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Costa Concordia, 10 anni dopo

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Per riparare i danni dell’incidente della Costa Concordia sulle coste del Giglio ci sono voluti 2 anni per lo smantellamento del relitto, 3 per la pulizia dei fondali e altri 5 per il restauro dei fondali, che dovrebbe essere completato entro il 2024

Dieci anni fa il tragico inchino della Costa Concordia di fronte all’isola del Giglio costò la vita a 32 persone: 27 passeggeri e 5 membri dell’equipaggio. Erano le 21.45 del 13 gennaio 2012 quando l’enorme nave da crociera urtò uno dei tre scogli delle Scole, a pochi metri dalla costa, che aprì uno squarcio nella fiancata sinistra provocandone il semi-affondamento. Quella notte di panico riempì le cronache dei giornali. Si cercarono la verità e le vittime, l’ultima delle quali venne ritrovata solo mille giorni più tardi, in fase di demolizione della nave. Il comandante Francesco Schettino fu condannato in via definitiva a 16 anni di reclusione, che sconta attualmente nel carcere di Rebibbia a Roma. Due anni sono stati necessari per il galleggiamento e l’allontanamento del relitto, poi smantellato a Genova; tre per la pulizia dei fondali e altri cinque per gli interventi di restauro ambientale, che sono ancora in corso.

Un Osservatorio per monitorare la rimozione

Il danno ambientale dell’incidente fu notevole. In particolare, i fondali marini risultarono molto compromessi, sia dalla presenza del relitto che dalle successive, necessarie, operazioni di rimozione. Tra cui quella delle sostanze nocive presenti sulla nave che rappresentavano un rischio per l’ambiente, a cominciare dal combustibile. Oltre ai risarcimenti delle parti civili (tra cui Presidenza del Consiglio, Ministero dell’Ambiente, Protezione Civile e Regione Toscana), al Comune di Isola del Giglio venne riconosciuto un indennizzo per il danno ambientale, finalizzato al ripristino dell’habitat dei fondali. E per monitorare il corretto svolgimento delle operazioni fu istituito l’Osservatorio di monitoraggio sulla rimozione della Costa Concordia. Il lavoro dell’Osservatorio prosegue; lo scorso 6 agosto è stato sottoscritto l’accordo per il completamento dell’ultima fase del “Piano di restauro ambientale e di monitoraggio a lungo termine” sottoscritto da Regione Toscana, Ispra, Arpat e Costa Crociere, che prevede la prosecuzione fino a febbraio 2024 dell’attività di restauro dei fondali avviata nel 2019, così come delle attività di monitoraggio avviate nel 2012, con oneri integralmente a carico di Costa Crociere.

Completare il restauro dei fondali entro il 2024

“L’obiettivo per il 2024 – spiega in un’intervista sul sito di Arpa Toscana la direttrice dell’Osservatorio Maria Sargentini – sarà il completamento delle attività di restauro in tutti i settori individuati dal piano del 2019. A conclusione dei lavori, sarà verificato lo stato dell’intera area oggetto d’intervento e, considerati i risultati positivi conseguiti, confidiamo che la completa attuazione del Piano non deluderà le attese. Monitorare nel tempo è condizione necessaria per capire gli effetti sull’ambiente delle diverse attività, per valutare in termini di opportunità ed efficacia l’adozione di interventi e misure”. Risultati conseguiti grazie al lavoro di ricercatori e specialisti di ecologia marina dell’Università di Roma La Sapienza e del Consorzio di Biologia Marina di Livorno. A cominciare dalla caratterizzazione dei fondali, con una prima carta redatta nel 2012, servita a indirizzare le successive operazioni di reimpianto progressivo di posidonie, di spugne e gorgonie. Alla luce delle indicazioni della Conferenza dei Servizi che si riunì dopo il naufragio, i fondali dovevano infatti essere ripristinati per riavere le condizioni originarie. I trapianti sono andati a buon fine e i tecnici ritengono che si possa così accelerare la ripresa della vitalità degli habitat. “Gli interventi fino ad oggi attuati al Giglio – si legge in una nota del Consorzio interuniversitario di Biologia Marina di Livorno – Università Sapienza di Roma – hanno avuto un successo superiore alle attese. Rimosse le cause della perdita della posidonia, i trapianti sperimentali del 2016, a distanza di 5 anni, mostrano circa un raddoppio del numero di fasci trapiantati e quelli dal 2019 in poi sembrano avviati sulla stessa strada”. Buoni i risultati anche per le gorgonie. “Ma – concludono i ricercatori – è sul futuro di quest’area che è necessario interrogarsi, perché una mancata azione di tutela, una volta completate le azioni di ripristino, potrebbe vanificare anni di lavoro. L’ancoraggio o l’azione di reti da pesca sui fondali dove sono stati effettuati trapianti lunghi e complessi di posidonia e gorgonie, potrebbe, in assenza di una regolamentazione, creare danni definitivi nell’arco di pochi mesi, vanificando lo sforzo fatto, ma soprattutto perdendo l’occasione di creare una vera e propria zona di ripopolamento e di fruizione ecocompatibile”.

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