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Alluvione nelle Marche: amara lezione su crisi climatica e dissesto idrogeologico

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Il nubifragio che ha colpito le Marche è stato un evento meteo eccezionale e difficilmente prevedibile, innescato dalle ondate di calore di quest’estate. Ma cementificazione, opere di manutenzione degli argini e prevenzione del dissesto idrogeologico insufficienti hanno provocato i danni ingenti che hanno colpito uomini e territorio.

ll nubifragio che ha colpito le Marche giovedì scorso è stato il più intenso degli ultimi 10 anni sulla regione secondo i dati dell’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr-Irpi). “Sono caduti 418 ml di acqua in 7 ore, pari alla pioggia che cade in quattro o addirittura sei mesi su quei territori” ha specificato Lorenzo Tedici, metereologo del IlMeteo.it in un’intervista a Repubblica, spiegando che quello a cui abbiamo assistito è stato un temporale autorigenerante, in cui l’aria fredda si sposta da una cella temporalesca all’altra, nella stessa zona. La configurazione dei venti che si è creata, infatti, ha fatto sì che i venti in quota fossero contrastati da venti al suolo in direzione opposta, che hanno bloccato il temporale sulla stessa zona per ore.

La violenza del nubifragio è legata al caldo dell’estate

“Il nubifragio nelle Marche è avvenuto dopo un’estate particolarmente calda, durante la quale la temperatura del mare è stata di 4-5 gradi superiore alla media” ha osservato Bernardo Gozzini, direttore del consorzio Lamma, che riunisce Regione Toscana e Cnr. Il processo di evaporazione ha portato ad accumulare una maggiore quantità di umidità e accumulare energia “che ora il sistema dovrà scaricare per tornare in equilibrio. Di conseguenza l’autunno potrebbe essere particolarmente complesso” ha aggiunto Gozzini. Al momento non si può escludere il rischio di un autunno caratterizzato da altri fenomeni intensi che, se molto localizzati, non sono di facile previsione. Gli attuali modelli meteorologici hanno infatti una risoluzione media di 9 km e funzionano su una rappresentazione del territorio non sempre fedele a quella reale. “Ci sono centri, come il Lamma, che fanno girare modelli che hanno una risoluzione fino a 1,5 – 2 km – ha spiegato Gozzini – ma il fenomeno avvenuto nelle Marche era troppo localizzato e il modello fa fatica a individuare fenomeni simili”. Perciò un sistema di previsione automatica non basta e diventa molto importante il ruolo del previsore meteo, che conosce le caratteristiche del territorio. “Se c’è un’allerta per temporali, di qualsiasi grado, è bene fare particolare attenzione perché il fenomeno potrebbe essere intenso. È bene proteggersi in casa o trovare comunque un riparo in attesa che il temporale passi” ha sottolineato Gozzini.

Negli ultimi anni, interventi di prevenzione del rischio idrogeologico insufficienti

In seguito al nubifragio, il livello dei fiumi e dei torrenti si è alzato moltissimo nel giro di poche ore: il Misa, uno dei principali responsabili dell’alluvione, è passato da 0,21 metri a 5,31 nel giro di un’ora e mezza. Sono dunque iniziate le indagini per capire le condizioni di infrastrutture e corsi d’acqua esondati e dalle prime verifiche sembra che negli ultimi anni gli interventi di manutenzione e prevenzione del rischio idrogeologico siano stati insufficienti, nonostante un’alluvione simile si fosse verificata il 3 maggio del 2014 causando tre morti e 179 milioni di euro di danni. “I 13 fiumi principali delle Marche sono tutti potenzialmente a rischio, non solo per i lavori di manutenzione non eseguiti o fatti male, ma anche per la cementificazione e la crisi climatica” ha affermato il presidente del Consorzio di bonifica Marche Claudio Netti in un’intervista all’agenzia di stampa Ansa. Netti ha confermato che quello di giovedì scorso non è certo un fatto isolato, in un Paese e in una Regione dove il dissesto idrogeologico è una costante che si trascina da anni. L’ente ha preparato due studi per analizzare le criticità dei principali corsi d’acqua delle Marche e, tra le più evidenti, c’è il sistema del Misa e Nevola. Non solo: ci sono anche il fiume Aso, tra le province di Fermo e Ascoli Piceno, il Tesino e il Tronto, in quella di Ascoli Piceno, il Tenna, in provincia di Macerata. “La criticità del Misa – ha spiegato Netti – è concentrata soprattutto su una strettoia al deflusso delle acque. Con eventi eccezionali altri tratti del fiume Misa e il suo affluente Nevola possono esondare”. Misa e Nevola, ricorda ancora il presidente del Consorzio, erano considerate una criticità già negli anni ’80, quando si era iniziato a parlare della necessità di realizzare delle vasche di laminazione, per contenere l’acqua in eccesso in caso di esondazioni. “Ma i lavori sono stati appaltati solo nei primi mesi di quest’anno”. C’è poi l’annoso tema della cementificazione e del consumo di suolo, con abitazioni costruite troppo a ridosso dei corsi d’acqua e l’edificazione massiccia nella zona costiera. Su questo fronte, “qualcosa è stato fatto con la verifica di invarianza idraulica per avere il permesso di costruire, ma non basta” afferma Netti. Secondo il Consorzio di Bonifica “la stima delle risorse necessarie per mettere in sicurezza il sistema si aggira sul miliardo. Ma purtroppo il rischio zero non esiste”. Per questo, oltre a fare i lavori per la mitigazione del rischio e al monitoraggio, conclude, “bisogna che ci sia una seria opera di sensibilizzazione e informazione dei cittadini e bisogna fare esercitazioni di protezione civile”.

La denuncia del Codacons

Sulla tragedia che ha colpito le Marche il Codacons ha presentato un esposto per omissione di atti d’ufficio e concorso in omicidio colposo alla Procura di Ancona, che ha già aperto una inchiesta, e alla Corte dei Conti, “affinché siano accertate le responsabilità di istituzioni ed enti locali. Siamo di fronte ad un disastro annunciato – ha dichiarato l’associazione in una nota – e da anni denunciamo l’assenza in Italia di un piano di prevenzione dei dissesti idrogeologici e il mancato utilizzo dei fondi per interventi strutturali sul fronte della messa in sicurezza del territorio”. “Il Piano nazionale per la mitigazione del rischio idrogeologico approvato con delibera del Cipe n. 35 del 24 luglio 2019 risulta inattuato, mentre il Piano nazionale di adattamento dei cambiamenti climatici non è stato mai realizzato – ha aggiunto il Codacons – Nel mentre l’opera dell’uomo, gli abusi edilizi e la omessa pianificazione degli interventi preventivi restano le cause immediate e principali dei disastri a cui ogni anno assistiamo”.

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Redazione

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