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Passaporto digitale dei prodotti: cos’è e come cambierà i nostri acquisti dal 2027

Passaporto digitale dei prodotti: un passaporto e uno smartphone
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Quando compriamo un paio di jeans o uno smartphone non sappiamo nulla di come siano stati fatti; da dove provengano i materiali o come possiamo ripararli. Compiamo acquisti al buio e l’unica informazione certa è il prezzo, o un’etichetta di marketing generica. Poter consultare un passaporto digitale dei prodotti e acquisire tutte le informazioni citate ci aprirebbe gli occhi su che cosa abbiamo tra le mani.

L’Unione Europea ha deciso di mettere fine all’opacità delle filiere e smascherare, per quanto possibile, il greenwashing, introducendo il passaporto digitale dei prodotti. Attraverso un semplice QR code per la sostenibilità, come è stato definito, stampato sull’etichetta, dal 2027 consumatori e riciclatori avranno accesso, per legge, alla carta d’identità completa di ogni bene venduto in Europa. Si tratta dell’alba di una nuova era per la tracciabilità dei prodotti. Questa rivoluzione trasformerà il modo in cui interagiamo con gli oggetti quotidiani, rilanciando l’economia circolare e portandola un livello mai visto prima, nell’Unione Europea.

L’opacità delle filiere e i limiti attuali del riciclo

Il problema del nostro attuale modello economico, lineare e che non si pone la questione della circolarità, è l’invisibilità delle risorse. Ogni anno, l’UE produce oltre 2,2 miliardi di tonnellate di rifiuti. Gran parte di questo spreco deriva da un paradosso informativo: i centri di smaltimento oggi perdono giorni interi e ingenti capitali solo per cercare di capire quali leghe metalliche o fibre sintetiche compongano un oggetto buttato via. Ovviamente, questo non è un modo ottimale di investire tempo e risorse.

Senza etichette universali e in assenza di dati digitali, identificare se una plastica sia riciclabile o una batteria contenga terre rare specifiche è un’operazione lenta e imprecisa, più spesso di quanto si pensi. Questo rende il riciclo costoso, inefficiente e, in molti casi, economicamente insostenibile. Così facendo, si condannano materiali preziosi alla discarica o all’inceneritore, invece di reinterpretarli come nuove risorse. È un limite considerevole del riciclo attuale, che rende l’operatività dei centri meno efficace di quanto vorremmo e desidereremmo. Un documento chiaro e di facile lettura come il passaporto digitale dei prodotti potrebbe cambiare questo paradigma, accelerando e ottimizzando il processo di riciclo in stabilimento.

Le cause e i nuovi obblighi del regolamento Ecodesign

Bruxelles ha varato il cosiddetto regolamento Ecodesign (che abbrevia la definizione Ecodesign for Sustainable Products Regulation, o ESPR dal suo acronimo), il quale introduce obblighi stringenti sia sulla progettazione sia sulla trasparenza dei beni di consumo. È da questa normativa che ha preso forma la volontà di istituire il digital passport.

Cos’è esattamente il passaporto digitale dei prodotti e come funzionerà per i consumatori

Anche tra chi ha già sentito parlare del passaporto digitale dei prodotti non sono in pochi a chiedersi cosa sia effettivamente. Se l’idea di un documento che tracci la provenienza dei prodotti e ne racconti le caratteristiche è chiara, il suo funzionamento all’atto pratico lo è di meno. In sostanza, si tratta di un gemello digitale dell’oggetto fisico, ospitato su infrastruttura cloud sicura. Inquadrando un QR code, o avvicinando lo smartphone a un chip NFC integrato nel prodotto, si aprirà una scheda tecnica dinamica, contenente tutte le informazioni utili.

Questa svelerà l’origine esatta delle materie prime, la percentuale di materiale riciclato utilizzata, l’impronta di carbonio generata durante la produzione e, aspetto fondamentale, i manuali ufficiali di smontaggio e riparazione. Di fatto, si otterrà una sintesi di quello che si sta guardando, trascritta su un documento nel quale si può trovare risposta a domande di ogni tipo su produzione, provenienza e impatto, semplicemente scorrendo il pollice sullo schermo di un telefono cellulare.

Batterie, moda ed elettronica: i primi settori a essere obbligati

L’introduzione del passaporto digitale del prodotto non sarà immediata per ogni tipo di merce e prodotto circolante nella UE, ma seguirà un calendario ben specifico, basato sull’impatto ambientale dell’oggetto. Dall’inizio del 2027 il passaporto scatterà obbligatoriamente per le batterie industriali e quelle dei veicoli elettrici, due tra i prodotti più difficili da trattare, dal punto di vista ambientale. A ruota seguiranno il settore tessile, al fine di combattere la tragedia ecologica del fast fashion; l’elettronica di consumo e i materiali da costruzione.

Per il momento, settori come il cibo e i medicinali restano esclusi, poiché regolati da normative specifiche già esistenti. L’idea, comunque, è quella di rendere il passaporto digitale universale, nel vecchio continente, ed è dunque lecito aspettarsi un allargamento della misura anche a queste merci, seppure a tempo debito. Prima si lascerà tempo e modo al DPP di prendere piede in ambiti specifici, poi se ne diffonderà l’uso.

Che cosa conterrà il passaporto digitale dei prodotti? Tabella esplicativa

Utente targetDati visibiliVantaggio ottenuto
ConsumatoreIndice di riparabilità; pezzi di ricambio, carbon footprint del prodotto.Scelta d’acquisto consapevole, etica e duratura.
Centri di ricicloComposizione chimica esatta, eventuale presenza di terre rare o materiali preziosi.Smontaggio rapido, smistamento automatico e recupero sicuro.
RiparatoriSchemi tecnici, istruzioni di smontaggio, disponibilità ricambi e tipologia dei componenti.Interventi più semplici, economici e professionali.
Autorità doganaliCertificazioni di conformità, rispetto delle norme UE, presenza di autorizzazione alla libera circolazione.Contrasto efficace all’importazione di prodotti illegali, pericolosi e/o tossici.

Il passaporto digitale dei prodotti non è un semplice volantino digitale o la scheda prodotto disponibile su siti come Amazon. Non è uno strumento che mira soltanto a promuovere, bensì qualcosa di stratificato, che offre dati diversi a seconda di chi lo consulta. Si tratta di un documento che può davvero rendersi utile a chiunque.

Le conseguenze per il mercato circolare dell’Unione Europea

L’Unione Europea ripone molte speranze nel DPP. Idealmente, l’implementazione del passaporto digitale dei prodotti rappresenterà il colpo di grazia all’obsoleto e inquinante modello del produci, usa e getta.

Il potenziamento definitivo del diritto alla riparazione

Grazie al passaporto digitale dei prodotti, diventerà quasi impossibile per i brand attuare strategie di obsolescenza programmata basate sulla segretezza tecnica. Essendo obbligati a fornire istruzioni di smontaggio pubbliche e chiare tramite il passaporto, riparare un frullatore o un cappotto diventerà un’operazione accessibile a tutti, allungando drasticamente la vita utile dei beni.

Naturalmente, è possibile che multinazionali e brand leader trovino un’altra via per arricchirsi ai danni dell’ambiente, forse addirittura probabile, ma il DPP rappresenta un efficace tentativo di opposizione dell’Unione Europea a una delle pratiche più eticamente scorrette messa in atto dai giganti dell’industria.

Urban mining facilitato per le aziende di gestione dei rifiuti

Conoscendo esattamente, tramite una semplice scansione alla portata di chiunque, quanto cobalto ci sia in una specifica batteria, o quale tipo di tintura chimica sia stata usata per una maglietta, le aziende di riciclo potranno velocizzare e automatizzare lo smistamento dei prodotti destinati a riciclo.

Il concetto di urban mining, o estrazione urbana, può essere portato alla massima efficienza. Recuperare materie prime seconde, di altissima qualità, che rientreranno immediatamente nel ciclo produttivo, riducendo la dipendenza dalle miniere extra-europee, è un vero e proprio toccasana per l’ambiente nonché una pratica che può davvero accelerare l’implementazione di un’economia circolare a livello continentale.

Dal passaporto digitale dei prodotti un’avvertenza per le PMI italiane

Il 2027 potrebbe sembrare ancora lontano, ma per il tessuto produttivo italiano, di fatto, si parla di domani. Raccogliere tutti i dati di filiera, dal fornitore della materia prima fino alla giacenza sullo scaffale, richiede una trasformazione digitale profonda. Questa, spesso, si appoggia a tecnologie come la blockchain, al fine di garantire l’immutabilità del dato. Chi prepara per la vendita dovrà avere ben chiaro l’intero processo di lavorazione, allo scopo di poterlo includere nel DPP.

Le aziende del Made in Italy non possono permettersi di aspettare la fine dell’anno per adeguarsi. La complessità nel tracciare ogni componente richiesto potrebbe dimostrarsi molto elevata. Chi non sarà pronto con il passaporto digitale dei propri prodotti rischierà l’esclusione immediata dal mercato unico europeo, perdendo ogni possibilità di vendere la propria merce in tutto il continente.

Può sembrare severa come penalizzazione, ma l’inflessibilità è necessaria se si desidera davvero trovare la strada per una transizione rapida e omogenea verso un modello circolare di cui c’è molto bisogno, per limitare la dispersione e la produzione di rifiuti.

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Mattia Mezzetti

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