La Great Pacific Garbage Patch rappresenta il simbolo più evidente e drammatico dell’inquinamento da plastica nei nostri oceani.
Un compatto e immenso accumulo di detriti, noto anche come Pacific plastic vortex o isola di plastica nel Pacifico: ecco che cos’è la Great Pacific Garbage Patch. Non si tratta dell’unica concentrazione sul pianeta. Quando ci si chiede quante isole di plastica ci siano nel mondo, la risposta è ben cinque. Tanti sono i grandi vortici oceanici colmi di plastica, in mari aperti o bacini chiusi, tra cui quello nel Mediterraneo.
L’espressione isola di plastica evoca l’immagine di uno spazio calpestabile, di un continente solido. In realtà, la Great Pacific Garbage Patch e le altre aree di accumulo negli oceani costituiscono un’immensa e insidiosa sospensione di microplastiche, molto leggere e non sempre visibili, che minaccia l’intero ecosistema marino.
Falsi miti e reale consistenza del grande accumulo nel Pacifico
Nell’immaginario collettivo, la narrazione mediatica descrive l’isola di plastica come una superficie compattata, una sorta di settimo continente solido, sul quale sarebbe possibile camminare, o che risulterebbe chiaramente visibile dalle immagini satellitari. In realtà non è così. La costituzione chimico-fisica è ben diversa da questo scenario: navigando all’interno dell’area, l’acqua marina appare, a occhio nudo, quasi limpida. È però satura di frammenti polimerici microscopici, sospesi nei primi metri della colonna d’acqua.
La massa complessiva di plastica contenuta nella Great Pacific Garbage Patch supera le 80.000 tonnellate, distribuite su un’estensione stimata di 1,6 milioni di chilometri quadrati. Si tratta di un’area equivalente a circa tre volte la superficie della Francia. Dal punto di vista della composizione, oltre il 46% della massa visibile è costituito da reti da pesca abbandonate, le cosiddette ghost nets che rappresentano una bomba a orologeria per l’ambiente, e ad attrezzature da acquacoltura. Accanto a questi rifiuti troviamo manufatti di consumo quotidiano, progressivamente frammentati dall’azione combinata dei raggi UV e dell’abrasione meccanica delle onde.
Il report di The Ocean Cleanup sulla Great Pacific Garbage Patch e la scheda enciclopedica su Wikipedia dedicata al Pacific Trash Vortex forniscono informazioni corrette e complete sull’accumulo di microplastica nell’Oceano Pacifico.
Il ruolo dei giromari e la concentrazione delle microplastiche sommerse
La formazione e la permanenza delle zone di accumulo oceanico sono determinate dalle grandi dinamiche della circolazione termoalina e atmosferica. La plastica riversata dai fiumi e dai litorali percorre migliaia di chilometri prima di rimanere intrappolata all’interno dei giromari subtropicali, chiamati in inglese gyres. Si tratta di ampi sistemi di correnti a mulinello, i quali agiscono come imbuti naturali.
Per comprendere la distribuzione di questi fenomeni, a livello globale, le risorse di Acqua Alma sulla sostenibilità e le isole di plastica, oppure l’analisi del Giornale dell’Ambiente sulla Great Pacific Garbage Patch forniscono un quadro ben dettagliato dei principali punti di accumulo.
Nello specchietto che segue abbiamo raccolto le principali isole di microplastica collocate nei mari e negli oceani, spiegando quali correnti coinvolgano e che tipo di rifiuti imprigionino.
| Zona di accumulo | Oceano o bacino | Tipo di correnti coinvolte | Tipologia prevalente di rifiuto |
| Great Pacific Garbage Patch | Pacifico Settentrionale | Giromare del Nord Pacifico | Microplastiche, reti da pesca, attrezzi di plastica rigida |
| South Pacific Garbage Patch | Pacifico Meridionale | Giromare del Sud Pacifico | Microplastiche disperse, pellicole polimeriche sottili |
| North Atlantic Garbage Patch | Atlantico Settentrionale | Giromare del Nord Atlantico | Detriti urbani costieri, imballaggi monouso |
| Mediterranean Trash Spot | Mare Mediterraneo | Circolazione bacinale chiusa | Microplastiche ad alta densità, frammenti da diporto |
La forza di Coriolis
Alla base del funzionamento dei giromari vi è la rotazione terrestre e il suo effetto sulle masse d’acqua del pianeta, noto in termini fisici come forza di Coriolis. Questa forza devia la traiettoria dei venti e delle correnti superficiali — verso destra nell’emisfero boreale e verso sinistra nell’australe — creando enormi sistemi circolari che condizionano gli accumuli dei rifiuti galleggianti in acqua.
Sul pianeta esistono 5 principali giromari oceanici (Nord e Sud Pacifico, Nord e Sud Atlantico, Oceano Indiano). La forza di Coriolis spinge continuamente i detriti galleggianti verso il centro della spirale, in una zona caratterizzata da alta pressione atmosferica e venti deboli. Una volta entrata in questa trappola idrodinamica, la plastica non riesce più a uscire. Quel che porta alla formazione delle garbage patches è che il tempo medio di permanenza del rifiuto all’interno del sistema si calcola nell’ordine dei secoli.
La zuppa di plastica della plastisfera
A causa dell’esposizione prolungata alla radiazione solare, i polimeri plastici subiscono un processo di fotodegradazione che ne innesca la cristallizzazione e la fratturazione. I flaconi e gli oggetti rigidi non si biodegradano, ma si sbriciolano. Vengono ridotti in miliardi di frammenti, con un diametro inferiore ai 5 millimetri.
Al centro del vortice del Pacifico si raggiungono concentrazioni fino a 1,8 mila miliardi di pezzi polimerici, creando una vera e propria zuppa di plastica, com’è stata definita. Questo substrato artificiale ha dato origine alla cosiddetta plastisfera, che in passato non esisteva. Si tratta di una comunità biologica composta da batteri, microalghe e piccoli crostacei. Questi colonizzano i detriti galleggianti come fossero rocce o coralli. La plastisfera è però composta di sostanze chimiche, le quali alterano gli equilibri ecologici tradizionali, fungendo da vettore per la dispersione di specie aliene invasive in ecosistemi estranei e introducendo tossine sintetiche nella catena alimentare marina.
Le tecnologie di rimozione passiva e le strategie di pulizia degli oceani
La bonifica degli oceani è una vera e propria sfida. Presenta complesse questioni ingegneristiche e biologiche. L’impiego di reti da strascico tradizionali al largo è impraticabile, in quanto causerebbe la distruzione del plancton e la cattura accidentale della fauna marina. Una simile soluzione, naturalmente, non è ammissibile. Per ovviare a questo problema, la ricerca si è orientata verso barriere fluttuanti, in grado di sfruttare le correnti naturali per concentrare i rifiuti in modo passivo.
The Ocean Cleanup descrive, nel report sulla Great Pacific Ocean Patch che abbiamo già inserito nel testo, le soluzioni attualmente percorribili per ripulire, almeno parzialmente, le acque dalle microplastiche. Anche la compagnia energetica E.ON, nel suo magazine, ha affrontato il tema dell’eliminazione delle isole di plastica con un report dedicato. Il focus desidera principalmente spiegare come si possano evitare ulteriori accumuli, ma si occupa anche di come ripulire le ocean patches già presenti.
Le barriere galleggianti di The Ocean Cleanup e la raccolta nei fiumi
Una delle soluzioni più avanzate per trattare la questione è rappresentata dai sistemi sviluppati dalla già citata fondazione The Ocean Cleanup. La realtà realizza barriere flessibili lunghe diversi chilometri, trainate, a bassa velocità, da apposite imbarcazioni dedicate a perimetrare e concentrare i detriti con dimensioni superiori a 10 mm. Durante l’operazione, la fauna marina è salvaguardata da reti di fuga superficiali. System 03 è la barriera più avanzata di cui la fondazione dispone, ed è attualmente all’opera in prossimità della Great Pacific Garbage Patch.
La strategia d’intervento prevede anche l’impiego di Interceptors, chiatte automatizzate e alimentate a energia solare, posizionate sulle foci dei corsi d’acqua più inquinati. Questa tecnologia d’intercettazione fluviale è molto importante al fine della depurazione. Circa l’80% della plastica galleggiante negli oceani proviene da appena 1.000 fiumi distribuiti a livello globale.
La prevenzione a monte e la riduzione degli imballaggi polimerici
Gli oceanografi e i biologi marini concordano sul fatto che le sole operazioni di pulizia in mare aperto non possano risolvere il problema alla radice. Senza un blocco drastico dell’afflusso di rifiuti dalla terraferma, qualsiasi sforzo di rimozione risulterebbe inefficace nel lungo periodo. Quella della pulizia è una battaglia che parte persa, senza riduzione degli scarti.
Sono necessari interventi normativi internazionali coordinati, se davvero si vuole contrastare il fenomeno, come il Trattato Globale sulla Plastica promosso dalle Nazioni Unite, l’introduzione di politiche di Responsabilità Estesa del Produttore e/o la conversione verso polimeri realmente biodegradabili in ambiente marino. Senza vincoli normativi severi, le proiezioni stimate indicano che la produzione globale di plastica potrebbe triplicare entro il 2050, rendendo incontrollabile l’accumulo di rifiuti nei bacini oceanici. Qualora questa stima divenisse reale, sarebbe impossibile pensare di poter ripulire una simile quantità di polimero.




