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Così rivivono le cave abbandonate

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Sono più di 14mila le cave abbandonate in Italia: per molte di queste non è previsto il ripristino ambientale per un vuoto normativo che può essere colmato guardando ai casi positivi di recupero.

Le attività estrattive in Italia interessano il 21% dei Comuni e tirano in ballo questioni delicate come l’impatto ambientale e paesaggistico: cime “mozzate”, crinali incisi, discariche minerarie visibili a chilometri di distanza, terre di cava abbandonate, spesso inquinamento delle falde acquifere. Allo stesso tempo, le cave alimentano settori strategici per l’economia nazionale, come quello edilizio e infrastrutturale. A governare un settore così delicato è un Regio Decreto di Vittorio Emanuele III del 1927. Le competenze in materia sono passate alle Regioni nel 1977, ma purtroppo in molte di queste il quadro normativo è ancora inadeguato e la pianificazione delle attività incompleta, come denuncia il Rapporto Cave 2021 di Legambiente. Nei Paesi europei, dove la gestione delle estrazioni è più evoluta, si punta sulla tutela del territorio, diminuendo l’estrazione di materiale cavato e riqualificando le cave dismesse, e sull’utilizzo di materiali provenienti da recupero e riciclo da destinare alle costruzioni. Abbiamo parlato con Gabriele Nanni, ufficio Clima di Legambiente, di quale sia la situazione nel nostro Paese rispetto a queste due direttrici.

Nello studio si sottolinea che rendere competitivo l’utilizzo di materiali da risulta e riciclati, aumentando i costi dell’attività estrattiva, favorirebbe il passaggio del settore edilizio ad un modello di economia circolare. Che spazi ci sono?

“I canoni richiesti per l’attività estrattiva in Italia sono irrisori, addirittura in tre Regioni – Val d’Aosta, Basilicata e Sardegna – l’attività di cava non prevede canoni. La sproporzione tra ciò che chiedono gli enti locali e il giro di affari generato dalle attività estrattive è sbalorditivo”.

Cosa sono le cave dismesse?

“Le cave dismesse sono delle cave che non vengono più utilizzate per l’estrazione di materiali come ad esempio pietre, sabbia o ghiaia. Una volta che una cava ha esaurito le risorse o non è più economicamente conveniente proseguirne l’attività, viene chiusa e abbandonata. Le cave dismesse possono rappresentare un problema ambientale e paesaggistico, in quanto possono diventare delle vere e proprie discariche abusive o dei focolai di inquinamento. Per questo motivo, spesso vengono adottate delle misure per bonificare e riqualificare queste aree, ad esempio attraverso il ripristino delle condizioni naturali o la realizzazione di parchi o attività ricreative“.

Quante sono le aree estrattive dismesse in Italia e a che punto è il loro processo di riqualificazione?

“Le cave dismesse o abbandonate sono più di 14.000. Un dato impressionante, considerando che solo una parte vedrà un concreto ripristino ambientale. Le Regioni con i numeri più alti sono la Lombardia, con oltre 3.000 siti chiusi, la Puglia (2.522) e la Toscana (2.400) ma oltre il 15% dei Comuni italiani ha sul proprio territorio almeno una cava abbandonata. Per quanto riguarda il recupero delle aree, finalmente tutte le Regioni prevedono che sia a carico del soggetto che presenta il progetto di estrazione. Per i siti che hanno chiuso le attività prima che entrasse in vigore questo obbligo, c’è invece un vuoto normativo. Casi esemplari sono la Liguria, dove per tutte le cave autorizzate dagli anni ’80 in poi sono stati redatti i piani di recupero; oppure la Sardegna, che nel 2017 ha emanato un bando destinato ad interventi di recupero ambientale di cave dismesse o in fase di dismissione, con un impegno di 3 milioni di euro”.

Elenco cave dismesse

In Italia ci sono diverse cave dismesse, distribuite in diverse regioni del Paese. Ad esempio, in Toscana esistono numerose cave dismesse di marmo, granito e pietra serena, mentre in Puglia e Sicilia si trovano cave dismesse di pietra leccese, tufo e calcare. Anche le regioni del Nord Italia, come ad esempio la Lombardia o il Veneto, hanno una storia industriale legata all’estrazione di materiali come il marmo, il granito o il gesso, e quindi presentano diverse cave dismesse. Tuttavia, non esiste un elenco ufficiale e completo di tutte le cave dismesse presenti in Italia, quindi non è possibile fornire una lista esaustiva di tutte le località in cui si trovano. Alcune tra le più famose:

  • cava di marmo di Carrara, in Toscana: una delle più famose cave dismesse del Paese, per il marmo bianco di Carrara utilizzato nella scultura e nell’edilizia;
  • cava di tufo di Matera, in Basilicata: una cava di tufo dismessa che è stata riqualificata come parco pubblico, con percorsi turistici e attività culturali;
  • cava di calcare di Collepardo, nel Lazio: una cava dismessa situata nel Parco naturale dei Monti Cimini, oggi riconvertita in una riserva naturalistica;
  • cava di gesso di Ostra, nelle Marche: una cava di gesso dismessa che è stata trasformata in un parco avventura, con percorsi di arrampicata e trekking;
  • cava di pietra di Bagnoregio, in Umbria: una cava dismessa di pietra utilizzata per la costruzione di edifici e monumenti, diventata oggi un’attrazione turistica;
  • cava di pietra di Luserna, in Piemonte: una cava di pietra dismessa che è stata trasformata in un parco naturalistico, con percorsi di trekking e ciclismo.

Esempi di cave recuperate: alcuni tra i più interessanti

Ci sono numerose buone pratiche di recupero e rinaturalizzazione dei luoghi. E’ il caso del Parco delle Cave a Milano dove è stato realizzato un parco pubblico urbano nell’area un tempo occupata da cave di sabbia e ghiaia poi dismesse e abbandonate. Oppure quello di Moncalvo, in provincia di Asti, dove nel 1993 è stata realizzata la prima estrazione di gesso in sotterraneo, consentendo la chiusura della vicina cava a cielo aperto “Gessi” già sfruttata in passato. Su quest’ultima è stato realizzato un recupero morfologico e vegetazionale. Oggi appare come una collina dal pendio dolce e una copertura erbacea diffusa.

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