Un report dell’Università di Padova e di Etifor, spin-off universitario specializzato in sostenibilità forestale, fotografa l’impatto delle filiere produttive italiane. Oltre la metà della deforestazione “incorporata” nei nostri consumi è legata a olio di palma e prodotti bovini provenienti soprattutto da Indonesia e Brasile. L’Italia è terza in Europa per rischio pro capite.
Il costo invisibile dei consumi
Dietro molti prodotti di uso quotidiano si nasconde un costo ambientale invisibile: la perdita di foreste tropicali. È la cosiddetta “deforestazione incorporata”, cioè la quota di distruzione forestale legata alla produzione di materie prime destinate ai consumi di altri Paesi, Italia compresa. A quantificarla è il nuovo report Deforestation Made in Italy, realizzato dall’Università di Padova insieme a Etifor, società benefit e spin-off dell’ateneo padovano specializzata nella consulenza e nella ricerca sulla gestione sostenibile delle risorse forestali. Tra il 2005 e il 2023 i consumi italiani hanno messo a rischio circa 594 mila ettari di foreste, un’estensione paragonabile all’intera provincia di Roma. La media è di oltre 31 mila ettari all’anno, equivalenti a circa 45 mila campi da calcio, con un impatto climatico stimato in 9,45 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno, pari al 2,5% delle emissioni nazionali.
Italia terza in Europa
I numeri collocano l’Italia al terzo posto nell’Unione europea, dietro Germania e Spagna, per rischio pro capite di deforestazione incorporata nei consumi, e al ventesimo posto a livello mondiale. Secondo gli autori del rapporto, il fenomeno è in calo rispetto al passato grazie alle iniziative volontarie adottate da alcuni comparti industriali e alle politiche europee, ma resta significativo. Per ogni cittadino italiano la responsabilità media accumulata nel periodo analizzato corrisponde a circa 100 metri quadrati di foresta.
Olio di palma e carne guidano il fenomeno
A trainare la deforestazione sono soprattutto sette materie prime. L’olio di palma pesa da solo per il 34% del totale, seguito dai prodotti bovini – carne e pelli – con il 18%, quindi soia (15%), legno e derivati (13%), cacao (12%), caffè (5%) e gomma naturale (2,5%). Più della metà dell’impatto complessivo si concentra in due soli prodotti, olio di palma e derivati bovini, e in due Paesi: Indonesia e Brasile. Qui l’espansione delle coltivazioni industriali e dei pascoli continua a rappresentare uno dei principali motori della perdita di foreste tropicali.
L’aspetto più rilevante è che questi prodotti entrano in numerose filiere del Made in Italy, comprese produzioni considerate d’eccellenza. La deforestazione, quindi, non riguarda solo le materie prime, ma attraversa l’intero sistema manifatturiero.
Come si misura la deforestazione “nascosta”
Per stimare questo impatto il report utilizza il modello Deduce, che incrocia i cambiamenti nell’uso del suolo rilevati dalle immagini satellitari con i dati sulla produzione delle materie prime e sui flussi commerciali internazionali.
Il sistema tiene conto anche delle triangolazioni commerciali, ricostruendo il percorso delle merci tra Paesi produttori, trasformatori e importatori. In questo modo è possibile attribuire la quota di deforestazione ai consumi finali, anche quando la materia prima attraversa più Stati prima di arrivare sul mercato italiano.
Il nodo del regolamento europeo
Per invertire la tendenza gli autori indicano come priorità l’entrata in vigore senza ulteriori rinvii del Regolamento europeo sui prodotti a deforestazione zero (EUDR), approvato nel 2023 ma la cui applicazione è ora prevista per la fine del 2026. La normativa imporrà alle imprese di dimostrare che i prodotti immessi sul mercato europeo non siano collegati alla distruzione delle foreste. Ma, secondo il rapporto, da sola non basta. Servono anche consumatori più consapevoli, sistemi di monitoraggio indipendenti e investimenti nelle certificazioni delle filiere.
Su questo fronte alcuni esempi positivi già esistono. Nel settore del legno, ricorda il direttore scientifico di Etifor, Mauro Masiero, l’Italia è seconda al mondo e prima in Europa per diffusione delle certificazioni FSC che attestano la provenienza da foreste gestite in modo sostenibile.
Da vincolo a vantaggio competitivo
Per gli autori dello studio, la sfida non è soltanto ambientale. Ridurre la deforestazione incorporata significa anche rafforzare la competitività delle imprese italiane in un mercato sempre più attento alla sostenibilità. L’obiettivo è trasformare quello che oggi viene percepito come un obbligo normativo in un’opportunità economica e industriale, capace di migliorare la qualità delle filiere, valorizzare il Made in Italy e ridurre l’impatto dei consumi su ecosistemi che, pur trovandosi a migliaia di chilometri di distanza, restano strettamente collegati alle scelte di acquisto quotidiane di imprese e cittadini.
Perché, nell’economia delle filiere globali, la distanza geografica non coincide più con quella delle responsabilità: la foresta che si perde in Indonesia o in Brasile racconta anche una parte della storia dei consumi e della produzione italiani.





