Si trovano in commercio piatti, bicchieri e contenitori per alimenti con la scritta 100% bioplastica compostabile. L’indicazione sembra autorizzarci a gettarli nel bidone dell’umido e ci immaginiamo che questi oggetti si decompongano con la stessa facilità di una buccia di mela o di un torsolo di pera. Purtroppo, però, la realtà industriale è molto diversa dal mito ecologico e la bioplastica rigida rappresenta oggi una sfida complessa, nella gestione dei rifiuti.
Sebbene un oggetto sia progettato per degradarsi, le tempistiche della natura non coincidono con quelle della tecnologia. Molti impianti di trattamento dell’organico sono costretti a scartare tonnellate di manufatti realizzati in bioplastica, inviandoli all’inceneritore o conferendoli in discarica. Per capire davvero come differenziare – ed evitare gli inganni del greenwashing – è fondamentale comprendere il percorso di questi materiali una volta chiuso il bidone marrone e analizzare cosa succeda dietro le quinte della filiera del riciclo.
Il mito: è mais, quindi diventerà concime naturale in pochi giorni
Il marketing ambientale ha creato un falso mito e alimentato una credenza popolare secondo la quale qualsiasi manufatto di origine vegetale possa svanire nel nulla, nel giro di pochi giorni, senza impattare. Molti consumatori ritengono che un cucchiaio o un bicchiere rigido, pur avendo una consistenza identica a quella della plastica fossile, possa degradarsi facilmente se abbandonato nel compostatore domestico da giardino o, peggio, nell’ambiente.
Questo fenomeno genera un gravissimo problema di abbandono consapevole, o littering. Le persone tendono a tollerare maggiormente la dispersione di questi imballaggi nei boschi o sulle spiagge, oppure a macchiarsi di persona di simili gesti, ritenendoli erroneamente innocui e non impattanti. La resistenza molecolare dei polimeri duri richiede invece condizioni industriali specifiche, come quelle raggiunte negli stabilimenti di riciclo. L’abbandono in natura della bioplastica è tanto dannoso quanto quello dei polimeri tradizionali.
Dizionario della bioplastica: vero o falso?
| Dichiarazione | Status | Spiegazione Tecnica – Verità |
| Biodegradabile significa Compostabile: i due termini sono sinonimi. | FALSO | Esiste una netta differenza tra un rifiuto biodegradabile e compostabile. Ogni materiale compostabile è necessariamente biodegradabile. Il contrario, però, non è sempre vero. Il legno o le fibre tessili sono biodegradabili sul lungo periodo, ma non per questo possono essere gettati liberamente nei rifiuti organici. |
| La bioplastica si scioglie rapidamente in mare, senza impattare. | FALSO | Capire dove buttare il PLA (acido polilattico, una delle bioplastiche più diffuse) implica sapere che questo polimero necessita di temperature superiori a 50°C per attivare la degradazione. Nelle acque fredde del mare, o sotto terra, si comporta come fosse plastica tradizionale, resistendo intatto per decenni. |
La tabella evidenzia le due principali false credenze sulla bioplastica, alla base di numerosi comportamenti sbagliati. La veste grafica a specchietto vuole essere di maggior impatto nella speranza di educare i lettori a non sopravvalutare le capacità anbientali di questo polimero.
I depuratori odiano le stoviglie rigide: la realtà industriale
La gestione dei rifiuti organici da bioplastiche riscontra ostacoli operativi notevoli quando si passa dalla teoria dei laboratori alla pratica dei centri di trattamento. I depuratori non apprezzano particolarmente le stoviglie rigide e fanno fatica a prepararle al trattamento di riciclo.
Il mismatch temporale: 20 giorni contro 90
Il problema principale risiede in un vero e proprio conflitto temporale. Un moderno impianto di compostaggio industriale digerisce i rifiuti organici e li trasforma in compost, ovvero terriccio pronto per l’agricoltura, in un ciclo medio di circa 20-30 giorni.
La presenza di bioplastica negli impianti di compostaggio, specialmente se rigida, come nel caso di piatti, posate e/o bicchieri in PLA, richiede tempi standardizzati molto più lunghi. Secondo i parametri di laboratorio, e la tecnologia attuale, i polimeri rigidi impiegano fino a 90, se non addirittura 120 giorni, a una temperatura costante di 60°C, prima di scomporsi completamente. Di conseguenza, alla fine del ciclo breve dell’impianto, i manufatti si presentano ancora seminteri; in uno stato simile a quello nel quale sono stati introdotti.
Quando la bioplastica diventa scarto: il processo di vagliatura
Per immettere sul mercato ammendante compostato puro, privo di frammenti solidi, i macchinari dell’impianto sottopongono il materiale esausto a una fase di setacciatura meccanica, chiamata vagliatura. Durante questo processo, tutti i pezzi duri che non hanno fatto in tempo a decomporsi – ve n’è sempre qualcuno – vengono intercettati e separati. I frammenti di bioplastica rigida finiscono, inevitabilmente, accumulati insieme ai rifiuti non conformi, come per esempio i sacchetti di plastica tradizionale, buttati per errore nell’organico.
Il destino dei rimasugli della bioplastica scartata non è differente da quello dell’indifferenziato: vengono avviati a smaltimento tradizionale, in discarica o negli inceneritori.
Il paradosso dei sacchetti in Mater-Bi
A questo punto, è doveroso fare un distinguo fondamentale tra le diverse tipologie di imballaggio. Se i manufatti rigidi falliscono la sfida del tempo, i sacchetti morbidi della spesa e i film flessibili, come per esempio quelli realizzati in Mater-Bi, hanno uno spessore talmente esiguo da riuscire a degradarsi totalmente, entro i tempi standard di lavorazione dei rifiuti umidi.
Ciò significa che la bioplastica sviluppata da Novamont si integra perfettamente nel ciclo produttivo dell’ammendante agricolo compostabile. Il problema che stiamo evidenziando riguarda principalmente il packaging bioplastico rigido e voluminoso, non tutta la bioplastica in quanto tale. I dati analitici estratti dal report annuale sulla qualità della frazione organica, emesso dal Consorzio Italiano dei Compostatori evidenziano le criticità gestionali causate proprio dalle bioplastiche rigide e dalla loro resistenza alla decomposizione.
Regola d’oro: cerchiamo la norma UNI EN 13432
Per evitare errori, e fare in modo che la transizione ecologica non si trasformi in un paradosso impattante sull’ambiente, i consumatori dovrebbero imparare a leggere attentamente simboli grafici e testi riportati sulle confezioni.
La regola fondamentale è verificare sempre che l’imballaggio stretto tra le mani rispetti i criteri della norma UNI EN 13432. Si tratta della specifica tecnica europea che definisce i requisiti di compostabilità nei cicli industriali. È corretto conferire il manufatto nel bidone dell’umido soltanto se sul prodotto è presente il logo di certificazione di un ente accreditato. Le scritte riportate dovrebbero essere OK Compost Industrial, la quale sottolinea che il prodotto è compostabile in sistemi a temperatura elevata, o OK Compost Home, a significare la possibilità di decomposizione anche a basse temperature, in compostiera domestica.
La certificazione DIN CERTCO, emessa dal gruppo tedesco TÜV Rheinland, attesta l’aderenza del prodotto ai loro severi standard ambientali. Tutti i materiali certificati in questo modo sono biodegradabili secondo la norma UNI EN 13432. Quando troviamo il logo Seedling, abbiamo la certezza che l’imballaggio possa essere gettato con i rifiuti organici. Le linee guida del consorzio nazionale di filiera italiano Biorepack, parte del sistema CONAI, chiariscono i corretti flussi di conferimento e specificano l’obbligatorietà dei marchi di conformità, al fine di garantire il riciclo organico dei polimeri biodegradabili. Questa misura è di matrice europea: la realtà italiana l’ha semplicemente adottata e fatta propria.




