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Restrizioni UE all’export di rifiuti: 32 paesi non-Ocse chiedono di poter continuare a importare

export di rifiuti
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Dopo le restrizioni UE all’esportazione di rifiuti verso paesi terzi, che entreranno in vigore a breve, ben 32 paesi Non Ocse chiedono alla Commissione di poter importare come hanno sempre fatto, provando a dimostrare di essere in condizioni di poterli gestire in maniera sostenibile. 

Lo scorso 18 settembre la Commissione europea ha pubblicato il primo elenco di paesi non appartenenti all’OCSE che potrebbero evitare la stretta decise dal nuovo Regolamento (UE) 2024/1157 sulle esportazioni di rifiuti, che dal 21 maggio 2027 vieta in via generale le esportazioni verso i Paesi non-OCSE, divieto che per i rifiuti di plastica scatterà sin dal 21 novembre 2026. Si tratta di 32 tra i principali paesi importatori di rifiuti made in Ue, non solo plastici. 

L’esportazione di rifiuti prodotti dall’UE rimane un tema caldo, che alimenta un accorato dibattito nell’opinione pubblica europea, allarmata dalle conseguenze che le esportazioni producono in paesi ancora poco attrezzati, alimentate, spesso, solo da broker e imprenditori spregiudicati. Secondo i dati ufficiali in mano alla Commissione, nel 2025 l’UE ha esportato complessivamente 1,4 milioni di tonnellate di rifiuti plastici verso Paesi terzi. Di queste, 730 mila tonnellate sono state destinate ai Paesi OCSE. Non ci sono in ballo solo motivazioni ecologiche. 

Secondo lo stesso Regolamento (Considerato 21), “un mercato dell’Unione efficiente per le spedizioni di rifiuti dovrebbe dare la priorità alla prossimità, all’autosufficienza e all’uso delle migliori tecniche disponibili nella gestione dei rifiuti quali principi guida. Raggiungere una transizione equa verso un’economia circolare è essenziale per realizzare un’economia dell’Unione climaticamente neutra, efficiente sotto il profilo delle risorse e competitiva, che sia sostenibile nel lungo periodo”.

La lista dei Paesi extra-OCSE autorizzati

L’elenco presentato alla Commissione riguarda i paesi che chiedono all’UE, in buona sostanza, di poter continuare a importare rifiuti non-pericolosi provenienti dall’Unione europea anche dopo l’entrata in vigore del bando, di fatto rendendo vano il lungo e faticoso sforzo fatto dalla Commissione – non sempre condiviso da tutti gli stati membri, a dire il vero – per consegnare al passato il triste fenomeno del dumping ambientale, ovvero per evitare di trasferire nei paesi extra-UE l’inquinamento e i conseguenti danni sociali e sanitari legati alla gestione (più o meno efficiente, più o meno regolare) dei propri rifiuti. Non a caso, il Regolamento, consapevole dei deficit impiantistici e scarsa preparazione tecnica nei paesi di destinazione, da quelli asiatici a quelli africani, inasprisce notevolmente le regole per l’esportazione di rifiuti verso paesi non OCSE. 

Da dove deriva questo elenco? Per lasciare una finestra aperta, in linea teorica per aprirsi ai progressi tecnologici e impiantistici che dovessero in futuro realizzarsi in molti dei paesi di destinazione dei rifiuti dall’UE, il Regolamento prevede, in via eccezionale, che le esportazioni potranno essere comunque autorizzate verso paesi non-OCSE solo se questi richiedano, esplicitamente, di continuare a ricevere rifiuti dall’UE, dimostrando però di poterli gestire in “modo sostenibile”. Dimostrazione abbastanza generica, facilmente aggirabile, che forse serve solo a togliere un peso sulla coscienza degli stati membri che, effettivamente, a evitare il ricorso al dumping ambientale. 

Finora sono ben 32 i paesi che hanno scelto questa strada derogatoria, aprendo una voragine per gli obiettivi del Regolamento. Tra questi, Bangladesh, Bosnia-Erzegovina, Egitto, Georgia, India, Indonesia, Malaysia, Mauritius, Moldova, Monaco, Montenegro, Marocco, Macedonia del Nord, Oman, Pakistan, Filippine, Arabia Saudita, Serbia, Sri Lanka, Taiwan, Thailandia, Tunisia, Ucraina, Vietnam e così via. 

La Commissione ha iniziato a valutare le richieste, esaminando tra l’altro la capacità dei paesi di gestire i rifiuti in modo sostenibile. L’esito di tale valutazione è riassunto in una relazione pubblicata insieme alla bozza di elenco dei paesi, sulla quale la Commissione sta ora raccogliendo osservazioni.

Le parti interessate sono invitate a partecipare alla consultazione online su questa bozza di elenco, aperta fino al 16 ottobre. L’elenco definitivo dei paesi autorizzati a ricevere rifiuti dall’UE sarà stabilito entro la fine del 2026. Tale elenco, tiene a precisare la Commissione, sarà aggiornato regolarmente, e comunque almeno ogni due anni, offrendo ai paesi non inclusi la possibilità di presentare (nuovamente) domanda.

Valutazione delle esportazioni di rifiuti di plastica dall’UE alla Turchia

Come già accennato, la Commissione ha inoltre pubblicato la relazione di valutazione sulla gestione sostenibile dei rifiuti di plastica esportati dall’UE verso la Turchia. La relazione è stata pubblicata nell’ambito del nuovo regolamento UE sulle spedizioni di rifiuti, che introduce norme più severe per l’esportazione di rifiuti di plastica verso paesi extra-UE. 

La Turchia è quindi diventata il principale sbocco internazionale dei rifiuti di plastica prodotti nell’Unione europea. Infatti, nel 2025 l’Unione europea ha esportato in Turchia la bellezza di 510 mila tonnellate di rifiuti plastici, pari al 70% delle spedizioni dirette verso i Paesi OCSE, con un valore economico che ha raggiunto i 94 milioni di euro. 

Sebbene la Commissione europea riconosca i progressi normativi di Ankara, segnala “carenze nei dati, dubbi sull’efficacia dei controlli e rischi di inquinamento”. La valutazione riconosce che la Turchia ha rafforzato la propria normativa in materia di gestione e importazione di rifiuti di plastica e ha adottato misure per migliorarne l’applicazione, tra cui l’intensificazione dei controlli e l’inasprimento delle sanzioni pecuniarie. Al contempo, la relazione individua diversi ambiti in cui sono necessari ulteriori informazioni e progressi. Tra questi figurano:

  • Mancanza di trasparenza sui dati relativi alla produzione e al trattamento dei rifiuti di plastica, compreso l’impatto dei rifiuti importati sulla gestione dei rifiuti prodotti a livello nazionale;
  • Informazioni insufficienti sulle modalità di attuazione della normativa volta a prevenire danni ambientali legati ai rifiuti di plastica importati; 
  • Assetti di governance poco chiari per la gestione dei rifiuti di plastica.

Il ruolo della Turchia di hub attrattore di scarti plastici dall’Ue si è consolidato soprattutto dopo il divieto cinese di importare rifiuti plastici entrato in vigore nel 2018. La vicinanza geografica all’Europa, la presenza di un’importante industria di trasformazione e riciclo della plastica e le restrizioni introdotte da altri Paesi asiatici hanno contribuito a indirizzare verso il mercato turco una quota crescente dei flussi internazionali. Le criticità segnalate dalla Commissione non riguardano soltanto la regolazione commerciale. Diversi rapporti citati nel documento europeo hanno segnalato episodi di gestione inadeguata dei rifiuti plastici, in particolare nell’area di Adana, con incendi nei siti di stoccaggio, abbandoni e fenomeni di inquinamento dei corsi d’acqua e degli ecosistemi. Una nuova valutazione è prevista entro la fine del 2028.

Le ragioni del Regolamento

Il Regolamento 2024/1157 si pone l’obiettivo, sin dall’art. 1, di introdurre “misure volte a proteggere l’ambiente e la salute umana e a contribuire alla neutralità climatica e al conseguimento di un’economia circolare e dell’obiettivo dell’inquinamento zero prevenendo o riducendo gli impatti negativi che possono derivare dalle spedizioni dei rifiuti e dal trattamento dei rifiuti nel luogo di destinazione. Stabilisce le procedure e i regimi di controllo per le spedizioni di rifiuti in funzione dell’origine, della destinazione e dell’itinerario di spedizione, del tipo di rifiuti e del tipo di trattamento da applicare ai rifiuti nel luogo di destinazione”.

Purtroppo la dinamiche dei costi di gestione in piena logica di mercato e l’asimmetria normativa spinge sempre di più i rifiuti verso l’estero. Solo nel 2025 l’UE, infatti, ha esportato 32 milioni di tonnellate di rifiuti; circa il 40% di tali esportazioni era destinato a paesi non OCSE. Secondo il rapporto dell’OCSE “Monitoring trade in plastic waste and scrap 2026”, le principali destinazioni extra-OCSE si confermano Malesia, Vietnam e Indonesia, che nel 2024 hanno ricevuto dai Paesi OCSE rispettivamente 670.000, 430.000 e 260.000 tonnellate di rifiuti plastici.

I rifiuti esportati dall’UE, sostiene la Commissione UE, vengono spesso gestiti in condizioni molto meno rispettose dell’ambiente rispetto a quelle vigenti nell’Unione. Ciò può rivelarsi particolarmente problematico nei paesi in via di sviluppo ed emergenti, che devono già affrontare sfide legate alla gestione dei propri rifiuti interni e in cui si prevede la maggiore crescita della produzione di rifiuti in futuro.

I rifiuti plastici rappresentano l’acme dell’emergenza. Se l’UE produce circa 40 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica ogni anno, esporta annualmente tra 1 e 1,5 milioni di tonnellate, almeno considerando solo le informazioni ufficiali, quindi al netto dei traffici illeciti, che rimangono di drammatica attualità. Nel 2025, circa la metà delle esportazioni di rifiuti di plastica dell’UE è stata diretta verso paesi OCSE e l’altra metà verso paesi non OCSE. Oltre alla Turchia, i principali paesi di destinazione nel 2025 sono stati Malesia (276.000 tonnellate), Indonesia (215.000 tonnellate), Vietnam (137.000 tonnellate) e Regno Unito (108.000 tonnellate).

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