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Siti orfani, una questione aperta

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In Italia le Regioni hanno il compito di predisporre piani di azione per il risanamento dei siti orfani. Una strada poco battuta nel resto d’Europa, dove gli interventi sono generalmente pianificati dallo Stato e solo la metà dei Paesi ha adottato delle politiche specifiche.

Ammontano a 500 milioni di euro le risorse stanziate dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza per la bonifica dei suoli contaminati, a cui si sommano 105 milioni di euro già stanziati dal Decreto n.269 del 29 dicembre 2020 e destinati al recupero dei siti orfani. Terreni che, in seguito ad un evento che ne ha provocato la contaminazione, non hanno ricevuto alcun intervento di bonifica. O perché il responsabile dell’inquinamento non è individuabile o perché non provvede agli adempimenti di bonifica. Né provvede, in sua vece, il proprietario del terreno. Non ci sono dati certi circa l’entità di queste aree. Lo stesso Decreto del 2020 che ne finanzia il recupero, dispone le prime linee guida per la loro identificazione. Dovrà farsi carico della bonifica la pubblica amministrazione. Al fine di mappare con celerità e chiarezza questi terreni, l’articolo 17 del Decreto Legge n.152 del 6 novembre 2021, attuativo del PNRR, chiede che le Regioni predispongano entro 60 giorni un “Piano d’azione per la riqualificazione dei siti orfani”, un’attività ricognitiva a cui si affiancherà, entro la fine del 2022, un quadro giuridico finalizzato a concretizzare e concludere le attività di bonifica dei siti orfani entro il 30 giugno 2026. “Una grande opportunità di rilancio e riqualificazione per i territori vittime di abuso” ha commentato Ilaria Fontana, sottosegretaria al Ministero per la Transizione Ecologica, che ha sottolineato l’importanza di mettere al centro delle politiche ambientali le comunità locali e la salvaguardia del territorio.

Come si muove l’Europa

In Italia le Regioni sono protagoniste sul fronte della bonifica dei siti orfani, ma non è così nel resto d’Europa, dove sono in pochi – Belgio, Bosnia Herzegovina, Germania, Grecia e Svezia – ad avere scelto la strada dell’autonomia regionale. La maggior parte dei 39 Stati del continente ha infatti istituito un organismo unico per la gestione dei siti contaminati. In questo ambito l’Unione Europea si limita a suggerire delle linee guida, che portano a differenze profonde nelle applicazioni nazionali. Solo la metà degli Stati europei, ad esempio, ha adottato politiche rivolte alla gestione dei siti orfani. È per questo che l’Agenzia europea per l’ambiente e l’Eionet (European envirnoment information and observation network) hanno classificato circa 690.000 siti tra i 2,8 milioni potenzialmente contaminati in Europa , senza riuscire a stabilire con certezza quanti siano i cosiddetti siti orfani. Generalmente, i Paesi europei continuano a gestire il suolo contaminato con tecniche “tradizionali”, che fanno dello scavo e dello smaltimento fuori sito le pratiche più comuni. Seppure stia crescendo un approccio più flessibile, dove la tipologia di intervento viene stabilita in base alla tipologia del terreno, dei contaminanti presenti, della morfologia del sito. Sempre l’Agenzia europea per l’ambiente evidenzia che in Europa, in media, il 42% della spesa nazionale per la gestione dei siti contaminati proviene da fondi pubblici e nel complesso si spendono, tra analisi di terreni, acque contaminate e bonifiche, circa 10,7 euro pro capite. Valore che scende a poco più di 7 euro per i Paesi che riescono ad accedere ai fondi comunitari. La fotografia che ci arriva dunque è quella di un’Europa che si muove in modo poco coordinato, che cerca soprattutto di prevenire nuovi fenomeni di inquinamento del suolo, ma fa ancora troppo poco per la risoluzione delle contaminazioni storiche.

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