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Crisi climatica: senza contromisure, le imprese rischiano il default

alluvione
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Le aziende che non investiranno nel fronteggiare il riscaldamento globale avranno una probabilità di fallimento del 25% in più rispetto ad oggi e del 44% in più rispetto ai competitor che iniziano oggi a prendere le contromisure adeguate. 

Chi si ferma è perduto. Dinanzi alle enormi sfide poste dai cambiamenti climatici, le imprese sono chiamate ad attrezzarsi per non restare spiazzate. Secondo un’analisi Cerved, infatti, le imprese che non adotteranno rapidamente provvedimenti per gestire la transizione climatica, correlata anche agli episodi di dissesto idrogeologico, tra 30 anni avranno una probabilità di default più alta del 25% rispetto a oggi e del 44% in più rispetto a chi inizia a investire oggi, in particolare nel Centro e Sud Italia; oltre a costi annui per la ricostruzione pari all’1,6% dell’attivo e premi assicurativi fino al 3% del fatturato. Gli eventi naturali estremi, dalle alluvioni alle frane – come il recente caso della Romagna ci ha ricordato – rappresentano una seria minaccia anche a livello sociale e finanziario. Non solo occorre agire, ma è necessario farlo presto: secondo il report almeno il 67% degli investimenti in misure di adattamento e mitigazione va attuato entro il 2030. La quota maggiore, quasi 130 miliardi, è a carico del Nord Italia, ma è nel Mezzogiorno che bisogna agire prima. 

Rischi climatici: gli scenari per orientare gli investimenti delle imprese 

Lo studio è stato condotto usando come benchmark il Climate Stress Test messo a punto dalla Bce per valutare la resilienza ai rischi climatici di aziende e banche. Cerved ha integrato gli input di questo modello, con algoritmi di simulazione sviluppati in proprio e quindi ha proiettato al 2050 i bilanci delle imprese, estrapolando variabili chiave come emissioni, consumi energetici ed esposizione al rischio fisico. Tre gli scenari a confronto: 

  • transizione ordinata (orderly), che procede in modo regolare e concentra i maggiori investimenti nel primo decennio; 
  • transizione disordinata (disorderly), in cui gli interventi vengono posticipati nel 2030-40, con costi più elevati nel medio termine; 
  • scenario serra (hot house), in cui si interviene scarsamente, con un conseguente aumento della frequenza e della severità degli eventi fisici. 

“Secondo le nostre stime, l’investimento che le Pmi italiane dovrebbero sostenere per finanziare fin da ora il processo di transizione è di circa 203 miliardi di euro entro il 2050, di cui ben 137 miliardi, cioè il 67%, nei prossimi otto anni – commenta Andrea Mignanelli, amministratore delegato Cerved – La fetta più consistente riguarda il Nord (circa 74 miliardi nel Nord Ovest e 55 nel Nord-Est), dove si concentra la gran parte delle attività produttive, ma è al Sud che si deve intervenire subito anche con un adeguato sostegno, per non incidere sui bilanci e aggravare le situazioni finanziarie più fragili”. L’esperto ricorda che una transizione ordinata, nonostante l’alto impatto nel breve termine, rappresenta la scelta migliore considerando gli andamenti economici e le prospettive di rischio, ma richiede la partecipazione attiva di tutti gli attori, dal sistema politico a quello produttivo e bancario. Nello scenario disordinato, dove gli investimenti partono con dieci anni di ritardo, la quota preponderante di investimenti (circa 134 miliardi di euro) si concentra tra 2030 e 2040. Nello scenario serra, con investimenti che entro il 2050 arriveranno ad appena 121 miliardi, il risparmio iniziale presenterebbe il conto: l’inadempienza aumenta in modo esponenziale il rischio fisico, a partire dal 2040, con conseguente maggiore probabilità di default e costi assai più alti per le ricostruzioni e i premi assicurativi.

Evoluzione del profilo di rischio delle imprese

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