Nelle aree urbane si concentra la maggior parte della popolazione, dei consumi e della produzione di rifiuti. Per questo, sono il cuore pulsante della transizione ecologica. Come racconta, dati alla mano, un capitolo del Rapporto sull’economia circolare in Italia 2026 del Circular Economy Network.
Il futuro dell’Italia passa dai centri urbani. Non sono solo i luoghi dove vive il 91,2% della popolazione italiana, le città sono diventate oggi i veri laboratori a cielo aperto della transizione ecologica. Il Rapporto sull’economia circolare in Italia 2026 curato dal Circular Economy Network, promosso dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, dedica un intero capitolo al ruolo strategico dei comuni, evidenziando come la battaglia contro il cambiamento climatico si vinca o si perda tra le strade, i condomini e le aree industriali dei nostri centri urbani.
L’idea che i governi locali siano fondamentali non è nuova: risale all’Agenda 21 della conferenza di Rio de Janeiro del 1992, che assegna ai governi municipali il compito di promuovere lo sviluppo sostenibile attraverso la partecipazione dei cittadini. Ma oggi sta diventando realtà grazie a iniziative come la Circular Cities and Regions Initiative (CCRI) della Commissione Europea e al lavoro dell’OCSE che supportano le città in questo percorso. In Italia, la Strategia Nazionale per l’Economia Circolare (SEC), approvata a giugno 2022, assegna ai Comuni compiti precisi, con una roadmap di azioni e di target misurabili al 2035: dalla gestione dei centri di riuso alla rigenerazione urbana, fino alla promozione della sharing economy e degli appalti verdi.
La sfida dei numeri: rifiuti, acqua e cemento
Il quadro delineato dal rapporto è chiaro: le città italiane sono nel bel mezzo di sfide importanti. Quattro i macro temi in cui si possono sintetizzate: urbanizzazione, rifiuti e spreco alimentare, consumo di suolo, gestione idrica. La concentrazione di persone nelle città aggrava gli impatti ambientali, ma offre anche l’opportunità di agire su larga scala. Nel 2024, ogni cittadino italiano ha prodotto mediamente 508 kg di rifiuti urbani, una cifra che fatica a scendere nonostante gli sforzi.
Ancora più critica è la situazione dello spreco alimentare: ogni anno, nelle nostre case, gettiamo circa 29 kg di cibo a testa. I dati più recenti forniti da ISPRA ci dicono che produciamo il triplo del cibo mediamente necessario e che questo viene distribuito iniquamente e sprecato. A fronte di una riduzione della popolazione del 2,7% lo spreco del Paese (kcal/giorno) aumenta invece del 14%.
Non va meglio sul fronte delle risorse naturali. L’Italia ha visto calare la disponibilità di acqua dolce del 20% negli ultimi 30 anni, mentre le reti idriche urbane continuano a perdere oltre il 40% dell’acqua immessa. A questo si aggiunge il consumo di suolo: nel 2024 la trasformazione di aree naturali in zone artificiali è cresciuta del 15,6%, alimentando il fenomeno delle isole di calore che rendono le estati cittadine sempre più invivibili, con picchi termici fino a 10°C superiori rispetto alle zone rurali.
I target per le amministrazioni comunali
A fronte di questa situazione, le amministrazioni comunali hanno, per esempio, il compito di organizzare raccolte differenziate dei rifiuti urbani che assicurino il 60% del riciclaggio al 2030, obiettivo che sale al 65% al 2035. Sono inoltre tenute a integrarsi con i circuiti di ritiro dei distributori per ottimizzare la raccolta dei RAEE (target 65%) e a ridurre il conferimento in discarica (massimo 10% al 2035).
Anche sul fronte della bioeconomia, sottolinea il Rapporto, le città possono avere un peso importante; e a riguardo la SEC precisa che gli scarti legnosi (da rifiuti urbani, parchi e giardini) devono essere destinati principalmente alla produzione di ammendante per arricchire i suoli anziché utilizzati a fini energetici.
La strategia suggerisce, inoltre, di pensare a uso efficiente del suolo procedendo alla bonifica di siti contaminati, al ripristino delle cave e giacimenti al termine del loro ciclo di vita (in Italia si contano 3.674 siti estrattivi in 1.575 comuni), alla rigenerazione urbana volta anche a ridurre i fenomeni di marginalizzazione, di degrado sociale e a migliorare la qualità del decoro urbano e del tessuto sociale e ambientale, nonché attività di forestazione urbana e periurbana. C’è da lavorare, e non poco, anche per quanto riguarda l’acqua: la strategia europea sulla resilienza idrica ha indicato che l’UE dovrebbe mirare a migliorare l’efficienza idrica almeno del 10% entro il 2030.
Città circolari: dai principi di Rio alle buone pratiche globali
Come si traducono in pratica in principi dell’Agenda 21? Il rapporto cita alcuni esempi internazionali significativi, come:
- Rotterdam e Zurigo: che hanno integrato l’efficienza delle risorse direttamente nei loro statuti o programmi di giunta, rimuovendo gli ostacoli burocratici alla circolarità.
- Lubiana e Parigi: che hanno puntato sulla trasparenza, mappando online tutti i luoghi dove è possibile riparare oggetti, scambiare beni di seconda mano o accedere al bike sharing.
- Tubinga: che ha introdotto una tassa di 0,50 euro sugli imballaggi monouso (come i contenitori da asporto), riducendo del 15% i rifiuti nei cestini pubblici.
- Valencia: che utilizza spazi pubblici ed eventi come banco di prova per testare tecnologie circolari innovative, come robot per la pulizia delle spiagge (“Urban Sandbox”) o lampioni che fungono da stazioni di ricarica per auto elettriche, e ha lanciato la piattaforma “ECO-ONE” per permettere agli hotel di scambiare mobili di seconda mano.
L’importanza di una strategia propria
Perché un Comune italiano diventi realmente circolare, non basta però copiare un progetto. Il rapporto sottolinea la necessità per le amministrazioni di dotarsi di una propria strategia locale, definendo obiettivi chiari e monitorando i flussi di materiali (biomasse, metalli, minerali) che attraversano il territorio. Strumenti finanziari innovativi come i Green Bonds (utilizzati con successo a Toronto e San Francisco per finanziare infrastrutture idriche) e l’applicazione rigorosa dei Criteri Ambientali Minimi (CAM) negli acquisti pubblici sono le leve che i sindaci hanno a disposizione per stimolare il mercato e creare nuovi posti di lavoro verdi.
Per fronteggiare le crisi climatiche e geopolitiche, adottare politiche di circolarità che trasformino l’economia in tal senso è una necessità; il successo dipenderà dalla capacità dei Comuni di coinvolgere direttamente cittadini e imprese in questo cambio di paradigma.





