All’interno di “Voci del territorio. L’esperienza delle Amministrazioni nel dialogo con il territorio” organizzato a Pescara da Tremonti (17 giugno 2026) è stato raccontato il progetto “Folia” dell’artista eclettico Marco Mazzei, ovvero come l’arte possa essere a servizio della rigenerazione urbana e sociale
Nella splendida cornice del Palazzo AURUM di Pescara, scelto da Tremonti come location dell’annuale incontro sui temi della rigenerazione – all’interno del panel “Voci del territorio. L’esperienza delle Amministrazioni nel dialogo con il territorio” – ha fatto breccia il progetto “Folia” dell’artista Marco Mazzei.
Un musicista diventato, quasi per gioco, designer, scultore, quindi artista a 360 gradi. Partendo dalla realizzazione di foglie scolpite in fogli di alluminio e molto più grandi di un essere umano, collocate ciascuna in un luogo diverso e aperto a tutti all’interno del Parco della Majella, ha costruito un percorso originale di rigenerazione urbana e culturale, in un territorio con qualche ferita ancora aperta. Una foglia dopo l’altra come a comporre un puzzle ideale che ha radici spesse nel tempo e nello spazio, fino a costruire la più grande opera d’arte diffusa d’Europa e forse del mondo (chissà).
Come un albero accanto all’altro fanno un bosco o una foresta, costruendo legami e radici ed ecosistemi, così un’opera d’arte diffusa e condivisa può servire a seminare vita, a preservare il passato e gettare ponti verso il futuro.
Le foglie sostenibili d’alluminio purissimo di Marco Mazzei
Le foglie che utilizza Mazzei sono di un alluminio purissimo al 99,95% e il più delle volte proveniente dalle attività di riciclo, hanno quindi già in sé un forte significato di tutela ambientale. Oltre a essere belle – e la bellezza ha un valore in sé, nell’arte come nella vita – sono uniche perché a disegnarle e modellarle insieme all’artista sono le persone del paese ospitante, quindi scolpite come forme di un gesto collettivo, catartico. I colpi di martelletto con i loro gong, la loro musica, hanno scatenato ricordi che sembravano sopiti, suoni che rimandano a vecchi mestieri, a storie di vita passata, che risalgono a quando il tempo sembrava scorrere lento. Chiunque abbia colpito quelle foglie di alluminio ne farà sempre parte, generando con essa un legame indissolubile.
Raconta Mazzei, da musicista vero, che il suono dei martelletti è stata la miccia per far ri-esplodere nei partecipanti ricordi che sembravano dimenticati, per riannodare fili apparentemente interrotti, fino a scatenare un moto collettivo di rigenerazione comunitaria in crisi dopo i colpi di un gigantismo produttivo che ha lasciato troppe macerie ambientali e sociali. Per provare a frenare anche per questa via lo spopolamento e dare un senso più profondo a chi ha deciso di restarci.
L’anima del progetto risiede nella consapevolezza che la rigenerazione non passa solo dalla bonifica fisica e chimica, passa anche dalla ri-costruzione del tessuto connettivo umano e sociale, perché i luoghi senza abitanti e senza più storie da raccontare e tramandare rischiano di morire, diventando solo paesaggio che si perde persino nella memoria collettiva. Attivando un parallelismo perfetto con la bonifica in corso nel SIN di Bussi, un’area che con tanta fatica si sta restituendo alla comunità, liberandola dalle scorie industriali del passato.
Un’opera collettiva e diffusa all’interno del Parco della Majella
Non l’opera di un singolo artista, tiene a precisare Mazzei, ma un’opera collettiva, quindi per questo necessaria. Quindi, per farne simbolo e strumento di rinnovamento, di rigenerazione umana e sociale, necessaria per ricomporre quella frattura con il territorio piegato da decenni di ferite industriali.
Così le foglie hanno trovato posto in luoghi aperti, mai al chiuso, alla Badia di S. Spirito al Morrone, a Sulmona, a Corfinio, alle Grotte del Cavallone, a Campo Giove, a Guardiagrele, a Civitella Masser Raimondo, a Palena, a Taranta Peligna a Manoppello. Per ogni foglia un lungo atto d’amore verso quello specifico territorio, un attento processo di costruzione sociale, di condivisione.
Le bambine e i bambini delle scuole sono state parte attive di questo progetto, spiega Mazzei, che in quei colpi di scalpello hanno voluto sugellare il loro patto con il territorio, imprimere la propria impronta a un’opera collettiva che diventerà anche la loro, perché conterrà anche i loro colpi, la loro firma indelebile.
L’arte come strumento di rigenerazione urbana e sociale
C’è in questo gesto collettivo, spiega Mazzei, la cura del riappropriarsi del proprio territorio nel momento stesso in cui le fogli scolpite prendono vita e diventano patrimonio di tutti. C’è la consapevolezza della fragilità degli ecosistemi, della necessità di preservarli, di custodirli per le generazioni future, garantendo che la fotosintesi umana continui a nutrire quelle foglie e quel territorio grazie all’impegno della comunità.
In questo modo le foglie di Mazzei diventano lemmi di un linguaggio universale e senza tempo, perché l’arte è linguaggio universale e senza tempo, e servono a raccontare meglio di tante parole la necessità si salvare quel territorio dalla mancanza di cura, dall’oblio, dalla sua mercificazione, mettendo radici profonde nella propria e unica storia, a cui tutti hanno contribuito. Anche martellando delle meravigliose ed enormi foglie d’alluminio che d’ora in avanti faranno parte di quel territorio e di chi lo vive, per sempre.





