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Come sta il suolo italiano?

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Quasi la metà dei suoli italiani è in cattive condizioni, a causa di fenomeni erosivi, carenza di carbonio organico, inquinamento. Senza un’inversione di tendenza tra 60 anni potremmo perdere la totalità dei terreni coltivabili a livello globale.

Il suolo è importante e va difeso. Perché, e da cosa va difeso, ci aiuta a capirlo nel dettaglio il rapporto “Il suolo italiano al tempo della crisi climatica” di Re Soil Foundation, realtà promossa dall’Università di Bologna, Coldiretti, Novamont e Politecnico di Torino, che punta a salvaguardare il suolo e a promuovere la rigenerazione territoriale. “Il primo tentativo di riunire all’interno di un’unica pubblicazione la fotografia dell’impatto delle principali forme di degrado sui suoli italiani – commentano gli autori – ed evidenziare quali sono i territori maggiormente esposti, presentando al tempo stesso le proposte e le soluzioni indicate dai massimi esperti del sistema suolo”. Il lavoro è frutto della collaborazione di soggetti autorevoli, dal Joint Research Center della Commissione europea al Consiglio per la Ricerca in Agricoltura, all’ISPRA.

Il 90% dei terreni sarà a rischio entro il 2050 a causa dell’erosione

Occorrono fino a 1.000 anni per formare circa 3 cm di terra fertile; eppure, oggi, l’equivalente di un campo da calcio di suolo è eroso ogni 5 secondi. Con il tasso corrente di erosione si stima che circa il 90% dei suoli sarà a rischio entro il 2050. Un problema non da poco, visto che il 95% del cibo globale viene prodotto direttamente o indirettamente dal suolo.

“Senza un’inversione di tendenza – sottolinea Maurizio Martina, vice direttore generale FAO – potremmo perdere la totalità della terra fertile e coltivabile entro i prossimi 60 anni”. In Italia è andato perso il 28% dei terreni coltivabili negli ultimi 25 anni, mentre un terzo dei suoli mondiali è già soggetto a degradazione. La perdita di qualità e di salute dei suoli ha un costo economico, stimato in circa 400 miliardi di dollari all’anno di produzione agricola persa. La degradazione dei terreni vale, solo in Europa, decine di miliardi di euro all’anno. “Oltre al danno economico – aggiunge Martina – si devono considerare anche le dinamiche relative alla migrazione delle popolazioni costrette ad abbandonare terre ormai improduttive. Numeri già elevati che potrebbero triplicare entro fine secolo se non interveniamo con nuovi modelli produttivi e di tutela per questa preziosa risorsa”.

Il 25% dei suoli europei ha un indice di fertilità scarso

Degradazione del suolo vuol dire, prima di tutto, impoverimento in nutrienti e sostanza organica. Un fenomeno che comporta:

  • diminuzione della capacità di ritenzione idrica;
  • tendenza all’erosione e al dissesto idrogeologico;
  • riduzione della funzione di serbatoio di carbonio, con rilascio di CO2 e aumento di emissioni di gas serra.

“Nel 25% dei terreni europei – racconta Walter Ganapini, presidente del Comitato scientifico di Re Soil Foundation – il tasso di sostanza organica, indice di fertilità naturale, è sotto la soglia che consente al sistema suolo/pianta di veder garantite funzioni nutrizionali sia di tipo diretto, con il trasferimento di nutrienti e microelementi alle colture, sia indiretto, migliorando la biodisponibilità dei nutrienti del suolo”. Per questo, aggiunge, “in ottica olistica, la valorizzazione del suolo si inserisce in percorsi di rigenerazione territoriale e di sviluppo sostenibile, a maggior ragione mentre incombono quattro crisi sistemiche terribili, dalla bellica alla pandemica, dalla finanziaria e industriale alla climatica”.

Inoltre, in Europa si trovano più di 300 diversi tipi di suolo, con proprietà chimico-fisiche molto diverse. Spiega Luca Montanarella, ricercatore del Joint Research Center della Commissione Europea: “un podzol acidico della Scandinavia avrà proprietà completamente diverse da un cambisol basico dell’area Mediterranea”. Per questo motivo non esiste un suolo sano in astratto, ma è necessario adattare la definizione di suolo sano al contesto ambientale in cui si trova.

Lo stato di salute del suolo italiano

In base ai dati disponibili presso l’Osservatorio Europeo per il Suolo, quasi la metà del suolo italiano (il 47%) è in uno stato di cattiva salute. Le principali cause di questo decadimento sono l’erosione (23%) e la mancanza di carbonio organico (19%).

L’80% delle aree coltivate in Italia, corrispondente al 23% del territorio nazionale, è esposto a erosione. “Limitare questi fenomeni – sottolinea Montanarella – dovrebbe essere una priorità nazionale, vista la quantità di suolo perso annualmente a causa di questo processo. Pratiche agricole più sostenibili, che assicurino una costante copertura vegetale del suolo, possono limitare i fenomeni erosivi e andrebbero sostenute e applicate in maniera sistematica su tutte le aree a rischio”.

Il 68% delle aree agricole e di quelle a prato ha perso più del 60% del carbonio organico originariamente presente in condizioni naturali. “Sono aree in cui pratiche agricole rigenerative, che implicano una riduzione delle lavorazioni profonde e l’apporto di sostanza organica esogena (letame, stallatico, etc.) possono avere un impatto importante nel riportare i livelli di sostanza organica in condizioni sostenibili contribuendo così anche alla mitigazione delle emissioni di anidride carbonica in atmosfera”, spiega Montanarella.

Circa il 14% del territorio italiano soffre di livelli di rame nel suolo sopra la soglia di allerta. Il rame è un inquinante diffuso, specialmente nelle aree storicamente dedicate alla viticoltura: una delle pratiche più antiche per la lotta alla peronospora della vite è infatti il trattamento con composti a base di rame.

Il 23% circa della superficie agricola, l’8% del territorio nazionale, è invece soggetta a un eccessivo accumulo di azoto. Livelli elevati di azoto in genere si riscontrano in aree ad agricoltura molto intensiva, con frequenti spandimenti di liquami e residui zootecnici: tipicamente l’intera area della Pianura Padana. Ed essendo l’azoto altamente mobile nel suolo, c’è un alto rischio di dilavamento nelle acque di falda, con serie conseguenze per gli ecosistemi acquatici e la salute umana.

Infine, il 7% delle aree agricole in Italia – circa il 4% del territorio nazionale – è a rischio di salinizzazione. Pericolo che si può presentare nelle aree costiere, a causa dell’intrusione del cuneo salino proveniente dal mare, soprattutto dove viene fatto largo uso di acque di irrigazione prelevate dalla falda.

La progressiva perdita di carbonio organico

C’è più carbonio nel primo metro di suolo del pianeta di quanto sia presente in atmosfera (770 miliardi di tonnellate) e in tutte le piante terrestri messe insieme, foreste incluse (550 miliardi di tonnellate), scrivono Claudio Ciavatta e Claudio Marzadoria, ricercatori dell’Università di Bologna.

Stando ai dati della Carta italiana del carbonio organico del suolo, la maggior parte dei suoli italiani, in particolare quelli coltivati, ha un contenuto di carbonio organico da molto basso (< 1%) a basso (1÷2%). Mentre un suolo in buona salute supera il 13% del contenuto in carbonio organico. La carenza, spiegano i ricercatori, interessa territori da nord a sud dell’Italia, con particolare riguardo ad aree del Piemonte – nella zone del cuneese coltivate a nocciolo – passando per l’Emilia-Romagna, la Toscana, il Lazio, la Campania, la Basilicata, gran parte dei territori della Sicilia e parte della Sardegna. Una situazione che è andata peggiorando nel tempo, passando dall’agricoltura del primo dopoguerra a un’agricoltura che ha visto il progressivo abbandono delle stalle e, di conseguenza, delle letamazioni e il sopravvento della fertilizzazione chimica. Il combinato disposto ha progressivamente depauperato i suoli di sostanza organica, anche se le rese per ettaro possono essere aumentate.

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