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L’esperienza di Labsus per la rigenerazione del territorio

Labsus
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Il modello Labsus di rigenerazione urbana e sociale costruita dal basso come esperienza integrata al Modello Abruzzo proposto da Edison Regea e Tremonti, società da anni impegnate nella bonifica del SIN di Bussi

Nell’ormai appuntamento annuale che la società Tremonti organizza a Pescara per aggiornare lo stato dell’arte del modello abruzzese, tra rigenerazione e comunità, che si è svolto lo scorso 17 giugno, una delle tante storie che ha avuto spazio è il progetto Labsus di amministrazione condivisa, esempio concreto di come le comunità possano svolgere, mettendo insieme il loro tempo e le loro conoscenze, un ruolo attivo nella tutela dei beni comuni. A raccontarlo in presa diretta a una platea attenta è stato Giuseppe Marletta, Avvocato amministrativista e ricercatore Labsus, che ha spiegato alla sala come il “Patto di collaborazione” siglato da uno o più cittadini attivi con un soggetto pubblico rappresenti una modalità alternativa ed efficace per “la cura di beni comuni materiali e immateriali”. 

Una gestione comunitaria dei beni comuni, alternativa alla solita dicotomia tra pubblico e privato, che nel 2009 valse il premio Nobel per l’economia a Elinor Ostrom e Oliver Williamson, meritevoli di dimostrare, ha scritto la Royal Swedish Academy of Sciences nel  motivare il premio, come “le risorse comuni – foreste, attività di pesca, giacimenti petroliferi o pascoli – possono essere gestite con successo dalle persone che le usano piuttosto che da governi o società private”. Appunto. 

Le regole generali del Patto

Partendo dall’inizio, le regole di base sono che il Patto individua il bene comune, gli obiettivi, l’interesse generale da tutelare, le capacità, le competenze, le risorse dei sottoscrittori (quindi anche dei soggetti pubblici), la durata stessa del Patto e le responsabilità.

Secondo Marletta, “una delle principali peculiarità del Patto di collaborazione sta nella sua capacità di coinvolgere soggetti, anche singoli, generalmente distanti dalle tradizionali reti associative, interessati principalmente alle azioni di cura di un bene comune”. L’alto tasso di informalità, che può ricomprendere anche gruppi informali, comitati, abitanti di un quartiere uniti solo dall’interesse nel promuovere la cura di un bene comune specifico, è la principale caratteristica “che rende questo strumento diverso e più vantaggioso rispetto ad altri strumenti più noti a cui si affidano normalmente le pubbliche amministrazioni (affidamenti, concessioni, adozioni e simili)”.

Come recita lo stesso Statuto di Labsus, i soggetti istituzionali chiamati a sottoscrivere un Patto di collaborazione possono essere più di uno a seconda dell’oggetto del Patto, della proprietà del bene comune, delle azioni di cura previste, delle forme di sostegno, dell’interesse generale tutelato. Le forme di sostegno da parte delle pubbliche amministrazioni possono essere le più varie, non necessariamente di natura economica.

Un laboratorio di sussidiarietà

Si tratta di una sorta di “laboratorio per la sussidiarietà”, che parte dalla certezza che le persone sono portatrici “non solo di bisogni ma anche di capacità” e che è possibile che “queste capacità siano messe a disposizione della comunità per contribuire a dare soluzione, insieme con le amministrazioni pubbliche, ai problemi di interesse generale”. Per scolpire nella roccia questo concetto, il Laboratorio ha scritto e sottoscritto nel 2004  “La carta della sussidiarietà”, che si articola in dieci semplici punti, il primo dei quali recita: “la sussidiarietà orizzontale dà vita ad un modo nuovo di esercitare la sovranità popolare definito cittadinanza attiva, che completa ed integra le forme tradizionali della partecipazione politica e della partecipazione amministrativa”. 

Storie e luoghi di Patti 

Sono tantissime le storie concrete in cui questi principi sono stati declinati fino a diventare quotidiana azione di cittadinanza attiva e riflessiva. Lo stesso Marletta, intervistato per questo articolo e sollecitato su quali progetti siano attualmente in fucina, fa riferimento a quanto si sta costruendo dentro le stanze del Comune di Roma Capitale, quindi non uno Comune a caso e per questo paradigmatico, dove si sta lavorando per dare i contorni a una “comunità di pratica”, proprio così è stata definita, per andare oltre i singoli uffici e costruire, tra i più motivati dipendenti pubblici, un team trasversale, che attualmente vede coinvolti 70 tra donne e uomini che lavoro per il Comune. 

Un percorso nato per superare le rispettive mansioni, per consentire, invece, a chi vi partecipa di poter lavorare, insieme ai cittadini e alle associazioni eventualmente coinvolte, per mettere a fattor comune competenza diffuse e non segmentate all’interno di uno spazio fisico o amministrativo rigido e definito una volta per tutte. 

Lo scopo? Andare direttamente al cuore dei problemi, spesso troppo complessi e insidiosi per essere risolti nel solco delle tradizionali prassi amministrative, come rigenerare aree e/o edifici degradati, dare risposte ai problemi di povertà educativa o energetica, o, in generale, per riappropriassi di spazi pubblici abbandonati. Come? Lavorando per sottogruppi e per singoli percorsi di costruzione di policy condivise, con restituzioni risultati raggiunti in appositi eventi pubblici. 

Prima una apposita memoria di giunta, poi una “determina dirigenziale” hanno offerto la necessaria copertura formale del Comune all’iniziativa, consentendo ai dipendenti di poter lavorare anche durante gli orari d’ufficio. Una vera rivoluzione copernicana, sottolinea Marletta, almeno rispetto al modo canonico con il quale si intende il lavorare presso un’amministrazione pubblica. 

I progetti di Labsus già in corso

Di percorsi invece già avviati e consolidati dall’esperienza di Labsus ce ne sono tanti, da un capo all’altro del paese. Considerando solo quelli più recenti, nel gennaio del 2024 il Comune di Cerveteri (provincia di Roma) ha approvato il Regolamento sull’amministrazione condivisa dei beni comuni che ha dato la stura all’approvazione di circa dieci Patti di collaborazione. Uno dei più recenti ha riguardato il borgo di Ceri, piccolissima frazione arroccata su un pezzo di montagna, un Patto sottoscritto con alcune associazioni del posto per dare vita a un centro anziani proprio dove sorgeva il giardino di una scuola elementare ormai chiusa per assenza di iscritti. 

In Abruzzo, nella Valle Roveto, nella Marsica, la riserva naturale “Zompo lo Schioppo da tempo abbandonata e soggetta a episodi di vandalismo è stata recuperata dalla comunità che ha iniziato a costruirci dei momenti di incontro e di condivisione, soprattutto grazie  all’esperienza di un centro estivo aperto ai giovani di altri territori, proprio ai piedi di una splendida cascata. 

A Mirano, a due passi da Venezia, il Comune insieme a diverse associazioni locali si è fatto promotore del Patto denominato “Sentieri di pace” per riscoprire e valorizzare ben sette itinerari escursionistici rendendo il cammino alla portata di tutti e tutte. Il primo passo è stato attivare una procedura di co-progettazione, che concretizzata in un’iniziale attività di mappatura dei percorsi che, nei 42 chilometri quadrati del Comune di Mirano, ha evidenziato la presenza di 24 sentieri.

Ad Assisi, il Comune ha sottoscritto un Patto di collaborazione con una cooperativa e con l’Associazione dei Priori del Piatto di Sant’Antoinio Abate per l’amministrazione condivisa del Palazzo storico del Capitano del Perdono, uno dei 14 siti UNESCO della città. Un Patto per trasformare il Palazzo in un luogo di aggregazione e di riferimento per tutta la comunità, dove si tengono attività di vario tipo, laboratori, incontri ed eventi, ma anche per custodire e raccontare la memoria del territorio attraverso il Museo Bonum – Storie e tradizioni del piatto di Sant’Antonio.

In Sicilia, a Salaparuta, provincia di Trapani, il Comune e due associazioni locali hanno siglato un Patto di collaborazione per rigenerare l’ex Convento dei Cappuccini. Un bene culturale gravemente compromesso dal sisma del 1968 e oggi, dopo essere stato restaurato, è stato sottoposto ad amministrazione condivisa e restituito alla comunità come centro culturale.

E ancora a Verona, dove da quasi dieci anni si sperimenta il Regolamento per l’attuazione della sussidiarietà orizzontale mediante interventi di cittadinanza attiva, un percorso collettivo che coinvolge cittadini e associazioni ha portato recentemente alla riapertura di un’edicola sociale – a quanto pare, “l’unica del Veneto e una delle poche in Italia” – che è così diventata un bene comune. Situata in una “piazza che è porta di accesso alla città e al tempo stesso ai suoi margini”, nel 2023 l’edicola è stata trasformata in un hub sperimentale grazie ad un Patto di sussidiarietà, ovvero un “presidio civico, punto di riferimento e aggregazione, spazio generativo motore di trasformazione sociale in una zona considerata difficile”

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