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Il paradosso italiano: primi nel riciclo, fragili sulle materie prime

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L’Italia è il Paese più “circolare” d’Europa, ma anche uno dei più fragili: paga 600 miliardi per le materie prime e arriva dall’estero il 46,6% dei materiali usati dall’industria. Sono i dati del Rapporto sull’Economia Circolare 2026. Ronchi (Fondazione per lo sviluppo sostenibile): “Non dipendiamo solo dal petrolio, ma anche da rame, nichel e terre rare. La circolarità ormai è una questione di sicurezza economica”.

L’Italia è il Paese più circolare d’Europa, ma anche una delle economie più dipendenti dall’estero per l’approvvigionamento di materie prime. Un paradosso che pesa sempre di più sui conti dell’industria italiana e che, in un contesto internazionale attraversato da guerre, instabilità geopolitica e nuove barriere commerciali, rischia di diventare un problema strategico. A metterlo nero su bianco è l’VIII Rapporto sull’Economia Circolare in Italia 2026 – che traccia un quadro sia delle misure europee sia dell’andamento della transizione verso una maggiore circolarità dell’economia nazionale – presentato durante la Conferenza nazionale promossa dal Circular Economy Network insieme alla Fondazione per lo sviluppo sostenibile ed ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile).

Secondo il Rapporto, il 46,6% delle materie prime trasformate dall’industria italiana proviene dall’estero, contro una media europea del 22,4%. Una quota superiore a quella di Germania (39,5%), Francia (30,8%) e Spagna (39,8%). Nel 2025 il costo delle importazioni di materiali ha sfiorato i 600 miliardi di euro, con un aumento del 23,3% rispetto al 2021, nonostante il calo dei volumi acquistati.

Il peso dei metalli strategici e delle tensioni geopolitiche

A incidere maggiormente sono i metalli strategici — nichel, rame e acciaio — il cui costo è aumentato del 18%, fino a rappresentare il 40% del valore totale delle importazioni italiane. Una pressione destinata a crescere, secondo il Rapporto, a causa delle tensioni geopolitiche e delle restrizioni commerciali sulle materie prime critiche. L’OCSE segnala infatti che dal 2009 al 2024 le restrizioni (dazi, limitazioni quantitative e divieti) all’export di materie prime critiche, come litio, cobalto, grafite e terre rare sono aumentate di cinque volte.

“La crisi di Hormuz ha mostrato quanto sia rischiosa la dipendenza energetica, ma si parla ancora troppo poco della vulnerabilità legata alle materie prime”, osserva Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile. “La circolarità non è più soltanto una scelta ambientale: è ormai una componente essenziale della politica industriale”.

I primati italiani nella circolarità

Nonostante questa fragilità, l’Italia mantiene il primato europeo della circolarità. Nel 2024 il tasso di utilizzo circolare di materia ha raggiunto il 21,6%, quasi il doppio della media UE ferma al 12,2%. Significa che oltre un quinto dei materiali consumati nel Paese deriva da recupero e riciclo anziché da nuove estrazioni o importazioni.

Anche sul fronte dei rifiuti il divario con il resto d’Europa è netto. L’Italia ricicla l’85,6% dei rifiuti gestiti – urbani e speciali – contro una media europea del 41,2%. Meglio di Germania, Francia e Spagna. Leadership confermata pure nel riciclo degli imballaggi, arrivato al 76,7% (dato CONAI, riferito al 2024), contro una media UE del 67,5%.

L’Europa non corre abbastanza: il target 2030 a rischio

Il Rapporto evidenzia però che l’Europa continua a correre troppo lentamente verso gli obiettivi fissati per il 2030. Bruxelles rischia di non raggiungere il target del 24% di circolarità entro fine decennio. Anzi, “di questo passo”, ne “resterà molto lontana”, dice la premessa del documento. Eppure gli strumenti ci sarebbero: nel 2025 e 2026 l’UE ha adottato la revisione della Direttiva quadro sui rifiuti, il Regolamento sugli imballaggi, il Piano ecodesign ESPR 2025-2030 – con l’introduzione del passaporto digitale dei prodotti – e la Direttiva sul diritto alla riparazione.

Le proposte del Circular Economy Network

Per accelerare la transizione e ridurre la dipendenza europea dalle materie prime estere, il Circular Economy Network – iniziativa promossa dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile -ha avanzato dieci proposte in vista del futuro Circular Economy Act, legge quadro sull’economia circolare, la cui adozione è prevista per quest’anno. Tra le priorità indicate ci sono la creazione di un mercato unico europeo delle materie prime seconde, il rafforzamento del recupero dei rifiuti elettronici e incentivi fiscali per favorire riparazione, riuso e ricondizionamento.

Il CEN chiede inoltre di progettare prodotti più durevoli e riciclabili, estendere la responsabilità dei produttori a più filiere industriali e utilizzare gli appalti pubblici per sostenere i mercati circolari. Tra gli obiettivi anche quello di rafforzare le collaborazioni tra industria e riciclo, coinvolgere maggiormente città e regioni e mobilitare investimenti pubblici e privati nelle tecnologie circolari. Infine, il network propone una maggiore cooperazione internazionale e standard comuni per costruire filiere globali più resilienti e meno dipendenti dalle materie prime vergini.

Materie critiche e “miniere urbane”

Tra i temi più delicati emerge quello delle materie prime critiche. La sezione del Rapporto curata da ENEA sottolinea la forte dipendenza europea dal fosforo, indispensabile per fertilizzanti e mangimi, importato soprattutto da Marocco, Russia e Algeria. Ancora più critica la situazione del magnesio, per cui la Cina controlla quasi il 90% della produzione mondiale.

“L’attuale crisi geopolitica ha evidenziato la vulnerabilità del nostro sistema produttivo”, spiega Claudia Brunori, direttrice del dipartimento Sostenibilità di ENEA. “Per questo è necessario puntare sulle cosiddette miniere urbane, sul recupero delle risorse e sull’innovazione tecnologica”.

Investimenti in calo e ritardi del PNRR

Il nodo resta quello degli investimenti. Tra il 2019 e il 2023 quelli privati nelle attività legate all’economia circolare — riciclo, riparazione, riuso e noleggio — sono scesi da 13,1 a 10,2 miliardi di euro. Anche il PNRR procede a rilento: la spesa per i progetti dedicati a impianti e filiere del riciclo si ferma intorno al 17%.

Una contraddizione che il Rapporto sintetizza chiaramente: l’Italia eccelle nelle performance ambientali dell’economia circolare, ma non riesce ancora a trasformare questo vantaggio in una crescita industriale stabile. Eppure, avverte il documento, ogni passo avanti nella circolarità significa meno dipendenza dall’estero, meno esposizione alle crisi geopolitiche e maggiore sicurezza economica.

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