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Bioeconomia: risorsa strategica per presente e futuro

Bioeconomia
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Cruciale per la sostenibilità e l’autonomia strategica dell’Europa, la bioeconomia è quell’insieme di settori che utilizzano materie prime di origine biologica rinnovabile, ripensando produzione, uso e fine vita, generando bio-prodotti che non si accumulano negli ecosistemi, e nuove tecnologie applicabili a scarti e sottoprodotti. Un modello di innovazione industriale che apre nuove prospettive per un made in Italy e un made in Europe sempre più sostenibili e competitivi. Ecco quanto pesa in Italia e nell’Ue.

La bioeconomia ha prodotto in Italia nel 2025 un valore complessivo di beni e servizi di circa 433 miliardi di euro (in crescita del 2,7% a prezzi correnti), output che raggiunge i 3.174 miliardi di euro nella Ue a 27 nello stesso anno. Bioeconomia è l’insieme di attività che utilizzano materie prime di origine biologica e rinnovabile, e a tirare le somme sull’andamento di questo macro settore – di fondamentale rilevanza dal punto di vista ambientale e climatico ma anche dell’autonomia strategica dell’Europa – è il rapporto La bioeconomia per la crescita e la resilienza, realizzato dal Centro Studi di Intesa Sanpaolo in collaborazione con il Cluster SPRING e recentemente presentato presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.  La bioeconomia è uno dei pochi ambiti dove i paesi europei mantengono una leadership tecnologica. L’Italia è la terza nazione in fatturato e occupazione, dopo Germania e Francia.

Il peso della bioeconomia nella Ue

In Europa, il valore della produzione della bioeconomia rappresenta l’8,8% del totale delle attività degli Stati membri, creando lavoro per circa 17 milioni di persone, il 7,8% del totale dell’occupazione complessiva. In Italia, contribuisce al PIL per oltre il 10% e per oltre l’8% dell’occupazione, un livello che rimane stabile con poco più di due milioni di addetti. Inoltre, in termini assoluti, la Germania si colloca al primo posto, seguita da Francia, Italia e Spagna, mentre in termini relativi emerge una maggiore specializzazione di Italia e Spagna, dove il peso della bioeconomia sul totale dell’economia risulta superiore alla media europea.

In ambito europeo, i pilastri fondamentali sono rappresentati dal Clean Industrial Deal, introdotto a fine febbraio 2025, e dalla revisione della Bioeconomy Strategy, avviata a fine novembre dello stesso anno, che attribuiscono alla bioeconomia un ruolo centrale nella transizione ecologica e nella riduzione delle dipendenze strategiche.

La bioeconomia in Italia

Nel Belpaese, la bioeconomia cresce soprattutto grazie alla competitività sui mercati internazionali della filiera agro-alimentare. Dal punto di vista territoriale, le regioni del Centro-Nord concentrano la quota prevalente del valore aggiunto, con Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna ai primi posti, mentre il Mezzogiorno si distingue per una maggiore incidenza occupazionale e per una forte specializzazione nella filiera agro-alimentare e nella valorizzazione delle risorse naturali. 

“La bioeconomia riveste un ruolo strategico per l’Italia, poiché valorizza la ricca biodiversità nazionale e le risorse biologiche rinnovabili provenienti da agricoltura, foreste, pesca e residui organici, trasformandole in alimenti di qualità, materiali innovativi, bioprodotti ed energia attraverso filiere sostenibili e a basse emissioni di carbonio”, ha dichiarato Andrea Lenzi, presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche e presidente del Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita (CNBBSV), che ha aperto l’incontro di presentazione del rapporto.

Mentre per il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, che ha concluso l’appuntamento con un video messaggio, “la bioeconomia non è più solo un’agenda ambientale legata alla decarbonizzazione ma una leva strategica per ridurre la dipendenza, nostra e dell’Europa, dalle importazioni di materie prime fossili e da catene di approvvigionamento che si sono dimostrate vulnerabili”.

Il ruolo del Gruppo di Coordinamento Nazionale per la Bioeconomia

Il dossier, ha sottolineato ancora Lenzi, è un riferimento utile per le attività del Gruppo di Coordinamento Nazionale per la Bioeconomia (GCNB). Istituito nell’ambito del CNBBSV, il Gruppo è incaricato del coordinamento delle politiche nazionali per la bioeconomia e del supporto all’attuazione, al monitoraggio e all’aggiornamento della Strategia Italiana per la Bioeconomia e dei relativi Piani di implementazione, promuovendo la collaborazione tra istituzioni, ricerca e sistema produttivo. Riunisce rappresentanti di sette ministeri, delle Regioni e Province autonome, rappresentate attraverso la Conferenza Stato-Regioni e le Commissioni Politiche Agricole e Sviluppo Economico, di Dipartimento per le Politiche di Coesione e per il Sud della Presidenza del Consiglio, ISPRA, SVIMEZ e Cluster Tecnologici Nazionali dei settori Agrifood (CL.A.N.), Chimica Verde, Bioraffineria e bioeconomia circolare (SPRING), Blue Economy (BIG) e ITALIA FORESTA LEGNO. 

Innovazione e start-up

Un ruolo cruciale è svolto dall’innovazione. Nel Rapporto è stato aggiornato il censimento delle startup innovative attive nella bioeconomia in Italia: nel 2025 ne sono state individuate 707 start-up, pari al 6,2% del totale, con una forte concentrazione nel comparto della ricerca e sviluppo. Le traiettorie di innovazione riguardano in particolare i materiali bio-based, la valorizzazione degli scarti, i nuovi modelli alimentari, nonché le applicazioni nel campo dell’energia e delle costruzioni sostenibili

La filiera del legno

Un approfondimento è dedicato alla filiera del legno, componente rilevante della bioeconomia europea e italiana. Nell’UE, negli ultimi decenni si è assistito ad un incremento della superficie forestale (+11% tra il 1990 ed il 2025), anche se in tempi più recenti il ritmo di crescita ha rallentato. L’Europa appare sostanzialmente autonoma dal punto di vista degli approvvigionamenti di materie prime legnose (la quota di legname grezzo importato copre solamente il 2% del fabbisogno stimato).

Sotto il profilo della circolarità, l’Italia si distingue per una diffusione crescente di pratiche di riutilizzo e recupero degli scarti e per livelli elevati di riciclo dei rifiuti in legno. Per gli imballaggi, con una percentuale di riciclo pari al 64,9%, risulta essere, insieme alla Spagna (77,8%), tra i paesi più virtuosi a livello europeo. Riguardo ai rifiuti solidi urbani in legno, tra il 2014 e il 2024 i quantitativi raccolti sono cresciuti del 66,8%, sebbene con significative differenze tra i territori riconducibili sia a diverse abitudini di consumo sia a una differente diffusione del servizio di raccolta differenziata. 

Spazio al miglioramento

Rimangono ampi spazi di miglioramento nella filiera: secondo i risultati di un sondaggio sulle imprese del settore, il ricorso a materie prime seconde, derivanti dal riciclaggio, dalla rigenerazione o dalla trasformazione di prodotti e scarti già esistenti, risulta ancora parziale: oltre la metà delle imprese del campione non utilizza materie prime seconde, una quota rilevante ne fa un uso limitato e solo una percentuale residuale le impiega in modo sistematico. Chi impiega materie prime seconde lo fa per lo più in modo autonomo, senza che questo si traduca in un modello coordinato di filiera. Inoltre, solo il 6,1% delle imprese concepisce i propri prodotti in ottica di ricilabilità e disassemblaggio

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