Guardando una qualsiasi cartina, si scorge come l’Italia sia una sorta di lungo molo proteso nel Mediterraneo. Ciononostante, il nostro Paese sta morendo di sete. Non si tratta più soltanto di un allarme estivo, bensì di una vera e propria bancarotta idrica, un dissesto finanziario ed ecologico che minaccia le fondamenta del sistema agroalimentare.
Secondo l’ultimo Libro Bianco TEHA, presentato a marzo 2026, la combinazione – letale – tra siccità prolungate e alluvioni repentine costa all’Italia ben 13,4 miliardi di euro l’anno. Di fronte al crollo della produzione, regioni in prima linea come la Sicilia stanno correndo ai ripari, accelerando i piani per la riattivazione e costruzione di nuovi dissalatori marini. Ma trasformare l’acqua del mare in risorsa per i campi è davvero la bacchetta magica contro la crisi idrica dell’agricoltura? Non stiamo soltanto cercando di svuotare l’oceano con un cucchiaino, peraltro molto costoso?
Il crollo della produzione agricola e un conto da 13,4 miliardi di danni ogni anno
Il costo pro-capite della crisi idrica, nel nostro Paese, ammonta ormai al doppio della media europea. Non si tratta soltanto di un problema di rubinetti a secco, sebbene questo aspetto sia naturalmente il più rilevante, bensì di una questione di competitività nazionale. Nell’ultimo decennio, la produzione agricola italiana si è contratta di quasi l’8%, a causa degli stress idrici frequenti e ripetuti.
Quei terreni che, un tempo, erano il granaio d’Europa, quando il surriscaldamento globale non era neppure lontanamente nella mente degli agricoltori e della società civile, oggi faticano a sostenere i cicli di semina tradizionali. La siccità non è più soltanto una variabile meteorologica sfortunata o un’eventualità che, inevitabilmente, ciclicamente si ripresenta. Si tratta di un vero e proprio fattore macro-economico permanente, che sta erodendo il PIL agricolo e spingendo i prezzi al consumo inesorabilmente verso l’alto.
Dissalatori in Sicilia: la tecnologia dietro l’emergenza
La desalinizzazione per combattere la siccità, in Sicilia, è diventata una sorta di mantra per la politica regionale isolana, chiamata a garantire la sopravvivenza dei distretti dell’ortofrutta e della viticoltura, come da campagna elettorale pre-elezioni. Ecco come si sta muovendo la macchina politica per fronteggiare un’emergenza ormai sistemica.
Il piano regionale: riattivazioni e nuovi impianti
La Regione Sicilia ha stanziato 100 milioni di euro, all’interno di un piano non ancora concluso per un’azione d’urto che prevede due direttrici: da un lato la riattivazione di vecchi poli industriali dismessi, come quelli di Gela, Trapani e Porto Empedocle, dall’altro la costruzione di impianti modulari di nuova generazione, da installare sulle isole minori, quali Lampedusa e Panarea, dove il trasporto dell’acqua tramite navi cisterna è ormai economicamente insostenibile e va superato.
Dal punto di vista teorico, la strategia è comprensibile. L’operazione, però, potrebbe rivelarsi economicamente insostenibile.
Il nodo dei costi operativi: è possibile irrigare se l’acqua costa 1 euro al metro cubo?
Ecco che entrano in gioco i numeri, e ci accorgiamo di quanto possa diventare insostenibile il piano della Regione Sicilia. Il processo di osmosi inversa, pur essendo il più efficiente disponibile, resta estremamente energivoro. I costi dell’acqua dissalata oscillano oggi tra gli i 60 centesimi e l’euro al metro cubo. Un prezzo di questo tipo rientra in margini accettabili per l’uso idro-potabile cittadino, ma risulta inevitabilmente fuori scala per i margini di guadagno dell’agricoltura tradizionale. Una spesa di questo tipo incide fin troppo sul ritorno di contadini e agricoltori.
La sfida di rendere la desalinizzazione una risorsa sostenibile per i produttori appare piuttosto difficile da vincere. Non a caso, si sta valutando se non sia il caso di riservare l’acqua dolce processata attraverso questa tecnologia soltanto a colture idroponiche o a produzioni dall’altissimo valore aggiunto, evitando di destinarla all’agricoltura tradizionale. Il ragionamento, comunque, non riguarda il piano siciliano, concepito e messo in pratica appositamente per limitare i danni dovuti a una carestia prolungata, che si prevede possa diventare endemica sull’isola, nel prossimo futuro.
Lo smaltimento della salamoia: un problema ecologico
La tecnologia dell’osmosi inversa ha anche i suoi punti deboli. Come si suol dire, non è infatti tutto oro quel che luccica. L’impatto ambientale della salamoia di scarto è una vera e propria spina nel fianco, per questa tecnologia. Per ogni litro di acqua dolce prodotta, si genera un litro di scarto denso, caldo e ipersalino. La cosiddetta salamoia. Se rigettata in mare, specialmente in modo massivo, senza cura né necessari sistemi di trattamento e diffusione, la salamoia può finire per devastare le praterie di Posidonia oceanica, le quali rappresentano un polmone fondamentale per la purezza dei nostri mari e il mantenimento dei biomi sottomarini.
Una possibile via d’uscita: l’osmosi inversa alimentata a energia rinnovabile
È ben chiaro quale sia l’esigenza primaria, se si vuole almeno tentare di portare avanti la tecnologia della dissalazione. L’innovazione che si rende maggiormente necessaria consiste nello slegare i dissalatori dai combustibili fossili.
I nuovi progetti guardano all’accoppiamento diretto con parchi fotovoltaici o eolici off-grid. Produrre acqua a zero emissioni permetterebbe di abbattere drasticamente i costi operativi, oltre che l’impronta di carbonio della desalinizzazione. Ciò potrebbe diminuire considerevolmente l’impatto di questa tecnologia, arrivando magari a renderla un’alleata della transizione ecologica.
Come abbiamo spiegato nell’approfondimento dedicato all’energia osmotica, è possibile servirsi della salamoia di scarto dei dissalatori per triplicare l’efficienza degli impianti di produzione di elettricità dall’acqua del mare e abbattere i costi del processo osmotico, che miscela l’azione di acqua dolce e salata. Dare origine a impianti di nuova generazione che affianchino desalinizzazione e produzione di elettricità potrebbe rappresentare una svolta nell’ambito della transizione energetica. L’investimento iniziale, però, dovrebbe essere davvero cospicuo.
Dissalatori: pro e contro del loro impiego
| Vantaggi | Svantaggi |
| Indipendenza totale dalle piogge: la produzione di acqua potabile sarebbe garantita 365 giorni l’anno. | Alti costi energetici: forte dipendenza dai prezzi dell’elettricità. |
| Risorsa illimitata: attingendo direttamente dagli oceani, non vi sarebbero preoccupazioni legate all’esaurimento dei bacini. | Lentezza autorizzativa: la burocrazia frena la risposta alle emergenze immediate poiché impiega molto tempo a concedere i permessi a operare. |
| Salvaguardia del PIL: si proteggerebbero i distretti agricoli d’eccellenza a maggiore rischio, come gli agrumifici siciliani. | Impatto ambientale: gestione critica degli scarti ipersalini, come la salamoia nociva per alghe, pesci e biomi marini. |
La tabella mette in evidenza pro e contro legati alla tecnologia dei dissalatori e alla loro adozione su ampia scala. A fronte di indubbi vantaggi, ci sono degli svantaggi che difficilmente possono essere ignorati, come quelli legati all’impatto sull’ambiente.
Oltre l’emergenza: le alternative strutturali finanziate dal PNRR
Sebbene i dissalatori possano essere ritenuti necessari in contesti di crisi evidente, come quello che sta attraversando la Sicilia, l’Italia non può e non deve ignorare le falle della propria rete idrica, che continuano a essere considerevoli e rappresentano il principale problema del nostro Paese, quando si parla di gestione delle acque. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza per le infrastrutture idriche, i cui fondi sono in scadenza la prossima estate, ha provato a colmare lacune storiche e lo sta ancora facendo, con gli ultimi crediti che può elargire.
Dissalatori e vero paradosso italiano: recuperiamo soltanto l’11% dell’acqua piovana
Come evidenzia l’Associazione Nazionale per i Consorzi di Gestione, la Tutela del Territorio e le Acque Irrigue (ANBI, acronimo di Associazione Nazionale Bonifiche e Irrigazioni), prima di occuparci di dissalatori e di soluzioni per produrre e generare nuova acqua potabile, dovremmo fare in modo di conservare meglio quella che già abbiamo a disposizione.
Il vero paradosso italiano è che lasciamo scivolare via quasi tutta la pioggia che cade, come se non avessimo bisogno di conservare acqua potabile. Invece di spendere energia per un’opera titanica come quella di dissalare il mare, dovremmo investire per trattenere l’acqua dolce che ci cade in testa dal cielo. Il piano invasi e il dragaggio delle dighe esistenti sono interventi prioritari al fine di creare riserve strategiche a basso costo. Il problema non è la mancanza delle vasche di recupero, bensì la loro agibilità. Quelle che abbiamo non sono certo molte, ma la questione principale è che non sono utilizzabili, dal momento che fango e detriti le riempiono senza lasciare spazio all’acqua.
Il riuso delle acque reflue urbane per le campagne
La missione 2 del PNRR, ribattezzata Rivoluzione Verde, punta molto sul riuso circolare, sia dei materiali sia delle risorse. Aggiornando i depuratori cittadini abbiamo la possibilità di trasformare il fluido urbano di scarto in risorsa agricola. L’acqua depurata, se trattata correttamente, è abbastanza sanitizzata da poter essere immessa direttamente all’interno dei canali di irrigazione, creando un ciclo chiuso che riduca la pressione sui fiumi e sulle falde sotterranee troppo sfruttate e, molto spesso, in via di esaurimento.
Piano invasi e riutilizzo delle acque appaiono come soluzioni più vantaggiose rispetto all’impiego di salinizzatori, dal momento che sono considerevolmente meno impattanti sull’ambiente. Sicuramente, servendosi di tutte e tre si potrebbe fronteggiare efficacemente il problema della bancarotta idrica italiana.




