La campagna “Ecogiustizia subito” di Legambiente e di una rete di associazioni per chiedere al Governo l’avvio delle bonifiche dei SIN in ossequio del principio “Chi inquina paga”, ovvero che venga riconosciuto il diritto alla salute e alla transizione ecologica dei territori inquinati.
Un’altra delle storie, quanto mai calzante, raccontate durante il convegno “Voci del territorio. L’esperienza delle Amministrazioni nel dialogo con il territorio” organizzato a Pescara da Tremonti (17 giugno 2026) è stata quella del progetto “Ecogiustizia subito”. Campagna ideata nel 2024 da Legambiente e costruita insieme ad Azione Cattolica, Acli, Agesci, Arci e Libera. Nomi e numeri contro le mafie.
Come ha ricordato alla sala Mariateresa Imparato, responsabile della campagna e direttrice di Legambiente Campania, l’idea è nata dall’esigenza di sbloccare le bonifiche di aree del territorio italiano avvelenate da decenni di industrializzazione e malagestione. La peculiarità di questa campagna, ha tenuto a precisare Imparato, sta nel suo essere un’azione collettiva, plurale, coinvolgendo diverse associazioni, tutte accumunate dalla stessa esigenza di restituire ai cittadini interi pezzi di paese che da decenni attendono, invano, le bonifiche.
L’Italia, infatti, è in attesa della bonifica di ben 42 Siti di Interesse Nazionale (SIN) per una superficie di circa 170.000 ettari a terra e 78.000 ettari a mare, e ben 36.814 Siti di Interesse Regionale (SIR) per un totale di 43.398 ettari perimetrati. Per questo la rete di associazioni chiede al Governo nazionale e a cascata a tutti gli enti pubblici coinvolti a livello locale “impegni concreti e tempi certi per avviare e chiudere le bonifiche, in applicazione del principio “Chi inquina paga”, e che venga riconosciuto “il diritto alla salute e alla transizione ecologica come strategia per garantire lo sviluppo economico e sociale dei territori inquinati”.
In Italia le mancate bonifiche sono una vera e propria emergenza nazionale, ferite aperte e ancora sanguinanti che vanno rimarginate senza ulteriori rinvii. Chiediamo – rivendicano all’unisono le associazioni promotrici – a chi ha responsabilità politiche, di governo e amministrative di mettersi una mano sulla coscienza, ascoltando le persone che vivono in aree inquinate da bonificare garantendo loro il diritto alla salute, ad un ambiente sano e allo sviluppo occupazionale nell’ottica della transizione ecologica”.
La campagna “Ecogiustizia subito” si è attivata per andare fisicamente “nei territori feriti in questi anni per accompagnare e sostenere comunità che rischiano di rassegnarsi al degrado ambientale e sociale. La giusta transizione ecologica del Paese deve partire da queste aree e da chi le abita, per tanti versi dimenticate dalle istituzioni”.
Le tappe della campagna
Finora sono state sei le tappe che hanno caratterizzato la campagna, sollevando, soprattutto a livello locale, un dibattito sincero e vivo, sopito da tempo, sul come e perché le bonifiche siano rimaste solo una chimera.
Di seguito l’elenco delle tappe e dei singoli manifesti programmatici prodotti per sollecitare interventi:
- Piombino (Toscana), 26 novembre 2025;
- Area industriale di Tito (Basilicata), 21 gennaio 2026;
- Sulcis-Iglesiente-Guspinese (Sardegna), 24 febbraio 2026;
- Terni-Papigno (Umbria), 11 marzo 2026;
- Bacino del fiume Sacco (Lazio), 15 aprile 2026;
- Caffaro di Torviscosa (Friuli-Venezia Giulia), 14 maggio 20926.
Per ciascuna delle tappe i promotori hanno fanno richieste specifiche, partendo dalle specifiche esigenze locali, concretizzati nei rispettivi “Patti di comunità”, e organizzando dei rumorosi e partecipati flash mob.
Il SIN di Piombino
Nel SIN di Piombino (che comprende 931 ettari di area industriale a terra e una fascia marina larga circa 3 km antistante la costa) il flash mob è stato organizzato nel centro della città, concentrandosi sui tempi di attesa della bonifica del SIN, “in attesa di giustizia ambientale e sociale dal 1998”, utilizzando lo striscione d’ordinanza con la scritta “Qui in attesa di Ecogiustizia”, accompagnato dai cartelli sorretti dai partecipanti che hanno ricordano in modo puntuale e colorato la durata del ritardo accumulato.
Il SIN di Tito
Anche per attirare attenzione sulla mancata bonifica dei 57 ettari contaminati del SIN di Tito, in provincia di Potenza, è stato organizzato prima un flash mob in piazza della Prefettura a Potenza e a seguire un convegno pubblico per presentare il “Patto di Comunità” dove sono state elencate sei priorità di intervento. Tra queste, l’esigenza di rendere immediatamente operativa la sorveglianza sanitaria per i lavoratori e i residenti, con programmi di prevenzione, screening e informazione pubblica, completare le attività di caratterizzazione, messa in sicurezza e bonifica, promuovere la riconversione industriale del SIN in linea con la transizione ecologica e digitale e creare una governance unitaria e stabile tra Stato, Regione, enti locali, ISPRA/ARPA e parti sociali.
La tappa in Sardegna
In Sardegna per il SIN Sulcis Iglesiente Guspinese, un’area di oltre 500 chilometri quadrati di miniere dismesse, agglomerati e impianti industriali dei settori metallurgico e petrolchimico, il flash mob è stato organizzato sotto la sede del Consiglio Regionale. I partecipanti si sono disposti in una lunghissima fila per evocare, in maniera plastica, i troppi anni trascorsi con pochi risultati concreti. Nel “Patto di comunità” stilato si è chiesto l’avvio immediato della bonifica, un presidio a tutela della salute pubblica e una sorta di Green industrial deal in salsa sarda per accompagnare la riconversione.
Il flashmob di Terni
Anche a Terni è stato organizzato un flashmob, nei pressi del campo da calcio di Papigno, e successivamente, nell’ambito di un evento pubblico, presentato il “Patto di Comunità” contenenti quattro esplicite richieste, considerate urgenti. Oltre ad avviare la bonifica e attivarsi per garantire la salute pubblica, il Patto chiede la riconversione industriale del SIN (che si estende per circa 625 ettari) nell’ottica della transizione ecologica verso produzioni pulite, sicure, innovative, favorendo green jobs, riconversione da progettare e realizzare attraverso la partecipazione attiva della comunità intera.
Il SIN Bacino del fiume Sacco
Per il SIN Bacino del fiume Sacco, in provincia di Frosinone, tra i più estesi (circa 7.235 ettari a terra e falda, che si snodano lungo 60 km) e i più inquinati d’Italia, è stato organizzato un flash mob davanti all’ex stabilimento Winchester ad Anagni. In quella occasione i promotori hanno chiesto al Governo nazionale che nella Valle del Sacco “vengano riattivati tutti i luoghi di confronto tra amministrazioni locali, provinciali, regionale e cittadinanza attiva, a partire dal tavolo dei sindaci del SIN e che sia data concretezza all’“Accordo di Programma” del marzo 2019 integrato con determinazione regionale n. G17588 del dicembre 2025”.
Le associazioni hanno, inoltre, annunciato l’impegno ad attivare un costante monitoraggio civico per verificare la concreta attuazione degli impegni assunti dalle istituzioni sui tempi e i processi di bonifica, sul completamento delle fasi di caratterizzazione ambientale; sulle procedure di appalto e i controlli sui lavori da svolgere; sui piani di recupero, riconversione e riqualificazione delle aree da bonificare.
Il SIN Caffaro di Torviscosa
Flash mob e Patto di Comunità anche per il SIN Caffaro di Torviscosa, in provincia di Udine, che si estende per circa 201 ettari. L’area è legata alla lunga storia del polo chimico SNIA-Caffaro, sviluppatosi tra gli anni Cinquanta e Sessanta con produzioni di cellulosa, fibre artificiali e composti clorurati, fino al successivo declino e alla riconversione industriale. Qui qualcosa si è mosso, sebbene sia solo un flebile inizio. Nel 2020, infatti, il ministero dell’Ambiente e la Regione Friuli-Venezia Giulia hanno siglato un accordo di programma con l’affidamento nel 2024 di una parte degli interventi al Consorzio di Bonifica Pianura Friulana, che in 18 mesi ha concluso gli interventi di messa in sicurezza permanente di due discariche presenti nel sito.
Per accelerare questo percorso, nel “Patto di Comunità” si chiede, innanzitutto, di escludere l’area SIN da possibili utilizzi legati all’industria bellica, orientando invece le politiche pubbliche verso una riconversione coerente con la transizione ecologica e la tutela della salute. Si chiede inoltre di istituire una “cabina di regia regionale” in grado di coordinare in modo stabile e integrato i diversi interventi e garantire piena trasparenza e accessibilità dei dati sulle bonifiche, di costruire un sistema condiviso di monitoraggio territoriale sugli impegni istituzionali, sui tempi, sulle risorse e sugli impatti ambientali e sanitaria e di promuovere percorsi di partecipazione pubblica in tal senso.
Le bonifiche nel segno della transizione ecologica
Con questa campagna inedita e originale le associazioni ricordano che “bonificare le aree inquinate significa garantire quel diritto alla salute, all’ambiente sano e allo sviluppo locale nell’ottica della transizione ecologica che oggi fatica ad esserci in questi luoghi. Inoltre, attivare un piano di risanamento può portare anche a benefici occupazionali ed economici”.
Secondo una stima di Confindustria, un investimento di 10 miliardi di euro nelle bonifiche dei SIN potrebbe creare 200mila nuovi posti di lavoro. Lo Stato, da parte sua, rientrerebbe di circa 4,7 miliardi di euro attraverso maggiori entrate fiscali e contributi sociali. In merito al tema lavori green e filiera occupazionale dell’economia verde (rinnovabili, economia circolare, ecc…), fanno ancora notare i promotori, secondo gli ultimi dati del rapporto GreenItaly realizzato da Fondazione Symbola, da Unioncamere e dal Centro Studi Tagliacarne, alla fine dello scorso anno i green jobs sono arrivati a 3,1 milioni, pari al 13,4% degli occupati.
Quindi, investire per risanare e rigenerare questi territori potrebbe innestare dei processi di rinascita anche economica e occupazionale, proiettandoli di diritto verso i necessari nuovi percorsi di decarbonizzazione, in perfetta continuità con gli impegni europei e nazionali.





