La pesca europea preleva le risorse più rapidamente di quanto possano rigenerarsi.Mentre l’Unione europea si appresta a votare il proprio bilancio per i prossimi sette anni, l’organizzazione Bloom ci racconta come 80 anni di industrializzazione della pesca abbiano portato alla sclerotizzazione del settore e a un enorme fallimento ecologico, economico e sociale.
“Ottant’anni appena: questo è il tempo che è bastato ad alcuni industriali e decisori europei per provocare un immenso fallimento oceanico”. Nel rapporto The Big Ocean Fail, l’organizzazione Bloom, in collaborazione con la società di studi ambientali AScA, ripercorre la storia della pesca europea dal dopoguerra in poi, con politiche e investimenti che l’hanno trasformata in una gigantesca macchina industriale. Una macchina che oggi, paradossalmente, deve navigare sempre più lontano per trovare sempre meno pesce, e che alimenta una filiera di trasformazione a terra creata per assorbire grandi volumi. I prodotti del mare sono diventati “proteine marine”, assemblate, ricostituite: commodities vendute principalmente nella grande distribuzione, a discapito di grossisti e pescherie tradizionali.
Il rapporto arriva mentre è in fase di discussione e negoziato il bilancio a lungo termine dell’Ue, il quadro finanziario pluriennale 2028-2034, sul quale è atteso un accordo entro la fine dell’anno e che destina cospicui finanziamenti alla pesca, oltre che alla politica agricola comune. Bloom sottolinea la necessità di una netta inversione di tendenza: non più misurare il successo della pesca solo in tonnellate catturate, bensì, anche in termini di salute degli ecosistemi, occupazione e benefici sociali. Non più una flotta costruita per catturare quanto più possibile, ma una politica costruita per lasciare al mare la possibilità di rigenerarsi.
La corsa iniziata dopo la guerra
Il punto di partenza è il dopoguerra. Le flotte europee erano state devastate dal conflitto e il settore della pesca doveva essere ricostruito. Una ricostruzione che prese rapidamente la strada dell’industrializzazione: nuovi motori diesel, navi più grandi, strumenti di localizzazione sempre più sofisticati, reti capaci di catturare quantità crescenti di animali. Tra il 1950 e il 1980 il numero delle imbarcazioni europee diminuì di cinque volte, mentre la potenza complessiva dei motori aumentò di quattro volte. Le catture europee passarono dai circa quattro milioni di tonnellate del 1950 a quasi 7,5 milioni nel 1974, il massimo storico. Ma proprio quel picco, sostiene Bloom, segna l’inizio della crisi.
Il picco che annuncia la crisi
Dal 1974 in poi la pesca europea comincia a prelevare risorse più velocemente di quanto gli ecosistemi siano in grado di ricostituirle. Le catture iniziano a diminuire, gli stock ittici si impoveriscono e gli ecosistemi marini perdono progressivamente complessità. In alcune acque europee, tra il 1950 e il 2005, le popolazioni di pesci sarebbero scese fino al 20% dei livelli precedenti. Nel Nord Atlantico, rispetto all’inizio del Novecento, sarebbe scomparso il 90% della biomassa dei grandi predatori marini. Sarebbe stato logico fermarsi: ridurre la pressione, lasciare al mare il tempo di rigenerarsi. È accaduto il contrario.
Più lontano, più in profondità
È il paradosso centrale della storia: quando la risorsa diminuisce, invece di ridurre lo sforzo di pesca si aumenta la capacità di cercarla. Prima più lontano dalla costa, poi più in profondità, quindi alla ricerca di nuove specie, con tecnologie sempre più sofisticate e navi di dimensioni e potenza crescenti. La tecnologia ha consentito di inseguire il pesce dove diventava più difficile trovarlo. Negli anni Duemila, secondo il rapporto, catturare un pesce era diventato circa cinque volte più difficile rispetto al 1950.
Meno pescatori, più macchine
A fronte di una flotta più potente, il settore non è però diventato più prospero. Anzi. Mentre aumentavano la capacità di pesca e l’efficienza tecnologica, diminuivano gli occupati. Tra il 1970 e il 2022 il numero dei pescatori si è ridotto di undici volte in Danimarca, di cinque in Germania, di quattro in Francia e Spagna e di tre in Italia, Portogallo e Polonia. Capitale e tecnologia hanno progressivamente sostituito il lavoro, in un modello nel quale le quote e le capacità di pesca tendono a concentrarsi nelle mani degli operatori più grandi.
Quando il pesce europeo non basta più
E quando i mari europei non sono più bastati, la flotta ha cercato pesce altrove. Gli accordi internazionali hanno consentito alle navi europee di operare in acque di Paesi terzi,spostando una parte della pressione sugli ecosistemi e sulle comunità locali. Parallelamente l’Europa è diventata sempre più dipendente dalle importazioni. Nel 2024, secondo il rapporto, su 10,5 milioni di tonnellate di prodotti ittici consumati in Europa, 8,78 milioni provenivano dall’estero.
Il conto pagato anche con denaro pubblico
Per decenni la pesca industriale è stata sostenuta attraverso fondi strutturali, agevolazioni sul carburante e accordi di pesca, senza i quali, dice Bloom, una parte del settore non sarebbe oggi economicamente redditizia. In questo modello, una parte dei profitti resta privata mentre una parte dei costi viene sostenuta dalla collettività, non solo attraverso i finanziamenti ma anche indirettamente con il prezzo ambientale del depauperamento degli oceani. L’obiettivo europeo di arrivare a zero sovra-pesca entro il 2020, ricorda il rapporto, non è stato raggiunto: nel 2022 il 37% degli stock europei risultava ancora sovrasfruttato.
La denuncia non è solo ambientale, è anche e soprattutto una critica alle scelte politiche che hanno accompagnato questa trasformazione, con operatori industriali che hanno accumulato un peso crescente concentrando quote di pesca e attraverso il controllo della filiera e una forte capacità di lobbying. Al centro dovrebbe tornare la piccola pesca costiera: meno capacità di estrazione, maggiore radicamento territoriale e una distribuzione più ampia dei benefici economici. “Contribuenti, consumatori, cittadini, pescatori e l’ambiente marino stanno oggi pagando il prezzo ecologico, economico e fiscale di un’estrazione divenuta sproporzionata. Dobbiamo cogliere l’opportunità del prossimo bilancio europeo per porre fine una volta per tutte a questa deriva”, esorta Léna Fréjaville, responsabile della transizione del settore ittico per Bloom.





