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Il Global Biodiversity Framework per la biodiversità in città

Il Global Biodiversity Framework per la biodiversità in città
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Arrivano le linee guida Nature Positive del World Economic Forum per arrestare la perdita di natura nei centri urbani e centrare l’obiettivo del Global Biodiversity Framework, che impegna a fermare la perdita di biodiversità entro il 2030 e alla sua completa salvaguardia negli anni successivi. Un rapporto per fare chiarezza sui progressi dell’agenda globale per la biodiversità e aiutare i governi e le amministrazioni locali a essere parte attiva del cambiamento positivo.

Londra vuole ripristinare 40 chilometri di fiumi e torrenti, Copenaghen garantire che il 20% dell’area cittadina sia coperta da chiome di alberi entro il 2025, Parigi avere una diagnosi di tutta la sua biodiversità entro il 2030, Melbourne aumentare la copertura delle foreste dal 22 al 40%, Durban aumentare la capacità di approvvigionamento idrico alternativo del 100% entro il 2030, Vancouver ridurre il consumo di acqua pro capite del 33% entro la stessa data, Singapore produrre il 30% del fabbisogno nutrizionale localmente e in modo sostenibile.

Sono solo alcuni degli obiettivi che si sono dati le grandi città, ripresi nel rapporto Nature Positive: guidilines for the transition in cities del World Economic Forum, linee guida su come creare un ambiente urbano sostenibile e resiliente. Una sfida necessaria alla luce del cambiamento climatico e della perdita di biodiversità e del ruolo strategico delle città di fronte a queste trasformazioni e agli squilibri in corso. Al centro del concetto di natura positiva c’è l’idea di incoraggiare la società a non limitarsi a minimizzare i danni alla natura, ma a garantirne il continuo recupero.

Il rapporto è il primo di una serie di pubblicazioni del World Economic Forum a favore della rigenerazione della natura nelle aree urbane, che rientrano sotto il cappello delle “Nature Positive Transitions” e delineano i diversi percorsi che le città e le imprese possono intraprendere per arrestare e invertire la perdita di natura entro il 2030: obiettivo centrale del Global Biodiversity Framework (GBF) di Kunming-Montreal. Un accordo storico, firmato a dicembre 2022 da 196 Paesi, che li impegna a fermare la perdita di biodiversità attraverso un uso sostenibile entro il 2030 e alla sua completa salvaguardia negli anni successivi. E che chiama in prima linea le città.

Gli impatti negativi delle città sugli ecosistemi

È altissima, infatti, la posta in gioco nei centri urbani che, stando ai dati del rapporto, sono i principali motori dell’economia globale e contribuiscono all’80% del prodotto interno lordo (PIL) mondiale, ma la cui rapida espansione negli ultimi decenni ha influito negativamente sugli ecosistemi naturali. “Si stima che il 44% del PIL globale generato nelle città, pari a 31.000 miliardi di dollari, sia vulnerabile a causa della perdita di biodiversità. Nonostante queste statistiche allarmanti, le iniziative volte ad allineare lo sviluppo urbano con la gestione della natura e a mitigare i rischi ad essa correlati sono state inconsistenti. Ad esempio, tra le 500 città più popolose del mondo, solo il 37% ha sviluppato una strategia dedicata alla conservazione della natura o della biodiversità”, si legge nello studio del World Economic Forum.

Tra gli impatti negativi delle città sulla natura (suddivisa in quattro ambiti: l’atmosfera, la terra, l’acqua dolce e l’oceano) basti citare che il 41% delle città del mondo ha un inquinamento atmosferico più di sette volte superiore alle raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS); che l’espansione urbana ha provocato la perdita di oltre l’80% degli habitat naturali nelle aree locali; che Nuova Delhi, con un aumento del 17% dell’area edificata in 10 anni, ha visto una riduzione totale del 53% dell’area dei corpi idrici; che metà dell’inquinamento fognario costiero mondiale proviene da soli 25 insediamenti umani.

Una metodologia unificata per la transizione positiva

Per decenni, i discorsi e le azioni relative alla sostenibilità urbana si sono concentrati prevalentemente sulla mitigazione dei cambiamenti climatici attraverso la riduzione delle emissioni di gas serra. Più recentemente, l’adattamento ai cambiamenti climatici è salito all’ordine del giorno per via della frequenza crescente di inondazioni, uragani, siccità e ondate di calore, “evidenziando l’interdipendenza tra natura e clima e tra biosfera e atmosfera”, sottolineano le linee guida per le Nature positive cities. Che insistono sulla necessità di una “metodologia unificata” per definire e valutare gli impatti sulla natura e delineare obiettivi basati sulla scienza a livello cittadino e portare avanti un’azione coordinata delle città a favore della natura, fondamentale per raggiungere gli obiettivi fissati dal Global Biodiversity Framework ma anche strategicamente necessaria a fronteggiare le sfide urbane legate al clima, alla salute e alle infrastrutture.

Le tre fasi del Global Biodiversity Framework

Tre le fasi chiave per avviare una transizione positiva per la natura e trasformarsi in città “più resilienti, eque e prospere” secondo il rapporto, che si propone come “guida standardizzata” per consentire alle città di monitorare i progressi del proprio percorso di ripristino della biodiversità:

  • Impegnarsi ad agire a beneficio della natura e a lasciarla in uno stato migliore di quello precedente, sia dentro che fuori dai propri confini cittadini. Un primo passo che comporta l’impegno della leadership cittadina a includere la natura nella propria agenda di sviluppo urbano.
  • Tradurre questo impegno in obiettivi formali e in traguardi chiari, basati su dati scientifici e adattati al loro contesto, sviluppando una strategia per la natura che dovrebbe integrare qualsiasi strategia climatica esistente, considerando le sinergie tra le due agende e il potenziale di azioni che si rafforzano a vicenda.
  • Attuare le azioni per raggiungere gli obiettivi prefissati, monitorare e riferire sul loro impatto.

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