Dall’esperimento Project Natick di Microsoft ai fondali oceanici, il futuro dei data center si gioca tra raffreddamento naturale, energia rinnovabile e nuove sfide di sostenibilità digitale.
Inviare un’email, caricare un video in cloud o interrogare un’Intelligenza Artificiale non richiede solo energia elettrica, ma anche un’enorme quantità di acqua potabile. I moderni data center terrestri bruciano miliardi di litri d’acqua all’anno per il raffreddamento dei server, innescando conflitti in aree già colpite da siccità.
In questo scenario, colossi tecnologici come Microsoft hanno sperimentato soluzioni radicali come il Project Natick di Microsoft, un’infrastruttura che esplora il potenziale del raffreddamento dei server nell’oceano, sfruttando le correnti marine come sistema termico naturale.
Parliamo di enormi cilindri pressurizzati pieni di server calati sul fondo dell’oceano che sfruttano le gelide correnti marine per un raffreddamento perpetuo e gratuito, aprendo la strada a un’infrastruttura Internet a impatto zero. L’obiettivo dichiarato è ridurre il consumo idrico ed energetico dei data center tradizionali, aprendo a nuove forme di infrastrutture digitali più efficienti.
L’impronta idrica invisibile del cloud e dell’intelligenza artificiale
L’espansione del cloud computing e dei modelli di AI generativa ha trasformato radicalmente il consumo energetico globale, ma ha anche introdotto un problema meno visibile: l’impatto ambientale dei data center legato all’acqua e in generale l’impatto idrico dell’intelligenza artificiale.
L’idea che il digitale sia “immateriale” è sempre più lontana dalla realtà fisica. L’addestramento dei modelli di Intelligenza Artificiale e il funzionamento continuo del cloud computing generano quantità enormi di calore. Questo avviene perché ogni operazione computazionale nei server si trasforma in energia termica, come spiega Shield Operations. In pratica, quasi il 100% dell’elettricità consumata diventa calore da smaltire.
Con l’esplosione dei modelli di AI generativa, questa situazione si è aggravata. I moderni data center non ospitano più semplici server: oggi lavorano con GPU ad altissima densità energetica. Secondo diverse analisi, un singolo rack può arrivare a consumare tra 60 e oltre 100 kW di potenza, generando livelli di calore che superano la capacità dei sistemi di raffreddamento tradizionali.
Nei data center tradizionali il raffreddamento avviene principalmente tramite aria condizionata industriale e sistemi evaporativi, spesso basati su torri di raffreddamento. Il principio è semplice: l’acqua assorbe il calore dei server e lo disperde evaporando nell’atmosfera.
Secondo il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, molti impianti utilizzano proprio cooling tower evaporative systems, dove il raffreddamento finale avviene grazie all’evaporazione dell’acqua.
Questo sistema, però, ha un costo ambientale diretto: l’acqua utilizzata viene in parte consumata e non recuperata, aumentando la pressione sulle risorse idriche locali.
Nei casi più estremi, un singolo mega data center può arrivare a consumare fino a 1–2 milioni di litri di acqua potabile al giorno, a seconda della localizzazione e della tecnologia di raffreddamento utilizzata. Questo dato è coerente con le analisi energetiche del Lawrence Berkeley National Laboratory, che evidenziano come la crescita del cloud e dell’AI stia aumentando rapidamente la pressione sulle risorse idriche locali.
In un contesto globale segnato da siccità sempre più frequenti e desertificazione, l’uso di acqua potabile per raffreddare infrastrutture digitali solleva un problema sociale oltre che tecnologico: in alcune regioni, l’acqua utilizzata dai data center entra direttamente in competizione con l’agricoltura e il consumo umano. Questo rende sempre più urgente la ricerca di soluzioni alternative, incluse forme di infrastrutture cloud off-grid, capaci di ridurre la dipendenza da risorse idriche terrestri e reti energetiche tradizionali.
Data center terra vs mare
La differenza tra data center terrestri e sottomarini non riguarda solo la posizione fisica, ma un insieme di variabili operative che impattano direttamente su energia, acqua, affidabilità e scalabilità. Le prime sperimentazioni condotte da Microsoft con il Project Natick hanno permesso di confrontare in modo empirico questi due modelli infrastrutturali, evidenziando vantaggi potenziali ma anche limiti ancora aperti.
| Parametro Operativo | Data Center Terrestre | Data Center Sottomarino | Approfondimento Vantaggio |
| Consumo di Acqua Dolce (Raffreddamento) | Altissimo (Stimato in miliardi di litri all’anno a livello globale per il raffreddamento evaporativo). L’acqua viene consumata e rilasciata sotto forma di vapore. | Zero (Utilizza l’acqua marina per la dissipazione termica). I sistemi di raffreddamento a circuito chiuso trasferiscono il calore all’ambiente circostante. | Impatto Ambientale e Sostenibilità: Riduzione drastica del prelievo di risorse idriche, cruciale in aree soggette a stress idrico. Questo posiziona i DC sottomarini come una soluzione intrinsecamente più sostenibile. |
| Tasso di Guasto Hardware (Failure Rate) | Standard (Soggetto a stress da corrosione dovuta all’ossigeno, fluttuazioni di temperatura, vibrazioni e usura causata da manutenzione umana). | Estremamente basso, fino a 1/8 rispetto alla terra (L’ambiente sigillato, riempito con gas inerte come l’Azoto, elimina l’ossigeno, la principale causa di corrosione e guasto. Assenza di interventi umani). | Affidabilità e Costi Operativi: L’ambiente controllato e l’assenza di personale riducono i costi di manutenzione e aumentano significativamente l’affidabilità e la longevità dell’hardware (MTBF – Mean Time Between Failures). |
| Latenza di Rete (Network Latency) | Spesso alta (I DC sono costruiti in aree remote, tipicamente desertiche o scarsamente popolate, per i costi ridotti di terreno e energia, allontanandosi dai centri urbani). | Bassa (Circa il 50% della popolazione mondiale vive vicino alle coste. Posizionare i DC vicino alle città costiere riduce drasticamente il “ping time”). | Esperienza Utente e Applicazioni Critiche: Cruciale per applicazioni sensibili alla latenza come il gaming in cloud, lo streaming live, il trading ad alta frequenza e l’Edge Computing. Migliora la qualità del servizio complessiva. |
| Efficienza Energetica (PUE – Power Usage Effectiveness) | Variabile, tipicamente tra 1.5 e 2.0 (La maggior parte dell’energia aggiuntiva è dedicata al raffreddamento e ai sistemi di supporto). | Potenzialmente prossimo a 1.05 – 1.15 (Sfruttando l’acqua fredda del mare come dissipatore termico naturale, si minimizza l’energia richiesta per il raffreddamento). | Costi Operativi e Impronta Carbonica: Un PUE inferiore significa che una frazione molto maggiore dell’energia consumata va effettivamente ai server (carico IT), riducendo i costi energetici e l’impatto ambientale complessivo. |
| Rapidità di Implementazione (Deployment Time) | Lunga (Mesi o anni per l’acquisizione del terreno, la costruzione delle infrastrutture e l’ottenimento dei permessi). | Rapida (Le unità modulari e prefabbricate possono essere prodotte in serie e sommerse in tempi molto più brevi). | Flessibilità e Scalabilità: Permette una risposta rapida alla domanda crescente di capacità di calcolo, facilitando l’espansione modulare della rete di calcolo globale. |
| Sicurezza Fisica e Ambientale | Alta (Soggetti a eventi climatici estremi, accesso non autorizzato e potenziali danni umani). | Estremamente alta (L’ambiente sottomarino offre un isolamento fisico intrinseco, rendendo l’accesso non autorizzato estremamente difficile e proteggendo da molti disastri naturali terrestri). | Resilienza: Maggiore protezione da atti vandalici, furti e interruzioni operative causate da eventi naturali in superficie. |
L’esperimento Project Natick e l’ingegneria degli abissi
Il Project Natick di Microsoft è uno dei più importanti esperimenti mai condotti per ripensare l’infrastruttura digitale. L’idea è semplice ma radicale: spostare i data center in mare per sfruttare l’ambiente naturale come sistema di raffreddamento e ridurre la dipendenza da acqua dolce ed energia per il cooling terrestre.
Il “Free Cooling” e l’alimentazione a eolico offshore
Nel progetto Natick, il principio chiave è il cosiddetto free cooling, cioè l’uso dell’acqua marina come dissipatore naturale del calore generato dai server. Il cilindro sigillato viene immerso a circa 30–40 metri di profondità, dove la temperatura dell’acqua rimane stabile e sufficientemente bassa da garantire uno scambio termico continuo senza sistemi di raffreddamento tradizionali.
Inoltre, essendo collocato in un contesto marino come quello delle Isole Orcadi, il sistema può essere alimentato da reti elettriche locali fortemente basate su fonti rinnovabili come l’energia prodotta dalle pale eoliche offshore vicine. Questo consente di ridurre ulteriormente l’impronta carbonica dell’infrastruttura, integrandola in ecosistemi energetici già a bassa intensità fossile.
Secondo Microsoft Research, l’intero sistema è progettato come unità sigillata e autonoma, in grado di ridurre drasticamente la complessità delle infrastrutture di raffreddamento rispetto ai data center terrestri.
L’atmosfera ad azoto e la riduzione dei guasti
Una delle scelte ingegneristiche più rilevanti del Project Natick è la creazione di un ambiente sigillato e pressurizzato. I cilindri vengono svuotati di ossigeno e riempiti di gas azoto, togliendo anche l’umidità. Senza ossigeno e senza operatori umani che urtano i cavi, il tasso di rottura dell’hardware è sceso al 12% rispetto ai server identici mantenuti a terra.
L’effetto barriera corallina artificiale
Una delle obiezioni più comuni ai data center sottomarini riguarda il possibile impatto termico sull’ecosistema marino: l’idea che il calore generato possa alterare l’equilibrio dell’acqua circostante. Tuttavia, le evidenze raccolte durante il Project Natick di Microsoft indicano che il calore prodotto viene rapidamente dissipato nell’ambiente oceanico grazie all’enorme capacità termica e alla dinamicità delle correnti marine.
Secondo Microsoft, i sistemi sono progettati per operare in equilibrio termico con l’ambiente circostante, e i dati raccolti durante il test non hanno mostrato incrementi significativi della temperatura dell’acqua a distanza ravvicinata dal modulo. Il mare, infatti, agisce come un dissipatore naturale estremamente efficiente grazie al continuo movimento delle masse d’acqua.
Un altro fenomeno osservato e analizzato riguarda la bioincrostazione (biofouling): nel giro di pochi giorni dalla immersione, la superficie del cilindro viene colonizzata da microrganismi, alghe e piccoli organismi marini. Nel tempo, questa colonizzazione crea una sorta di substrato artificiale che può attirare ulteriori forme di vita marina.
Questo comportamento è noto anche in altri ambienti sottomarini artificiali, come strutture offshore e piattaforme marine, dove le superfici rigide diventano punti di aggregazione per organismi acquatici.
Il futuro logistico: server usa e getta ogni 5 anni?
Il Project Natick di Microsoft ha introdotto un nuovo modo di pensare al ciclo di vita delle infrastrutture digitali: non più data center costruiti, mantenuti e aggiornati continuamente a terra, ma moduli sigillati progettati per operare in mare per lunghi periodi.
Nei test condotti, i cilindri sono stati immersi per circa due anni senza interventi diretti di manutenzione interna, dimostrando la possibilità di ridurre drasticamente la necessità di accesso fisico ai server. L’idea alla base è quella di infrastrutture modulari che possano essere recuperate al termine del ciclo operativo, aggiornate e successivamente reimpiegate.
In questo modello, il ciclo di vita dei server diventa più simile a quello di un’unità industriale sigillata: una volta raggiunta l’obsolescenza hardware, il modulo può essere riportato in superficie, permettendo il riciclo dei componenti interni e l’eventuale sostituzione delle parti computazionali prima di una nuova immersione.
Questo approccio si inserisce nella logica più ampia dei data center sottomarini come infrastrutture potenzialmente modulari e riutilizzabili, piuttosto che strutture statiche tradizionali.




