La migrazione assistita della flora permette di creare foreste resilienti al clima che cambia, bilanciando rischi e benefici tra specie autoctone e nuove introduzioni.
Gli alberi migrano, in realtà, spostano i loro semi di qua e di là, però lo fanno con una lentezza incredibile, misurata in decenni o secoli. Ma il clima sta cambiando molto più velocemente di quanto le foreste possano spostarsi da sole. Il risultato è che molte foreste attuali si trovano ormai nel clima sbagliato. Le faggete del Nord Italia, adattate a condizioni più fresche e umide, soffrono oggi per il caldo e la sete prolungata, segnali chiari delle pressioni dovute al riscaldamento globale.
In questo scenario di forte spostamento areale delle specie, la migrazione assistita emerge come un’opzione di gestione forestale per favorire l’adattamento delle foreste al cambiamento climatico. Si tratta dell’intervento umano che sposta deliberatamente specie o ecotipi da zone climaticamente più calde verso aree che diventeranno tali. In questo modo aiuta gli alberi a raggiungere condizioni climatiche favorevoli prima che sia troppo tardi.
Non stiamo parlando di portare palme tropicali sulle Alpi, ma di piantare, per esempio, querce e specie mediterranee dal Sud Italia, Sicilia compresa, in Pianura Padana. Qui infatti nei prossimi decenni il clima si avvicinerà sempre più a quello attuale del Centro‑Sud, rendendo necessario ripensare le specie forestali presenti.
Questa idea non è semplice o banale e solleva un dilemma etico e gestionale rilevante. Intervenire per aiutare le foreste a sopravvivere può significare alterare comunità ecologiche consolidate. Ma lasciare che la natura segua il suo corso potrebbe portare a perdite irreversibili di biodiversità e al collasso di ecosistemi che forniscono servizi vitali come ritenzione idrica, sequestro di carbonio e habitat per la fauna.
Fonti autorevoli come la Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia Forestale (SISEF) sottolineano che la rapidità del cambiamento climatico impone di progettare interventi che aiutino le foreste ad adattarsi, includendo pratiche come la migrazione assistita all’interno di una gestione forestale più ampia orientata alla resilienza.
Come evidenziano studi come quello del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente, molti ecosistemi naturali stanno raggiungendo i limiti della loro capacità di adattarsi alle condizioni climatiche in rapido mutamento. Per questo è importante puntare su strategie di gestione proattive che riducano i rischi climatici e aiutino gli ecosistemi a mantenere la loro funzionalità.
La gara di velocità: alberi vs clima

Il cambiamento climatico sta trasformando rapidamente l’ambiente in cui vivono le foreste, imponendo condizioni nuove e più estreme a cui gli alberi devono adattarsi. Per il bosco del futuro, la sfida non riguarda solo sopravvivere, ma mantenere la resilienza forestale di fronte a stress multipli come temperature sempre più alte, eventi estremi e variazioni nelle precipitazioni.
Gli effetti che osserviamo, come alberi che crescono meno, si ammalano più facilmente o scompaiono, sono segnali chiari che molte specie non riescono a tenere il passo. In particolare, come spiega Crea Futuro, l’aumento delle temperature e le condizioni di siccità prolungata causano un stress idrico al faggio, riducendo la competitività delle specie meno tolleranti all’aridità e favorendo specie più termofile.
Il gap di adattamento
Una delle principali ragioni per cui molte foreste sono in difficoltà è la diversa velocità con cui il clima si sposta verso condizioni più calde rispetto alla capacità naturale degli alberi di migrare. Il clima sta infatti avanzando verso i poli a una velocità media di circa 6 chilometri all’anno, mentre la velocità della migrazione degli alberi naturali è molto più lenta, generalmente meno di 1 chilometro all’anno.
Studi ecologici mostrano che le nicchie climatiche adatte alle specie arboree si stanno muovendo verso nord e verso quote più elevate più rapidamente di quanto gli alberi riescano a spostarsi tramite la naturale dispersione dei semi. Questo divario tra velocità del clima e velocità naturale degli alberi crea un vero e proprio gap di adattamento. In pratica gli alberi restano “indietro” rispetto alle condizioni climatiche che cercavano di inseguire, e questo mette a rischio molte foreste spingendo tecnici e ricercatori a considerare strategie di gestione più proattive, come la migrazione assistita.
I 3 livelli di intervento (dal più soft al più radicale)
Per affrontare lo scarto crescente tra le condizioni climatiche attuali e le capacità naturali delle foreste, gli esperti di gestione forestale stanno valutando diversi livelli di azione nell’ambito della migrazione assistita della flora, dalla più conservativa alla più innovativa. Ogni livello comporta scelte diverse su quali popolazioni o specie introdurre, con l’obiettivo di favorire l’adattamento e la resilienza dei boschi italiani di fronte alla crisi climatica.
Migrazione di popolazione
La migrazione di popolazione, come spiega Tree For Future, consiste nello spostare individui della stessa specie, ma prelevando i semi da popolazioni già adattate a condizioni climatiche più calde o secche. Parliamo per esempio di prendere semi di Fagus sylvatica (faggio) da popolazioni meridionali, che possono avere genetica tollerante al caldo, e piantarli in zone più settentrionali per aumentare la capacità di sopravvivenza della specie in un clima che si scalda. Questo tipo di intervento utilizza la variabilità genetica interna alla specie per anticipare l’adattamento naturale e ridurre il rischio di maladattamento climatico.
Migrazione di specie
La migrazione di specie è un passo più radicale. Non si tratta infatti più di spostare solo popolazioni adattate, ma di introdurre specie “vicine” ecologicamente ma non presenti storicamente in una data area. Un esempio può essere l’introduzione di specie mediterranee come la sughera in aree del Veneto o della Pianura Padana, dove in futuro le condizioni climatiche potrebbero assomigliare a quelle del Sud Europa. Come dimostrano diverse ricerche, questo approccio mira a costruire un bosco del futuro più resistente alle nuove condizioni climatiche, pur mantenendo dinamiche ecologiche compatibili con i paesaggi locali.
Rischi e Benefici: giocare a fare Dio?
La migrazione assistita della flora può aiutare le foreste a sopravvivere al cambiamento climatico, ma comporta scelte delicate. L’introduzione di nuove popolazioni o specie implica sempre un equilibrio tra specie autoctone vs alloctone. Da un lato, spostare specie più adatte al caldo può ridurre il rischio di boschi morti causati da stress idrico, siccità o temperature estreme. Dall’altro, c’è il rischio di creare nuove specie invasive che competono con le autoctone, alterando le dinamiche ecologiche locali e la biodiversità.
Questo dilemma evidenzia quanto la migrazione assistita sia una strategia potente ma complessa. È quindi necessario valutare attentamente specie, popolazioni e condizioni locali, bilanciando i rischi ecologici con la necessità di salvaguardare la funzionalità dei boschi del futuro.
Infografica Tecnica: perché serve la migrazione assistita

Guardando avanti, la sfida del cambiamento climatico può diventare un’opportunità per trasformare le nostre foreste in ecosistemi più dinamici e adattabili. Grazie alla ricerca scientifica e a strategie mirate, possiamo progettare boschi resilienti, capaci di offrire nuove bellezze naturali, habitat diversificati e spazi verdi che continueranno a ispirare e proteggere le generazioni future.




