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Clima e geopolitica: è guerra della disinformazione

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Il nuovo negazionismo non mette più in dubbio soltanto il riscaldamento globale: attacca le soluzioni, alimenta la sfiducia e sfrutta le crisi. Il clima è diventato uno strumento geopolitico, le narrative climatiche possono servire interessi economici e strategici degli Stati. Un rapporto francese analizza il ruolo delle ingerenze straniere e avverte: la battaglia sul clima è ormai anche una questione di sicurezza nelle democrazie europee. 

La disinformazione sul riscaldamento globale non è più solo appannaggio degli attori del settore delle energie fossili, si aggiungono ora quelli delle Big Tech, nonché attori statali. E dal negazionismo ha fatto passi da gigante, che hanno portato la manipolazione dell’informazione sul clima al centro della guerra ibrida e delle strategie d’influenza e destabilizzazione internazionale. Al pari di temi come migrazioni, sicurezza energetica e conflitti, peraltro strettamente intrecciati alla questione climatica. È una guerra informativa insidiosa che può avere ripercussioni sulla sicurezza, secondo un rapporto dell’Observatoire Défense et Climat, coordinato dall’istituto francese Iris (Institut de Relations Internationales et Stratégiques) e realizzato per il ministero delle Forze Armate francese. Lo studio s’intitola Disinformazione sul clima e guerra dell’informazione: ingerenze statali e questioni di sicurezza e analizza per la prima volta in modo sistematico il legame tra disinformazione climatica, ingerenze straniere e sicurezza.

Il bersaglio non è più solo il clima ma le soluzioni

Non serve negare che il pianeta si stia scaldando per indebolire la lotta al cambiamento climatico. Basta mettere in dubbio le soluzioni, alimentare la sfiducia, esasperare i costi della transizione o convincere milioni di persone che, in fondo, non ci sia più nulla da fare. La nuova, ma non nuovissima, frontiera della disinformazione climatica è questa: una guerra combattuta attorno alle risposte da dare alla crisi. Il problema esiste, ma le soluzioni sono troppo costose; le energie rinnovabili non funzionano; la transizione distruggerà posti di lavoro; gli scienziati esagerano; le politiche climatiche sono ideologiche. Oppure, è ormai troppo tardi per intervenire; anche il fatalismo può diventare una forma di disinformazione perché conduce, di fatto, alla stessa conclusione: non agire.

Non occorre più convincere l’opinione pubblica che il termometro sia falso, può essere sufficiente convincerla che qualsiasi risposta sia inutile o insostenibile. Secondo uno studio del CCDH (Center for Countering Digital Hate) citato nel rapporto, nel 2024 il “nuovo negazionismo” rappresentava il 70% dei discorsi di negazione climatica su YouTube, contro il 35% del 2018.

Quando l’evento estremo diventa un’arma

Secondo dati Ue, dal 2023 al 2025 la disinformazione sul clima ha rappresentato in media il 7,7% di tutti i contenuti di disinformazione censiti nell’Unione. Ma il dato può crescere rapidamente quando un evento estremo irrompe nell’attualità. Dopo le alluvioni che hanno colpito il sud della Spagna nel 2024, per esempio, la quota di contenuti di disinformazione legati al clima è quasi raddoppiata, passando dal 7% di settembre al 13% di novembre.

Il rapporto sottolinea come proprio durante le crisi il terreno per la disinformazione diventi più fertile. Un’alluvione, una siccità, un incendio o un’ondata di calore producono paura, rabbia e ricerca di spiegazioni e in quel momento una notizia falsa, un dato manipolato o una teoria complottista possono inserirsi dentro un problema reale. Non è necessario inventare la crisi, è sufficiente sfruttarla. 

Russia e Stati Uniti al centro dello studio

L’Osservatorio si basa su una raccolta di dati relativi a casi identificati di disinformazione sul clima provenienti dalla Russia e dagli Stati Uniti. Pur non pretendendo di essere esaustiva, questa raccolta consente comunque di individuare le principali tendenze della disinformazione sul clima russa e statunitense rivolta all’Europa. La raccolta di dati mette in luce tre temi principali della disinformazione sul clima: le politiche energetiche e climatiche, le scienze climatiche e gli eventi climatici estremi. Ogni oggetto di disinformazione climatica dà origine a una moltitudine di “narrazioni”.

Strategie diverse nella forma

“L’analisi dei dati – si legge nel documento – rivela analogie tra l’approccio russo e quello statunitense, in particolare per quanto riguarda gli obiettivi e i bersagli privilegiati: la disinformazione sul clima diffusa da questi Stati viene utilizzata come strumento per mettere in discussione i cambiamenti climatici e le relative politiche di contrasto. L’obiettivo perseguito è principalmente economico e mira a massimizzare l’uso delle energie fossili. Tuttavia, le loro strategie divergono nella forma.

Sebbene sia la Russia che gli Stati Uniti diffondano la disinformazione prevalentemente in modo occulto, emerge una differenza notevole nei canali utilizzati: negli Stati Uniti, la disinformazione dichiarata viene diffusa tramite canali ufficiali dello Stato, mentre in Russia viene diffusa principalmente dai media controllati dallo Stato. Inoltre, l’approccio russo si inserisce in una logica strategica, volta a saturare lo spazio informativo di informazioni false – il «white noise» –, mentre la disinformazione climatica statunitense si inserisce maggiormente in un approccio ideologico, caratterizzato da prese di posizione più dirette e dalla soppressione di dati – che può essere definita «black noise»”.

Infine, altri paesi come la Cina ricorrono alla disinformazione sul clima, principalmente nell’area del Pacifico e del Sud-Est asiatico.

Dalla crisi climatica alla sicurezza

È così che il dibattito ambientale si sposta sulla sicurezza. L’Unione europea parla di FIMI, Foreign Information Manipulation and Interference: attività intenzionali e coordinate, condotte da attori statali o non statali, con l’obiettivo di manipolare l’ambiente informativo, seminare divisione, erodere la fiducia nelle istituzioni e ostacolare i processi decisionali. In questo schema, il cambiamento climatico è un bersaglio particolarmente interessante perché attraversa praticamente ogni settore della  società: energia, agricoltura, industria, trasporti, prezzi, occupazione, migrazioni, sicurezza. È quindi un tema capace di produrre conflitti politici molto prima che si trasformi in una questione militare. Durante un’emergenza, informazioni false possono alimentare il panico, delegittimare le autorità, ostacolare i soccorsi e complicare il coordinamento tra istituzioni e popolazione. 

Oltre a immaginare alcuni futuri scenari di crisi, il rapporto propone una serie di raccomandazioni: il rafforzamento delle capacità di monitoraggio delle campagne di influenza, una maggiore cooperazione tra istituzioni, comunità scientifica e media, oltre allo sviluppo di strumenti capaci di identificare e contrastare più rapidamente la diffusione di contenuti manipolati. Per l’Europa si tratta di ripensare la resilienza climatica anche come resilienza informativa. 

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