profondi del terreno, trasformando le precipitazioni in una riserva idrica utilizzabile nei periodi di siccità.

Il ruolo della biofiltrazione del suolo durante la percolazione

Durante il percorso verso la falda, l’acqua attraversa una complessa matrice naturale composta da sabbia, limo, argilla, sostanza organica e microrganismi. Questo processo non rappresenta soltanto un movimento fisico verso il sottosuolo, ma una vera forma di depurazione naturale.

La struttura porosa del terreno funziona come un filtro passivo tridimensionale. I granuli minerali trattengono le particelle solide sospese, riducendo il trasporto di sedimenti verso l’acquifero. Allo stesso tempo, nelle zone ricche di vegetazione, la rizosfera, cioè la porzione di terreno influenzata dalle radici delle piante, ospita comunità batteriche capaci di degradare numerosi composti organici attraverso processi biochimici naturali.

La biofiltrazione del suolo e degli acquiferi permette quindi di migliorare progressivamente la qualità dell’acqua infiltrata prima che raggiunga la falda. Le radici delle piante favoriscono inoltre la struttura del terreno, aumentando la porosità e creando condizioni più favorevoli al passaggio dell’acqua.

Questo equilibrio tra processi fisici e biologici rende le ARF particolarmente interessanti. Il terreno non viene utilizzato soltanto come spazio di accumulo, ma come un sistema attivo in grado di filtrare e regolare naturalmente il flusso idrico.

La legge di Darcy e il controllo della velocità di filtrazione

Il movimento dell’acqua nel sottosuolo segue precise regole fisiche descritte dalla legge di Darcy, uno dei principi fondamentali dell’idrogeologia. La legge stabilisce che la velocità con cui l’acqua attraversa un mezzo poroso dipende dalla conducibilità idraulica del terreno e dal gradiente del carico idraulico.

In forma semplificata:

v = -K h

dove:

  • v rappresenta il vettore della velocità di filtrazione dell’acqua;
  • K indica la conducibilità idraulica del mezzo saturo, cioè la capacità del terreno di lasciarsi attraversare dall’acqua;
  • h rappresenta il gradiente del carico idraulico, ovvero la variazione della pressione dell’acqua nello spazio.

Come spiegano le fonti scientifiche, questo significa che non tutti i terreni sono ugualmente adatti alla ricarica artificiale delle falde. Un suolo troppo compatto, con bassa permeabilità, rallenta eccessivamente l’infiltrazione provocando ristagni superficiali. Al contrario, un terreno con caratteristiche granulometriche adeguate consente un passaggio graduale dell’acqua verso l’acquifero.

La scelta della porosità e della composizione del terreno nelle ARF diventa quindi un elemento fondamentale per evitare fenomeni di rigurgito idraulico superficiale e garantire un’infiltrazione efficace. Il tempo necessario affinché l’acqua raggiunga la falda dipende infatti da diversi parametri idrogeologici, tra cui conducibilità idraulica, porosità efficace, spessore degli strati attraversati e caratteristiche dell’acquifero sottostante.

Gli studi sulla modellazione della ricarica artificiale mostrano come la simulazione del comportamento dell’acqua nei mezzi porosi sia essenziale per progettare sistemi efficienti e prevedere i tempi di risposta degli acquiferi.

Il paradosso dei grandi invasi artificiali rispetto allo stoccaggio passivo

I grandi invasi superficiali sono una delle soluzioni più utilizzate contro la scarsità idrica, ma durante le estati calde mostrano alcuni limiti. L’esposizione diretta all’atmosfera provoca infatti importanti perdite per evaporazione, che nei periodi più siccitosi possono arrivare fino al 20% del volume accumulato. Inoltre, i bacini a cielo aperto possono favorire fenomeni di eutrofizzazione e richiedono ampie superfici, spesso sottratte ad altri usi del territorio.

Lo stoccaggio negli acquiferi offre invece una soluzione più protetta. L’acqua viene conservata nel sottosuolo, al riparo dall’evaporazione, con temperature più stabili e una maggiore protezione dagli agenti contaminanti. La ricostituzione delle falde acquifere passive non sostituisce gli invasi tradizionali, ma li integra trasformando il sottosuolo in una riserva strategica più resiliente per affrontare la siccità estiva e migliorare la sicurezza idrica nel lungo periodo.

Esempi virtuosi di ricarica idrica passiva in pianura padana ed esperienze internazionali

La ricarica passiva delle falde è già applicata in diversi contesti dove l’ingegneria idraulica sostenibile integra infrastrutture tradizionali e processi naturali. In Pianura Padana, lungo i bacini del Po e del Ticino, alcuni sistemi di infiltrazione sfruttano la rete storica dei canali irrigui come strumenti per favorire il ritorno dell’acqua nel sottosuolo.

Durante i periodi invernali, quando la richiesta agricola diminuisce e le disponibilità idriche possono essere maggiori, questi canali vengono utilizzati come vettori di ricarica. L’acqua viene distribuita su terreni permeabili, aumentando la percolazione verso gli acquiferi superficiali. In questo modo una parte delle risorse accumulate nei mesi più umidi può essere restituita ai pozzi civili durante l’estate, quando la pressione sulla falda aumenta.

Il progetto pilota della ricarica della falda nell’acquifero di Schio e Santorso

Un esempio significativo arriva dall’Alto Vicentino, dove è stato sperimentato un sistema di ricarica controllata nell’acquifero di Schio e Santorso. Il progetto sfrutta le acque del torrente Timonchio durante le fasi di morbida, cioè nei periodi in cui la portata aumenta senza raggiungere condizioni di piena, convogliandole verso un’area di circa un ettaro destinata a bosco di infiltrazione.

L’acqua viene lasciata penetrare naturalmente nel terreno attraverso un processo passivo, senza necessità di sistemi di pompaggio, sfruttando la permeabilità dei materiali presenti nell’area. Il monitoraggio dell’intervento ha permesso di valutare i volumi infiltrati e di osservare gli effetti sulla falda. Si è evidenziato un contributo alla disponibilità idrica dei pozzi potabili situati a valle soprattutto nei mesi estivi, quando la richiesta raggiunge il massimo e le precipitazioni sono più scarse.

Il sistema di spandimento controllato nel bacino idrografico del fiume Serio

Un altro esempio riguarda il bacino del fiume Serio, in Lombardia. Qui la rete storica dei canali irrigui viene utilizzata anche per favorire la ricarica indotta degli acquiferi. I canali artificiali non rivestiti, nati originariamente per distribuire acqua alle coltivazioni, possono essere alimentati nei periodi di surplus idrico per aumentare l’infiltrazione diffusa verso la falda superficiale della pianura.

Il principio è semplice: invece di far defluire rapidamente l’acqua disponibile, il sistema sfrutta la capacità filtrante dei terreni attraversati dai canali, aumentando il tempo di permanenza dell’acqua sul territorio. La percolazione attraverso il fondo permeabile dei corsi artificiali permette così di restituire gradualmente risorsa agli acquiferi, contribuendo a compensare i prelievi estivi.

Le metriche di sfasamento idrologico dell’onda di ricarica sotterranea

La ricarica artificiale delle falde non produce effetti immediati. L’acqua infiltrata a chilometri di distanza dai pozzi di prelievo deve attraversare lentamente lo spazio poroso del sottosuolo prima di modificare il livello della falda. Questo intervallo temporale viene definito sfasamento idrologico o lag-time.

Il tempo necessario affinché l’effetto della ricarica diventi misurabile dipende dalle caratteristiche dell’acquifero. In particolare dal coefficiente di immagazzinamento (S), che indica la capacità del sistema di accumulare e rilasciare acqua, e dalla trasmissività (T), cioè dalla capacità dell’acquifero di trasmettere il flusso idrico.

Gli studi idrologici mostrano che la risposta della falda può essere descritta attraverso modelli che collegano distanza, proprietà del mezzo poroso e tempi di propagazione dell’onda di ricarica. In termini semplificati, maggiore è la capacità dell’acquifero di trasmettere acqua e minore è la resistenza al movimento sotterraneo, più rapida sarà la risposta osservabile nei pozzi.

Questo sfasamento temporale è proprio ciò che rende strategica la ricarica passiva: l’acqua infiltrata in primavera non viene utilizzata immediatamente, ma crea una riserva sotterranea che può sostenere la pressione piezometrica nei mesi più critici dell’estate, funzionando come uno “scudo idrico” naturale contro la siccità.

Le barriere di infiltrazione passiva della costa di Tel Aviv

Un esempio internazionale di grande interesse arriva da Israele con il sistema Shafdan, sviluppato nell’area costiera di Tel Aviv. Il progetto utilizza bacini di infiltrazione realizzati in terreni sabbiosi per favorire la ricarica artificiale degli acquiferi attraverso acque reflue sottoposte a un avanzato processo di trattamento e pre-purificazione.

L’acqua viene infiltrata lentamente nel sottosuolo, dove attraversa gli strati sabbiosi che svolgono un’ulteriore funzione filtrante prima di raggiungere la riserva idrica profonda. Oltre ad aumentare la disponibilità dell’acquifero, il sistema svolge una funzione strategica: crea una barriera idraulica contro l’intrusione salina del Mar Mediterraneo.

Nelle zone costiere, infatti, l’eccessivo sfruttamento delle falde può favorire l’ingresso dell’acqua marina nel sottosuolo, aumentando la concentrazione di cloruri e compromettendo la qualità dei pozzi potabili. Mantenendo più elevata la pressione dell’acquifero attraverso la ricarica controllata, il progetto Shafdan contribuisce a contrastare questo fenomeno e a proteggere una risorsa idrica essenziale.

L’esperienza israeliana dimostra come la ricarica passiva possa diventare non solo una soluzione contro la siccità, ma anche uno strumento di difesa degli acquiferi vulnerabili in aree soggette a forte pressione ambientale.

TI È PIACIUTO QUESTO ARTICOLO?
Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere aggiornamenti sulle novità e sulle storie di rigenerazione territoriale:

Condividi l'articolo
Rosaria De Benedictis

Ultime Notizie

Cerca nel sito